Vogliamo gli spoiler: perché spesso i trailer mostrano troppo?

Sempre più trailer svelano dettagli importanti della trama del film che promuovono, ma nell'epoca dei social questa sembra essere una strategia commerciale ben studiata. Il nostro focus.

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Spoiler

ATTENZIONE: IL SEGUENTE ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU CAST AWAY, DAL TRAMONTO ALL’ALBA E SUL GODZILLA DEL 2014. MA TANTO SE AVETE VISTO I TRAILER SAPETE GIÀ TUTTO. O FORSE NO…

È da pochi giorni uscito in Italia Suburbicon, il nuovo film di George Clooney su sceneggiatura dei fratelli Coen, ma chi frequenta le nostre sale cinematografiche aveva probabilmente già visto e rivisto il suo trailer.

Chi però il film lo ha ammirato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia non sarà riuscito a non storcere il naso davanti a un trailer che, in soli tre minuti, riesce nell’impresa di raccontare l’intera storia, compresi tutti i colpi di scena. È un vero proprio riassunto: chi andrà a vedere Suburbicon dopo averne visto il trailer saprà già qual è l’evento scatenante della narrazione, quali i suoi retroscena, come evolverà e a cosa porterà. Dovrà solo rivedere tutto, ma in più tempo.

Suburbicon

Ultimamente, in effetti, sembra che sempre più trailer non si facciano problemi a rivelare snodi fondamentali della trama, tanto che addirittura alcuni registi hanno apertamente criticato quelli preparati per i loro film (come Alan Taylor nel caso di Terminator: GenisysColin Trevorrow per Jurassic World, senza contare che persino David Lynch ha definito «nociva» questa tendenza).

Eppure i trailer che hanno scritto la storia di questo mezzo di comunicazione sono quelli più allusivi, quelli che giocavano proprio sul non detto per stimolare la curiosità dei potenziali spettatori. Senza considerare quel capolavoro che era lo spot di sei minuti realizzato per promuovere Psyco, in cui Hitchcock in persona presentando il set si limitava ad accennare a «eventi orribili», possiamo nominare come caso limite quello di Shining: un’unica inquadratura, quella iconica del fiume di sangue che si riversa fuori dall’ascensore, con in sottofondo una musica inquietante, mentre sullo schermo appaiono il nome del film, del regista, degli attori, di Stephen King. Nient’altro. Se non si conosce il romanzo da cui è tratto, non si ha quasi alcuna idea di cosa possa essere Shining. Ma gli esempi sono tanti: Arancia MeccanicaAlien, o, in tempi più recenti, The Blair Witch Project. Potremmo andare avanti a lungo.

Non che i trailer colmi di spoiler siano un fenomeno recentissimo, basti pensare a quello di Dal tramonto all’alba, dove i produttori non si erano fatti problemi a svelare che un film che nella sua prima parte sembrava un normale gangster movie era in realtà una storia di vampiri, sebbene negli intenti del regista Robert Rodriguez ci fosse proprio quello di scioccare gli spettatori con questo improvviso e inaspettato cambio di registro. Oppure a quello di Cast Away, che ci rincuora sul fatto che alla fine Tom Hanks riuscirà ad andarsene dall’isola dove era naufragato e che ritroverà la moglie. Questi però sono film di un’epoca in cui i trailer avevano una minore diffusione (sono rispettivamente del 1996 e del 2000), quindi si può pensare che una parte del pubblico fosse comunque andata al cinema senza averli visti, con la possibilità così di godersi ogni sorpresa. Oggi invece, tra YouTube e social network, i trailer assumono sempre più un’importanza centrale nelle campagne di marketing, e vengono inevitabilmente visti da milioni di persone, che anzi li vanno a cercare con spasmodica curiosità, con il rischio di entrare poi al cinema sapendo per filo e per segno cosa aspettarsi.

Dal tramonto all'alba

Visti i risultati al box office di tutti i titoli che finora abbiamo citato (non sempre eccelsi, ma mai davvero deludenti), si direbbe che il pubblico non si sia fatto troppi problemi a rivedere storie già viste nei trailer, ed evidentemente i tanti temuti spoiler non sono un deterrente (Jurassic World è addirittura il quarto maggior incasso della storia del cinema). Gli studios a loro volta sembrano nutrire questa tendenza. Anzi, ad ampliare un po’ lo sguardo inizia ad apparire come parte integrante di un nuovo metodo di promozione cinematografica.

Visti i costi spaventosi che i kolossal hanno raggiunto (ormai sempre oltre i 200 milioni di dollari), se i produttori vogliono sperare di non rimetterci devono riuscire a richiamare un pubblico gigantesco, e il modo migliore per farlo è sfruttare ciò che oggi viene definito hype, ovvero l’attesa che, attraverso l’uso dei nuovi media, si crea attorno a un prodotto. Questo significa distribuire, un poco alla volta e a intervalli regolari, un gran numero di materiale promozionale, così che l’attenzione schizofrenica dei social network non venga mai meno. Si è quasi creata una vera e propria prassi. Si inizia con le foto dal set e si continua con le prime immagini ufficiali, cui seguono i teaser, trailer brevi che lasciano trapelare poco o nulla. I trailer veri e propri (solitamente un paio, cui segue il final trailer poco prima dell’uscita), vengono intervallati dalla distribuzione di clip di intere scene e di featurette (raccolte di interviste e dietro le quinte). Un altro passaggio obbligato è la proiezione in anteprima (solitamente al Comic-Con) dei primi minuti del film.

