10 remake che sono (forse) meglio degli originali

È innegabile che da più di qualche anno il cinema sia entrato nell’era di remake e reboot. Quasi nessun rifacimento, però, riesce a guadagnarsi nella storia del cinema o nel cuore degli spettatori. Ma un selezionato numero di pellicole ci sono riuscite. Qui trovate i 10 remake che, forse, possono essere considerate migliori rispetto agli originali!

È innegabile che, da ormai diversi anni, il cinema sia entrato nell’era di remake e reboot (e sequel, prequel, spin-off, live action, riadattamenti televisivi…ma questo è un altro discorso). Ogni tre mesi arriva la notizia del remake di uno dei film cardini della nostra infanzia o della nostra formazione cinematografica, e verrebbe voglia di gridare “pietà, risparmiatelo, cosa aveva l’originale di sbagliato? Non possiamo tenerci quello?”. Viviamo in un regno del terrore: oggi è toccato al mio film preferito, domani potrebbe essere il tuo.

Melodrammi a parte, il pubblico è comprensibilmente stanco di questo andazzo e la fama dei remake, con gli anni, è andata peggiorando: oggi sono sinonimo di pigrizia e mancanza d’inventiva. Il che è l’esatto opposto di cosa dovrebbero essere. Un remake dovrebbe nascere da uno spirito innovatore, dalla voglia- anzi, la consapevolezza di poter imprimere nuova forza creativa a una vecchia storia. Tema e variazioni, direbbe chi ha studiato musica. Ci sono stati casi di chi ha saputo farlo con maestria e, se non vi vengono in mente, è perché, talvolta, i remake hanno avuto un successo tale da imporsi sugli originali nella memoria collettiva. Non succede spesso, ma quando succede è la prova che si è fatto un buon lavoro.

Oggi vi proponiamo una lista di 10 remake che riescono, se non a superare gli originali, almeno a presentarsi come validi rivali. Una premessa per i puristi. Lo sappiamo bene: l’originale non si scorda mai, è da lì che si nasce l’idea e, senza di esso, non esisterebbe alcun rifacimento. I remake sono necessariamente lavori derivativi. Vi chiediamo solo di tenere la mente aperta. Non pretendiamo che questo articolo vi faccia rimpiazzare il vostro film del cuore con un suo rifacimento, ci accontentiamo di farvi riconsiderare il valore di queste rivisitazioni con maggior indulgenza.

A qualcuno piace caldo

Tony Curtis in una scena del film A qualcuno piace caldo e Georg Thomalla in una scena del film Fanfaren der Liebe

Alzino la mano quanti di voi sapevano di trattasse di un remake. Siamo abituati a pensare ai remake come l’ultima spiaggia, quello che ne viene fuori raschiando il fondo del barile in un’epoca in cui “tutte le storie sono state già raccontate”, e invece già nel 1959 un gigante come Billy Wilder (che ci ha ormai lasciato da più di vent’anni) proverbialmente copiava dal compagno di banco. Sarà allora che non c’è nulla di male, se lo si fa con competenza? E per quanto riguarda le storie già scritte, se ne lamentavano già i filologi alessandrini più di duemila anni fa. È una realtà con cui dobbiamo convivere.

Ma veniamo al sodo. A qualcuno piace caldo non è un semplice remake: è il remake di un remake. Nel 1935, Richard Pottier dirige la commedia Fanfare d’amour, la storia di due musicisti che si travestono da donne per unirsi ad un’orchestra al femminile. Nel 1951, il regista della Germania dell’Ovest Kurt Hoffmann ne realizza un rifacimento: Fanfaren der Liebe. Un vero successo presso il pubblico tedesco, tanto da portare alla realizzazione di un sequel tutto originale: Fanfaren der Ehe.

Billy Wilder si rifà a Fanfaren der Liebe, quindi al remake tedesco e non alla versione originale francese. Il regista americano è sempre stato molto vago su quanto avesse ripreso dall’opera tedesca, dichiarando di essere stato conquistato dell’idea di due uomini che si infiltrano in un’orchestra femminile e di aver sviluppato da lì un film completamente autonomo. Grazie alla recente restaurazione di Fanfaren Der Liebe da parte del Goethe Institute, sappiamo che Wilder ha preso in prestito qualche elemento in più, ma questo non cambia nulla. Né Fanfaren der Liebe, né tantomeno Fanfare d’amour possono giocarsela, a livello di fama, ma anche qualitativo, con A qualcuno piace caldo. Tuttavia, se ne avete la possibilità, vi consigliamo di recuperarli: sono pur sempre i diamanti grezzi da cui Wilder ha realizzato il suo gioiello.

