Mudbound, la recensione di un potenziale premio Oscar

Il nuovo film di Netflix, disponibile da qualche giorno, è un'opera che tratta di razzismo e sessismo sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. Dagli Academy, probabilmente, non verrà ignorato.

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Mudbound, nuovo prodotto originale Netflix, testimonia la lenta ma inesorabile crescita cinematografica della piattaforma online. Tratto dal romanzo omonimo di Hillary Jordan e diretto da Dee Rees, il film rappresenta già un nome caldo per gli Oscar 2018. Convincente, intenso e potente; siamo di fronte ad un esperimento ben riuscito. È stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival, per poi essere distribuito dal colosso dello streaming sopracitato. Due famiglie, una bianca e una nera, si ritrovano a convivere in una fattoria nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Una delle due, ovviamente, è a servizio dell’altra.

Mudbound, pur affrontando la tematica con forza, non racconta solo una storia di (mancata) integrazione; per una volta, il bianco non è visto esclusivamente come un crudele padrone che frusta e maltratta, bensì come un essere umano che vive un contesto complesso in cui non vince nessuno. Sullo sfondo c’è una guerra devastante che, però, ha anche il sorprendente merito di unire proprio i bianchi e i neri.

Quest’ultimo aspetto è legato ai figli maggiori delle due famiglie che tornano dal fronte, consumati in maniera differente, i quali finiscono per stringere un’improbabile amicizia in contrasto con le differenze  culturali e i problemi razziali. Una delle parti più convincenti della storia. Un sostegno reciproco, anche se poco convenzionale, che rappresenta tutto l’ossigeno e la positività di cui il film ha bisogno. Di positività, per il resto, se ne vede poca.

Il valore del film è quasi raddoppiato da straordinarie interpretazioni, le vere carte vincenti dell’opera. Carey Mulligan è l’unico volto particolarmente noto; a lei il compito di portare in scena una donna infelice e vittima del sessismo del Mississipi dell’epoca. Lo fa, e questo non sorprende affatto, con una potenza e un dolore che poche attrici sono in grado di raccontare. Sottovalutata da sempre. Jason Clarke, Jason Mitchell, Jonathan Banks e Garrett Hedlund non sono da meno. Ne sentiremo parlare, probabilmente, sempre in ottica Academy.

Carey Mulligan, classe ’85, nel film interpreta Laura McAllan.

Mudbound racconta storie di razzismo, sessismo, guerra, mogli, fratelli, amicizia e violenza; quest’ultima, inaspettata, fornisce al film un’improvvisa accelerata narrativa finale che rischia di apparire anche un po’ frettolosa, difficile da metabolizzare. Non aggiungiamo altro al riguardo. Quasi tutto il resto, invece, è una pesante e coinvolgente analisi psicologica di personaggi che vivono un quotidiano alienante: il lavoro nei campi, il distacco dai ragazzi oltreoceano, le madri consumate dal dolore e dalla fatica.

I personaggi di Mudbound, tutti alle prove con esperienze al limite della sopportazione umana, fra porci e muli, vivono una realtà in cui non sono mai i padroni, nel bene e nel male. Il giudizio sulle loro azioni viene sospeso; è più invadente l’analisi sociale che li costringe a compierle. Lo studio di una realtà sospesa, obbligata e quasi fuori dal mondo reale è la parte più interessante del film.

Gli autori partono da tematiche ampiamente dibattute e discusse da diversi film negli ultimi anni. Un “usato sicuro”. Lo fa, però, con una particolare raffinatezza e con la capacità non indifferente di sorprendere sempre. La sottigliezza con cui dipinge e racconta la semplice profondità dei protagonisti non si era vista in precedenza. Le problematiche, le azioni e i turbamenti mentali e nei rapporti degli stessi personaggi sono spesso solo accennati e, a volte, poco approfonditi. Per il resto, l’interpretazione sta a chi guarda e a chi è più in grado di capire il contesto storico: come si sentiva un sopravvissuto a una guerra, obbligato a uccidere? Come si sentiva chi era discriminato? Quanta differenza c’era fra donne di colore diverso, entrambe altrettanto costrette a vivere al margine di uomini altrettanto infelici?

L’obiettivo, ben centrato, di Dee Rees, è quello di raccontare la realtà così com’era, con riferimenti a come è tutt’oggi, seppur con modalità diverse. La fotografia, più calda in interni e fredda in esterni, è il tocco di classe a un’opera imperfetta quanto vera. In grado, nei pregi e nei difetti, di prendere sempre allo stomaco. E il finale, come accennato, è tutto da vivere.

 

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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