L’intento degli studios, oltre alla già detta necessità di mantenere viva l’attenzione, è anche quello di testare, passo dopo passo, le reazioni degli spettatori, per poter eventualmente aggiustare il tiro del loro film se le prime impressioni non sono ottimali. Contemporaneamente, però, chiunque segua una di queste campagne pubblicitarie si ritrova, alla fine, a pagare il biglietto per andare a vedere un film di cui ne ha già vista una buona parte. Con tutto il materiale che viene distribuito prima dell’uscita si potrebbe montare il film in questione quasi per intero.

Qual è il risultato? Lo spettatore sa perfettamente cosa aspettarsi: va a vedere un film che conosce già. Certo, qualche piccola sorpresa potrebbe ancora esserci, ma i personaggi e le vicende sono ben note, più o meno anche il finale, ed è impossibile, o per lo meno molto difficile restare delusi. Rassicurante, no?

Ecco, il punto sembrerebbe proprio essere questo. È difficile prevedere ogni risposta del pubblico, e il rischio che un importante snodo narrativo non piaccia può essere alto. A quel punto è un attimo che i social da alleati diventino nemici, e questi kolossal dai costi stratosferici (l’ultimo, Justice League, è costato addirittura 300 milioni) non possono permettersi un passaparola negativo. La costante distribuzione di materiale promozionale si può allora considerare anche come uno strumento di controllo, la forma estremizzata di una strategia commerciale che Hollywood utilizza da quasi un secolo, i test screenings, proiezioni in anteprima per un pubblico campione del quale vengono raccolte le opinioni, così da aggiustare il montaggio secondo le indicazioni ricevute. Ora gli studios hanno la possibilità di esercitare questa forma di monitoraggio in maniera continuativa e totalizzante, riducendo al minimo i rischi.

A farne le spese è l’imprevedibilità dei film (il nostro discorso è naturalmente limitato alle grandissime produzioni). Gli spettatori non sembrano però dispiacersene tanto, anzi, l’idea di non rischiare di rimanere delusi perché il film che si va a vedere lo si è già visto è confortante.

Esemplare è il caso di una pellicola che a sorprendere il pubblico ci ha provato, e non gli è andata benissimo: il Godzilla del 2014, diretto da Gareth Edwards. Avendo visto il trailer era legittimo aspettarsi un determinato film, con determinati personaggi e un determinato svolgimento. E invece no; pur non esente da difetti, questo ottimo monster movie si è rivelato essere tutt’altro, regalando al proprio pubblico un Godzilla diverso e inaspettato. Peccato che questa scelta non sia piaciuta per niente.

Godzilla

Mattia Pozzoli, youtuber noto come Matioski che gode di un certo seguito nella comunità nerd italiana, scrivendo del film sulla sua pagina Facebook, ha parlato di «presa per il culo», addirittura di «truffa», perché la campagna pubblicitaria di Godzilla puntava molto sulla presenza di Bryan Cranston, il cui personaggio dura però solo una ventina di minuti. Se da una parte la sua morte, essendo inaspettata, ha un forte impatto emotivo, dall’altra il film si è tirato addosso le critiche di chi ha trovato fraudolento un trailer in cui Cranston, nome di grande richiamo dopo l’enorme successo di Breaking Bad, sembrava dover essere il protagonista assoluto. La stessa accusa è stata avanzata da Mattia Ferrari, che con il nome di Vicotrlazlo88 gestisce uno dei più apprezzati canali YouTube sul cinema in Italia (parliamo di youtubers perché possono considerarsi un buon esempio di pubblico appassionato ma non specializzato). Nella sua lunga videorecensione al film, Victor afferma più volte di essere rimasto «stupito» da alcune scene, dando però al termine una connotazione negativa. Simili critiche sono arrivate anche dagli stessi Stati Uniti.

Detrattori come Matioski e Victor sostengono che certi colpi di scena non fossero giustificati narrativamente e che abbiano impoverito il film. Questa potrebbe essere un’obiezione sensata, ma qual è il confine tra la giusta pretesa di coerenza del racconto e la paura dell’inatteso? La morte del personaggio di Cranston in Godzilla è solo uno degli aspetti che ne rende lo svolgimento sorprendente, e chi scrive si è divertito tantissimo davanti a un film che è stato capace di stravolgere tutte le sue aspettative (in particolare nel modo in cui viene utilizzata la figura ormai mitica del lucertolone nucleare).

Molti invece non hanno apprezzato (e se gli incassi del film di Edwards sono stati buoni, è solo grazie ai mercati esteri, visto che in patria è a malapena rientrato nei costi), dimostrando che gli studios hanno le loro ragioni a voler stare dalla parte dei bottoni. Ecco allora che per mesi si premurano di riempirci di anticipazioni in ogni forma, raccontandoci un poco alla volta tutta, ma proprio tutta la trama. Il rischio è di trovarsi davanti a film senza sorprese, ma un film che non sorprende, in fondo, è anche un film che non corre il rischio di deludere. Purtroppo.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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