Woody Allen, da Io e Annie ad oggi: cosa è cambiato?

L'evoluzione nelle tematiche e nello stile di Woody Allen, dal Io e Annie ad oggi.

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Woody Allen

Le basi della commedia moderna di Hollywood, ovvero la commedia che conosciamo oggi, le hanno poste due registi. Il primo fu Billy Wilder (L’Appartamento, A Qualcuno Piace Caldo); negli anni ’30, il regista austriaco emigrò negli Stati Uniti. Così come diversi artisti dell’epoca, cercava una maggior libertà espressiva al di fuori del dominio nazista. Seppur spesso funzionale al botteghino, Wilder fu sempre innovativo e all’avanguardia nel periodo del cinema classico statunitense. Con Viale del Tramonto (1950), l’autore anticipò di qualche anno le ambientazioni e le atmosfere noir; A Qualcuno Piace Caldo raccontava la storia, di fatto, di due travestiti. La tematica fu “mascherata” con l’espediente del comico demenziale, con il ritmo di battute brillanti e con la bellezza magnetica di Marilyn Monroe. Ma per l’epoca, fare un film con due personaggi principali vestiti da donna per quasi tutto il tempo, non era una banalità. Per circa trent’anni, in America, la commedia fu tutta in mano a Billy Wilder. La struttura narrativa del genere, così come è adesso, si deve in parte a lui. I soldi entravano a palate, il pubblico apprezzava e il cinema si evolveva. Negli anni ’30, mentre Wilder iniziava, a New York stava nascendo Woody Allen.

Che piaccia o no, i film di Woody Allen hanno avuto un impatto altrettanto importante. Il regista newyorkese, partendo dal cabaret, si affacciò al cinema negli anni ’60. Il declino di Wilder era già iniziato da un po’ e le regole del cinema hollywoodiano stavano cambiando. Allen, tuttavia, non ha mai fatto parte della New Hollywood. Impossibile catalogarlo. Io e Annie, nel 1977, rappresentò un nuovo modello per la commedia americana. Un classico moderno. Fu il suo primo film, dopo un inizio di comicità disimpegnata, ad affrontare il rapporto tra uomo e donna in maniera più seria e complessa. Il classico bacio finale era ormai superato. Allen preferì soffermarsi sull’incomunicabilità dei due sessi e sulle nevrosi personali dei componenti di una coppia, attraverso una storia frammentaria e ricca di flashback. E non c’era più spazio per il lieto fine. Da allora, si può dire che il cinema del regista è cambiato poco nelle tematiche, molto nel modo di affrontarle.

Woody Allen
Un’inquadratura di Io e Annie.

A Io e Annie seguirono gli anni di maggior successo: da Manhattan e Interiors, da Hannah e le sue sorelle a Crimini e Misfatti. Woody Allen raccontava sempre le vicende di ceti sociali medi e borghesi, più adatti alla sua nevrosi. Spesso, prendeva in giro l’ambiente ebraico al quale lui stesso apparteneva. Le tematiche ricorrenti erano l’insensatezza della vita, le fobie, la psicoanalisi, la critica al capitalismo leggera o accennata. Ma anche l’amore per l’arte, la cultura, lo sport e per New York, città quasi sempre protagonista delle sue storie. Cosa è cambiato, da allora?

Le nevrosi e l’esistenzialismo sono sempre lì, forti e solide. L’ambiente della famiglia ebraica, quasi traumatico per l’infanzia del regista, è stato di nuovo raccontato di recente in Café Society. E c’è sempre un’attrice, una musa ispiratrice, a cui il regista si affida con insistenza: Diane Keaton negli anni ’70, Mia Farrow (con la quale ha girato ben 13 film) negli anni ’80  e ’90, Scarlett Johansson negli anni 2000. E sono solo alcuni esempi.

L’arte e il romanticismo, nella seconda parte della sua filmografia, si sono imposte come vie di fughe dal nulla esistenziale sempre di più. Adesso è questo il punto: la paura di vivere e la paura della morte, Woody Allen le allontana rinchiudendosi sempre di più nelle sue illusioni. Basti guardare la “trilogia delle città europee”: Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris e To Rome With Love. La magia di queste città rappresenta uno sfondo perfetto per l’ingenua crescita dell’autore. All’inizio, invece, attraverso i sui film era più facile trovare un concreto rapporto con la realtà e la materialità cinica del quotidiano. Non che il cinismo adesso manchi, anzi, ma esso è ben bilanciato ora da un maggior idealismo. Sembra quasi che Woody Allen sia più vicino alla sua infantilità adesso rispetto a prima. Una testimonianza della sua evoluzione sta nel fatto che negli ultimi anni non ha disdegnato addirittura dei finali lieti, del tutto o in parte. Magic in the Moonlight, con Emma Stone e Colin Firth, è quasi sorprendente in questo senso.

Il cambiamento è stato graduale e non sempre coerente. Nel 2005, con Match Point, Allen si dedicò nuovamente al genere drammatico, dopo averlo affrontato con una certa insistenza negli anni ’80. Furono i ’90 il vero giro di boa della sua opera: il regista tornò a toni più leggeri in quel decennio. Uscì il primo musical: Tutti Dicono I Love You. Ma soprattutto, ormai preferiva stare quasi sempre solamente dall’altra parte della macchina de presa. Fu la prima parte dalla sua carriera a vederlo impegnato spesso come attore protagonista; interpretava il suo alter ego, il personaggio era sempre lo stesso. Insicuro e balbettante; narcisista ed egocentrico. Quando iniziò a cambiare un po’ il personaggio principale, insistendo sulla via di fuga nell’amore e nell’arte, si affidò ad altri attori. Probabilmente, più in grado di portare in scena dei caratteri leggermente più complessi, o con una malinconia più spiccata. Parlando della sua filmografia recente, si pensa subito a attori del calibro di Colin Firth (come accenato), Owen Wilson, Javier Bardem e Joaquin Phoenix.

Infine, da un punto di vista stilistico bisogna ammettere che poco è cambiato. I film iniziano sempre con dei titoli di testa con scritte bianche su sfondo nero, spesso con della musica jazz a fare da sottofondo. A livello di montaggio, Woody Allen non ama mantenere dei ritmi altissimi: sono frequenti dei semplici piani sequenza che si limitano a seguire i movimenti dei personaggi andando a modificare campi e piani. Da un punto di vista fotografico il suo cinema si è leggermente evoluto, trasformandosi in qualcosa di più studiato e sofisticato. Le luci e le scenografie sono spesso state importanti nelle ultime opere del regista. Vittorio Storaro, storico direttore della fotografia di Bertolucci, si è occupato degli ultimi due film: Café Society e Wonder Wheel. Sono anche i primi film di Allen in digitale, dopo più di quarant’anni di pellicola.

Woody Allen.
Scritto e diretto da Woody Allen.

Woody Allen può essere amato o odiato. Si può constatare, oggettivamente, che le morali e il messaggio siano sempre gli stessi. Allo stesso tempo, però, il cinema del nevrotico regista di New York ha avuto la capacità di rinnovarsi più di quanto sembri. Le ragioni le abbiamo spiegate. Non che a lui interessi particolarmente fare il film della sua vita. Stiamo parlando di qualcuno che non è mai andato neanche a ritirare gli innumerevoli Oscar vinti nel corso della sua carriera; sembra che, chiuso nella sua bolla, a Woody Allen interessi di più suonare il clarinetto con la su jazz band. E potrebbe andare avanti con un film all’anno in eterno, tutti ricchi dei suoi tormentoni, facendo così dissolvere sempre di più la paura della morte.

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Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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