L’aereo più pazzo del mondo

Ted Striker in una scena del film L'aereo più pazzo del mondo e Dana Andrews in una scena del film Ora zero del 1957

Se siete cultori delle commedie anni ’80, sicuramente avrete visto almeno una volta Airplane!, anche conosciuto come Flying High!, e in italiano tradotto in L’aereo più pazzo del mondo. Potreste tuttavia non sapere che si tratta di un remake. Più precisamente, di un remake di un dramma americano che è il remake di uno spettacolo televisivo canadese. Ma andiamo con ordine, perché se qualcosa vi convincerà che i remake possono essere il picco della creatività, quella è la storia dietro Airplane!. In breve, la pièce televisiva Flight into Danger del 1956 viene adattata nel film drammatico americano Ora zero, dell’anno successivo. La storia è quella di un veterano di guerra che si trova a dover pilotare un aereo di linea quando il pilota è colpito da intossicazione alimentare.

Il trio comico ZAZ (Jerry Zucker, Jim Abrahams, e David Zucker) si trova a guardare il film in tv e realizza che ha una struttura fantastica, ma funziona meglio come commedia. Nel 1975, i tre realizzano un copione: stessa trama, stesse scene, addirittura stesse battute in alcuni casi, ma il tono da drammatico è diventato comico. Al prezzo di 2,500 dollari, ottengono i diritti di Ora zero dalla Warner Bros. e della Paramount. Dopo qualche anno di tribolazione alla ricerca di finanziamenti, L’aereo più pazzo del mondo vede finalmente la luce. Conta come remake, è innegabile: vi invitiamo a guardare entrambi i film e a compararli scena per scena: è un copia e incolla.

Certo, è innegabile l’interno parodistico, ma è su un livello diverso di produzione come vari Scary Movie o certe commedie di Mel Brooks. Funziona da solo, senza necessità di tener presente il film originale. Quanti di voi sono riusciti a goderselo senza avere la minima idea dell’esistenza di Ora zero? I remake solitamente giocano su cambiamenti di ambientazione, di periodo storico, di prospettiva: perché non di genere?

La cosa

Una scena del film La cosa e una scena del film La cosa da un altro mondo

Ecco un altro film iconico che si rivela un nano sulle spalle di un gigante. Magari non proprio un nano, comunque un uomo di una certa statura: stiamo parlando de La cosa, di John Carpenter. Il film originale è La cosa da un altro mondo, pellicola del 1951 formalmente diretta da Christian Nyby, ma che cela, non accreditato, lo zampino di Howard Hawks. Hawks è uno dei registi, sceneggiatori e produttori più prolifici ed eclettici dell’età d’oro di Hollywood. Magari non avete mai visto La cosa da un altro mondo, ma sicuramente conoscerete un altro dei suoi film: Gli uomini preferiscono le bionde, con Marylin Monroe. Passare dal fanta-horro alla commedia brillante non è un’impresa da tutti.

Va detto: il materiale di La cosa da un altro mondo non è farina nemmeno del sacco di Hawks. Il film, infatti, è un adattamento dell’omonimo racconto lungo di John W. Campbell Jr. (in inglese pubblicato col titolo di Who Goes There?). Il film di Hawks fu immediatamente un enorme successo di critica e tutt’oggi è inserito nel National Film Registry statunitensi in quanto culturalmente rilevante. Paradossalmente, La cosa di Carpenter, ad oggi senza dubbio più nota, fu mal recepito dalla critica, nonostante fosse di gran lunga più fedele al racconto di Campbell Jr di quanto lo era stato il film del 1951. Carpenter si ritrovò quasi senza lavoro dopo quel clamoroso insuccesso. Gli fu fatale l’affronto di volersi confrontare con il venerato originale.

