Vikings: l’eredità di Ragnar e la quinta stagione.

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Travis Fimmel in Ragnar Lothbrok

La serie cult di History Channel, Vikings, è finalmente tornata sui nostri schermi con una quinta stagione che si annuncia come un momento di svolta: Ragnar Lothbrok è fuori dai giochi, e c’è da chiedersi quanto saprà ancora influenzare gli eventi.

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La quarta stagione si è manifestata come un uragano dinanzi ai nostri occhi, sconvolgendo irrimediabilmente gli equilibri a cui eravamo abituati ormai da diverse stagioni. Il quadro era fin troppo confortevole, dovremmo ammetterlo, se consideriamo quanto precaria fosse allora l’esistenza! Lo stesso Michael Hirst, showrunner della serie, ha confessato che la vita del nostro amato re norreno doveva durare una stagione appena. Ragnar Lothbrok era stato concepito per essere una voce fuori dal coro: un uomo intelligente, astuto, incalzato dalla sete di conoscenza; un uomo dotato di compassione e soprattutto, come impareremo a comprendere, un uomo di spirito.

Capite bene che tutto questo è incredibilmente distante dall’immagine convenzionale, a noi pervenuta, dei “vichinghi”, intesi come uomini dotati di una fisicità prepotente, pagani, leziosi e inclini alla più efferata violenza. Un cliché probabilmente, ma che in Vikings non manca di essere rappresentato nei modi rudi, nell’attitudine sanguinaria, nonché nell’ambizione di Rollo, il fratello di Ragnar. Sin dal principio percepiamo i due personaggi come parti di un binomio in cui si fronteggiano ragione e istinto. Rollo, che appare sistematicamente propenso ai sentimenti negativi, alla superficialità e all’errore, costituisce un fattore di disordine nell’universo ordinato costruito dal razionale fratello.

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Vikings: Rollo e Ragnar

Grazie alle doti straordinarie di Travis Fimmel, l’inquieto re norreno conduce le prime quattro stagioni della serie e, dinanzi agli dei, si assume la responsabilità della grandezza:

“Per avere un grande futuro devo sfidare le leggi degli uomini […] o prendere le leggi degli uomini nelle mie mani”.

E dunque salpa verso Ovest in cerca di ricchezze quanto di conoscenza, disposto, come Odino, a perdere un occhio pur di guardare oltre quell’orizzonte che le leggi degli uomini gli precludono. Ed è impossibile non ricordarsi di un altro pagano, Ulisse, che nel fuoco eterno sconta la sua sete di conoscenza. E, sulle cui labbra, il poeta Dante pone queste parole:

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”.
(Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI)

Ed ecco che, di nuovo, si propone il binomio; ed ecco che la prima fune si annoda sulla costa britannica: laddove alberga il dio di una religione diversa, monoteistica, e fondata su valori differenti da quelli noti alla stirpe di Odino. Un dio che non interviene attivamente nel decretare la buona e la cattiva sorte dei suoi fedeli, ma concede loro il libero arbitrio, con cui discernere tra le affezioni virtuose e quelle malevoli; un dio che si riserva di giudicare le cattive azioni, ma non chiede sangue in sacrificio; un dio che non ha bisogno di indovini perché si rivela, attraverso i testi sacri.
Un dio di compassione e non di vendetta di cui Ragnar subirà la fascinazione, innescando processi autodistruttivi di dissidi, tormenti, scelte irresponsabili, dalle quali deriveranno catastrofiche conseguenze.

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Ciononostante, Re Ragnar, che visse come un fardello il potere acquisito, si dimostrò un oculato stratega fino al suo ultimo giorno, quando scelse di trovare la morte per mano dei traditori britannici. Lo scopo? Scatenare contro di essi la vendetta dei suoi figli e, nondimeno, espiare le colpe che sentiva di avere nei confronti del suo popolo. Per questa ragione, l’inquieto, il diviso, il battezzato Ragnar Lothbrok muore, tra atroci sofferenze, celebrando la potenza degli dei e la promessa del Valhalla, affinché il suo sangue, il sangue di un re vichingo versato da mano cristiana, riscattasse l’onore del suo popolo.

Con la sua morte, si apre un nuovo capitolo di Vikings. La vendetta annunciata si è compiuta, gli scenari sono stati sconvolti e adesso, chi resta, dovrà raccogliere l’immensa eredità del vecchio re.
Abbiamo visto Ragnar scegliere Ivar come suo erede. Ivar the Boneless: il bambino, colpevole di infermità che il suo stesso padre, in ossequio al culto vichingo della forza, aveva condannato a morte. Eppure, di ritorno dal suo viaggio, re Ragnar trova in quel figlio infermo e rabbioso uno spirito indomito di impareggiabile potenza; l’infelice, cresciuto attraverso le difficoltà e le umiliazioni, apparirà agli occhi di suo padre come la miglior occasione per il futuro del popolo norreno.

“Non starò a guardarti mentre fingi di essere normale”
“Io sono normale!”
“No, non lo sei, e quando lo capirai accadranno cose straordinarie”.

Ivar the Boneless, però, forte e intelligente come il suo leggendario genitore, non è animato dalla curiosità, ma da quel desiderio di rivalsa che gli brucia nel petto, forgiato attraverso il dolore, le umiliazioni, l’isolamento. E, se non abbiamo alcun dubbio che compirà imprese eccezionali, all’alba dei primi due episodi della nuova stagione di Vikings sembra plausibile ritenere che egli non conoscerà tanto presto la compassione cristiana, ma perseguirà la strada della violenza, dell’esaltazione, del sangue, offrendo ad Odino e agli dei norreni il suo glorioso tributo.

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Vikings: Ragnar e il figlio Ivar, il Senz’ossa.

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Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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