Il Cinema di Richard Linklater: La materialità del quotidiano

Una retrospettiva che percorre la prolifica filmografia del regista texano Richard Linklater e il suo rapporto con il mezzo cinematografico.

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Where'd You Go, Bernadette
Il regista Richard Linklater

Se dovessimo guardare dentro l’enorme vastità di figure eterogenee che dominano il pantheon cinematografico contemporaneo, ci imbatteremo in una serie di autori, più o meno validi, che hanno deciso di distogliersi dagli schemi canonici di mercato, per proseguire una strada più autonoma e personale. In particolar modo, verso la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, si sono affacciati nell’immaginario cinematografico statunitense, diversi giovani registi definiti dagli studiosi del settore Off Hollywood, che hanno portato sul grande schermo opere libere da ogni imposizione produttiva dettata dalle celebrate majors, grazie anche all’affermazione dei circuiti dei festival di cinema indipendente come il Sundance.

Nel corso della storia del cinema, ci sono stati molti autori che hanno intrapreso la strada dell’indie movie, dagli anni 60 con il pioniere per eccellenza John Cassavetes, alla prolifica filmografia degli anni 70 e 80 di Robert Altman. Nomi che certamente non sono molto noti nell’immaginario mainstream, ma che hanno lasciato un segno indelebile e incommensurabile, spianando la strada a futuri registi nel lavorare con il mezzo cinematografico in completa libertà, raccontando temi e storie rimaste sempre ai margini o non dovutamente approfondite. Veri e propri narratori dell’essere umano in tutte le sue molteplici sfaccettature. Perché uno dei nodi che lega tutti questi autori nel tempo, è il loro completo interesse verso le storie di vita quotidiana, racconti, dove l’ordinario, il consueto, il familiare, domina a discapito di una narrazione ricca di azione e colpi di scena consueta nei blockbuster hollywoodiani. Un cinema che come un bisturi affonda nella vita dell’uomo comune, nella sua psicologia, nelle sue relazioni; la macchina da presa non esita a mostrare ogni lato della sua vita, anche il più banale, offrendo allo spettatore una sensazione peculiare d’intimità, citando il famoso critico cinematografico francese André Bazin, un cinema come una tangibile finestra sul mondo.

Richard Linklater sul set

Gran parte di tutto questo, lo riscontriamo sicuramente nella filmografia del regista texano, Richard Linklater, che sin dal suo esordio nel 1988 con il suo lungometraggio girato in Super-8, It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, road movie in chiave documentaristica, mostra già il suo interessamento per le narrazioni minimali, dove il caso è il vero turning point della narrazione, tutto è improvvisazione pura. Con Slacker del 1991, inizia la sua consacrazione nel circuito del cinema indipendente, tanto da essere nominato per il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival. Il film si pone come un esperimento narrativo che segue per una giornata la vita di diversi giovani scansafatiche della scena underground di Austin, divenendo un vero e proprio manifesto della cosiddetta Generazione X. Usando una regia essenziale e minimale, Linklater mostra senza filtri le conversazioni, riflessioni e aneddoti della sua generazione, che inizia a vivere l’ultimo decennio del secolo, perdendo fiducia nelle istituzioni politiche e famigliari con cui sono stati cresciuti. È una generazione nata stanca, figlia del boom economico del dopoguerra, che a differenza dei propri genitori, non riesce a vedere rosee le sorti del loro futuro e del loro paese. L’interesse di Linklater per le giovani generazioni, con annesse tutte le loro paure, le loro sinergie e le loro speranze e progetti, sarà ampiamente sviluppato lungo tutta la sua filmografia: da Dazed and Confused del 1993, portandolo alla luce nello scenario cinematografico mondiale, a SubUrbia del 1996 fino al recente Everybody Wants Some del 2016, diverse sezioni generazionali indagate a fondo nella loro spensieratezza e concretezza.

Before Sunrise (1995)

Con Before Sunrise del 1995, e nei seguenti film della trilogia, Before Sunset del 2004 e Before Midnight del 2014, da ampiamente prova del suo modo di voler fare cinema. Evince la sua passione nel dare agli attori grande prova interpretativa, lasciandogli largo spazio d’improvvisazione, in dialoghi che egualmente risultano profondi e convenzionali. La macchina da presa entra senza esitazione nella vita dei due protagonisti, interpretati dai magistrali Ethan Hawke e Julie Delpy, mostrando la nascita della loro storia d’amore e del suo sviluppo nel tempo. Ci viene dato a distanza di tempo un ritratto della coppia, della loro maturazione, restituendo la materialità del loro rapporto, facendoli sentire unici ma allo stesso tempo vicini al nostro vissuto. La casualità di come camminano per le strade delle città, l’importanza data al gesto, le loro lunghe conversazioni, sono gli unici moniti che fanno avanzare l’andamento della narrazione, si ha l’impressione che non ci sia mai un vero inizio, né una vera fine, lo spettatore pedina i due protagonisti come fa Linklater con la macchina da presa, ci troviamo in modo tangibile nel turbinio delle loro parole e sentimenti. Il suo tornare a distanza di anni sulla storia, rimarca maggiormente l’indole del suo essere narratore di spaccati di vita comuni, dimostrando quanto l’essere umano nel tempo è raramente fedele a se stesso nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Come nella vita di tutti i giorni i personaggi dei suoi film sono persone incoerenti, che sbagliano, si dimenticano, amano, sognano e vivono, senza mai esaltarli a nessun eroismo o moralismo.