Lo stesso Carpenter, fan sfegatato di Howard Hawks tanto da citarlo spesso e volentieri nei stessi film, fu inizialmente riluttante nell’accettare il progetto di un remake, sostenendo fosse impossibile sorpassare il lavoro di Hawks. Sappiamo tutti come è andata a finire. Se vogliamo ritrovare la chiave del successo di Carpenter, possiamo dire che, come Hawks aveva incarnato nel suo film lo scetticismo nei confronti del progresso scientifico dopo gli eventi di Hiroshima, Carpenter riuscì a confrontare la paranoia di un America ancora in clima di Guerra Fredda e terrorizzata dal diverso- fosse questo un comunista, un vietnamita o uno affetto da HIV.

Scarface

Al Pacino in una scena del film remake Scarface del 1983 e Paul Muni in una scena del film Scarface del 1932

Qui si inizia ad entrare in territorio conosciuto: molti sapranno che il capolavoro di Brian De Palma altro non è che il remake di Scarface – Lo sfregiato, pellicola del 1932 di- indovinate? Howard Hawks. Anche qui, si parte da un libro: Scarface di Armitage Trail, del 1929, racconto molto liberamente ispirato alla vita del gangster italo-americano Al Capone. Anche in questo caso, film di Hawks fu un grande successo presso il pubblico, ma la sua distribuzione fu alquanto sfortunata.

Otto anni prima, infatti, il politico repubblicano Will H. Hays, nonché presidente della Motion Picture Producers and Distributors of America, aveva iniziato a lavorare sul suo Codice, un insieme di norme su cosa gli studi cinematografici avrebbe dovuto evitare di mostrare nei propri film così da non rischiare di corrompere la morale dei cittadini americani. Il rilascio del film di Hawks, la spietata e sanguinosa ascesa al potere di un malavitoso, fu posticipato di ben due anni dalla fine della produzione, affinché nel 1934 potesse essere censurato nel momento l’Hays Code sarebbe entrato legalmente in vigore.

Al titolo Scarface fu affiancata la dicitura The Shame of the Nation (La Vergogna della Nazione), non fu mostrato alcun omicidio esplicitamente e il finale venne cambiato. Nel caso di Scarface, le ragioni di un remake sono comprensibili: usufruire di quella libertà creativa che un tempo fu negata, rendere giustizia a una storia mutilata. Il progetto partì proprio da Al Pacino, innamoratosi della pellicola di Hawks. Al rilascio di Scarface nell’83, molte furono le critiche feroci: troppa violenza, troppo sangue, troppe parolacce. Forse è quello che avrebbero detto del film di Hawks, non fosse stato censurato. A distanza di anni, la pellicoladell’83 è un cult indubbio. C’è chi ancora non apprezza la sfrontatezza del Tony Montana di Al Pacino, ma è quello il vero volto di Scarface.

La mosca

Jeff Goldblum in una scena del film La mosca e Vincent Price in una scena del film L'esperimento del dottor K.

Torniamo sull’horror. La storia non è troppo dissimili da quella di La cosa. Negli anni ’50, uno studio cinematografico americano decide di adattare un breve racconto horror, il sui protagonista diventerà ben presto una delle più celebri figure dell’immaginario orrorifico. Il primo The Fly, in italiano uscito come L’esperimento del dottor K. (un titolo inedito in inglese, forse un riferimento al La metamorfosi kafkiana), a differenza de La cosa, però, non conobbe successo immediato. La critica fu inizialmente molto misurata, e solo dopo qualche tempo l’uomo mosca si guadagnò un posto nel pantheon dei mostri cinematografici più amati.

Nel 1986, forse proprio sulla scorta di altri remake horror come La cosa, viene avanzato il progetto di un rifacimento de La mosca. Se il film originale era già risultato un film visivamente rivoltante, grazie agli effetti speciali tutto sommati alquanto realistici, Cronenberg decide di alzare l’asticella. La storia del primo film era molto più semplice: un giorno lo scienziato André Delambre era un uomo, e quello dopo si era ritrovato con la testa e il braccio di una mosca. Cronenberg opta per una trasformazione molto più graduale, divisa in sette stadi, e che inizialmente trasforma il personaggio di Jeff Goldblum in una sorta di super-uomo, prima di iniziare un lento declino. Se L’esperimento del dottor K. era stato lodato per essere “contenuto” tra i film shockanti, La mosca di Cronenberg non fa sconti per nessuno: è più viscido, più sporco, più vomitevole.

Nonostante L’esperimento del dottor K. abbia il merito di averci introdotto al personaggio dell’uomo-mosca, è stata La mosca di Cronenberg è restituircene il sano disgusto.

Ocean’s Eleven

George Clooney e Brad Pitt in una scena del film Ocean's Eleven e Peter Lawford e Dean Martin in una scena del film Colpo grosso del 1960

Il caso di Ocean’s Eleven decreta un’assoluta vittoria del remake sull’originale, tanto al livello di pubblico quanto a livello di critica. Ocean’s 11 (in italiano Colpo grosso) debutta nelle sale americane nel 1960, e dovrebbe essere il film dell’anno. Ha un cast all star, il cosiddetto Rat Pack, un nome informale per indicare un gruppo di intrattenitori uniti da amicizia e frequenti collaborazioni artistiche: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford e Joey Bishop. Lo sviluppo di trama è un po’ diverso dai film di Soderbergh: qui la banda di ladri deve rapinare ben cinque casinò, e la storia prosegue un po’ oltre gli eventi della rapina in sé. All’epoca fu giudicato un prodotto mediocre, dalla storia convoluta e con protagonisti poco caratterizzati.

Soderbergh, quindi, ha il vantaggio di non doversi confrontare con qualche pietra miliare del cinema, ma allo, stesso tempo, lo svantaggio di riadattare un film che non ha mai generato grande interesse. Parlare di magia o miracolo sarebbe riduttivo del talento di Soderbergh, ma ciò che il regista americano riesce a creare è semplicemente incredibile: la rinascita dell’heist movie. Il primo capitolo della trilogia Ocean’s è ad oggi un classico moderno nel suo genere e il punto di riferimento di tuttoi gli heist movie (ovvero i film che ruotano intorno a complessi furti o rapine) usciti dal 2001 in poi.

Ha stile, ha carattere, è meno ambizioso solo nella misura in cui è un solo casinò ad essere derubato, ma per il resto è tutto ciò che l’Ocean’s 11 degli anni ’60 sarebbe voluto e avrebbe dovuto essere. I due sequel del primo Ocean’s, lo spin-off al femminile con Sandra Bullock e il futuro prequel con i Barbie e Ken più amati del cinema parlano chiaro: è stato Soderbergh a rubare il cuore degli spettatori.

The Departed

Matt Damon e Leonardo DiCaprio in una scena del film remake The Departed e Andy Lau in una scena del film Infernal Affairs

Qui bisogna andarci piano, ne siamo consapevoli. Nonostante Scorsese sia stato ricoperto di premi e coccarde per The Departed (tra cui ben quattro premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior montaggio e miglior sceneggiatura non originale), è forse uno dei suoi lavori più criticati. Per chi non ne fosse già al corrente, qui il precedente è Infernal Affairs, film di Hong Kong del 2002 che segue le storie di poliziotto infiltratosi in una Triade e di un altro poliziotto che è, segretamente, una spia per la Triade stessa. Il successo di Infernal Affairs, di critica come di pubblico, fu straordinario, portando alla realizzazione di un prequel e un sequel.

Martin Scorsese prende quella struttura e ne fa una storia americana. Siamo a Boston e, al posto della Triade, c’è la mafia irlandese. Chi ben conosceva la pellicola originale di Andrew Lau, ha accusato Scorsese di lungaggini, appiattimento psicologico dei personaggi e decisioni creative inefficaci, come il fondere in uno stesso personaggio gli interessi amorosi dei due poliziotti/spie. Per molti, Infernal Affairs vince il confronto a mani basse. Tutttavia, l’ossessione con lo stabilire quale sia la miglior pellicola ha fatto sì che si passasse dal criticare (anche giustamente) The Departed in quanto remake al sottovalutarlo come prodotto. In parole povere: anche se The Departed non è remake all’altezza dell’originale, questo non ne fa un brutto film.

L’operazione di Scorsese di tradurre in termini occidentali una storia che arriva dall’altro capo del mondo non è da biasimare. Infernal Affairs è uno splendido film, ma immerso in una cultura straniera e ricco di riferimenti poco conosciuti, se non del tutto ignoti a noi occidentali. The Departed riporta una storia di corruzione, vendetta e tradimento su un teatro di posa a noi più noto. Ovviamente ci sono dei cambiamenti rispetto alla pellicola originale: non avrebbe senso rigirare Infernal Affairs inquadratura per inquadratura, il senso del remake sta proprio nell’apporto originale (forse più di quanto possiate pensare) di Scorsese…Che questi cambiamenti siano buoni o cattivi, sta al giudizio e al gusto dello spettatore.