Nel corso della sua carriera si cimenta in progetti molti diversi dai precedenti, dimostrando di essere anche un regista abbastanza poliedrico: dalla celebre commedia musicale School Of Rock del 2003, con protagonista Jack Black, ai due film fantascientifici girati con la tecnica Rotoscope, Waking Life del 2001 e A Scanner Darkly del 2006, che indagano diversi stati di alterazione della psiche umana, e a Fast Food Nation del 2006, un ritratto drammatico del lato oscuro delle catene di fast food statunitensi. Film che tra loro hanno pochi punti in comune nelle tematiche e nei generi, ma che denotano la sua attenzione al modo di dirigere gli attori, dandogli largo spazio e libertà di contribuire personalmente esecutivamente.

Boyhood (2014)

Boyhood del 2014 è la sintesi completa della sua cinematografia. Un progetto molto audace, portato avanti per dodici anni, che narra la crescita dall’infanzia fino all’inizio dell’età adulta di Mason, e del suo rapporto con la scuola, gli amici e i genitori divorziati. Il film dimostra appieno tutta la volontà di Linklater di trasportarci dentro la storia e la quotidianità di un bambino, poi ragazzo, presentandolo nel corso del suo vissuto e della sua maturazione. Per dodici anni, torna con lo stesso cast e la medesima troupe e dirige vari momenti della vita di Mason, evincendone come il tempo cambia le situazioni e le persone, anche quelle che vivono accanto a noi giornalmente. Tutta la sua autorialità, la sua cifra stilistica, la sua attenzione per certe tematiche, che ha sviluppato nei suoi precedenti film, le troviamo incorporate in Boyhood, portandolo a vincere l’Orso d’argento per il miglior regista al Festival di Berlino, tre Golden Gobles e il Premio Oscar alla Miglior Attrice Non Protagonista a Patricia Arquette. Il film segue una concatenazione di singoli momenti in cui Mason deve fare i conti con il suo cambiamento, l’entrata in scena nella sua vita di nuovi sentimenti e sensazioni, due genitori che non riescono a far pace con loro stessi e uno scenario mondiale in repentina evoluzione. Contrariamente ad altri masterpiece che narrano storie nello scorrere del tempo, come Once Upon a Time in America di Sergio Leone o GoodFellas di Scorsese, Linklater oltre ad optare nel dirigere il film lungo il medesimo arco temporale narrativo, non mostra i punti salienti della storia del protagonista, anzi, sceglie di soffermarsi su quelli più ordinari, concentrando tutto sulle piccole azioni, sulle parole non ponderate, sugli eventi presumibilmente carichi di poca importanza, taciti, ma ugualmente decisivi nel delineare noi stessi e i nostri rapporti. Come nella trilogia dei Before, entra nella storia di Mason senza eccessive presentazioni, e ne distoglie lo sguardo in modo simile, idealmente lascia allo spettatore un possibile continuo ritorno nella sua vita. Un mondo costruito così in modo naturale, da poter essere toccato con mano. Mason ha a che fare con problematiche vicine ad ognuno di noi, non ha nulla di speciale, ma riesce a essere analogamente interessante e familiare.

Il cinema di Richard Linklater porta alla nostra attenzione racconti insiti nel nostro quotidiano, emancipandone la casualità e la concretezza della vita di tutti i giorni. La naturalezza nel modo in cui la sua macchina da presa, quasi invisibilmente, avvolge i suoi protagonisti nei loro rapporti interpersonali, ci fa immergere nel flusso assiduo della storia congiungendoci attivamente a loro. La scelta di narrare storie minimali, andando contro la logica produttiva canonica, dimostra in Linklater la volontà fare un suo personale cinema, parlando di persone e contenuti cari a se stesso. Un autore che sin dai suoi primi film, aveva ben in mente come utilizzare il mezzo cinematografico per esprimere al meglio il proprio io e la generazione di ragazzi vicini a lui. Rimanendo libero da imposizioni dettate dal mercato, ha portato avanti quel pensiero teorizzato da precedenti autori, di utilizzare il cinema come strumento per rappresentare al meglio l’essere umano moderno nella sua profondità e complessità.

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Nato a Roma, classe 1991.
Non molto bravo nelle autodescrizioni.
Sono un semplice appassionato a qualunque genere di immagine-movimento sullo schermo.

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