Per un film giudicato tanto severamente, ci limitiamo a dire questo: a differenza di ciò che le premiazioni possano farci credere, il cinema non è una gara e non importa chi arriva primo. Ci è concesso apprezzare anche una pellicola che non si preferisce, come si possono vincere quattro Oscar e risultare comunque “perdenti”.

Il Grinta

Jeff Bridges in una scena del film remake Il Grinta ddel 2010 e John Wayne in una scena del film Il Grinta del 1969

Dietro i migliori film, ormai lo avrete capito, si cela spesso un libro. Talvolta, però, il libro viene ingurgitato dalla fama e dalla popolarità di un film e finisce per passare in secondo piano. Questo è il caso de Il Grinta (in originale True Grit), cult western del 1969 diretto da Henry Hathaway e con protagonista un John Wayne da Oscar. Più americano di così solo il quattro luglio. Quando i fratelli Coen, nel 2010, hanno deciso di realizzare un remake de Il Grinta, il loro progetto appariva semplicemente assurdo. Come gli era venuto in mente di mettere le mani su un tale caposaldo del cinema statunitense? Tutto nasce da quel libro di cui diceva prima, di Charles Portis.

Il Grinta con John Wayne è un ottimo film, ma un adattamento mediocre della fonte originale. Il vero protagonista de Il Grinta non dovrebbe essere l’anziano “Rooster” Cogburn, ma Mattie Ross, la ragazzina che lo ingaggia per dare la caccia all’assassino del padre. La versione di Henry Hathaway si prende, da questo punto di vista, grandi libertà creative. Che la storia dei Coen sia più rispondente al libro è un valore aggiunto, ma non è il fattore che ne determina la grandezza. Dove il film con Wayne presentava un western molto tradizionale, quando già film come Butch Cassidy erano impegnati nella decostruzione del genere, i Coen, paradossalmente avvicinandosi di più alla storia originale, restituiscono un prodotto innovativo.

La prospettiva della quattordicenne Mattie Ross è uno sguardo inedito nel mondo western, e, a dispetto del titolo italiano, è lei a dimostrare la maggiore grinta tra tutti i personaggi del film. Jeff Bridges, nel ruolo un tempo di John Wayne, regala una grande performance, ma senza rubare la scena ad un’azzeccatissima Hailee Steinfeld, che guida la pellicola. Qui si gioca tutto sui punti di vista: la stessa storia, attraverso occhi diversi.

West Side Story

Ariana DeBose in una scena del film remake West Side Story del 2021 e Rita Moreno in una scena del film West Side Story del 1961

Chi scrive vorrebbe premette che quando ha sentito Spielberg annunciare un remake di West Side Story nel 2021 ha pensato: “Certo che non ha proprio nulla da fare”. Se anche voi siete nel gruppo dei cultori del film 1961, avrete pensato pressappoco lo stesso. Per quelli che non hanno avuto la fortuna di vedere il musical dal vivo, l’adattamento del 1961 è l’unico vero West Side Story. E con performance con come quella di Rita Moreno (tra le rare detentrici di un EGOT, cioè un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony) e Natalie Wood, un remake è blasfemia, è un insulto.

Quindi, se il riadattamento di Spielberg è finito nella lista, potete star certi che si sia sudato e meritato il suo posto. Per i pochi ignari della trama di West Side Story, è Romeo e Giulietta nell’Upper West Side di New York. Montecchi e Capuleti sono Jets e Sharks, rispettivamente bande di immigrati europei e portoricani. Chi si interessa di questioni spinose come white-washing, potrebbe dirvi che il motivo per cui il film di Spielberg è migliore è che i componenti degli Sharks sono effettivamente attori di colore, e non bianchi che mettono su blackface (sì, persino la portoricana Rita Moreno fu costretta a dipingersi la pelle di colore più scuro) e discutibili accenti latini. Ma non è (solo) per questo che Spielberg è in lista.

West Side Story del 2021 è sì una storia d’amore, ma sullo sfondo di una feroce critica politica e sociale all’America degli anni ’50 e a quella di oggi. La polizia non si interessa della guerra tra bande, anzi, la incoraggia, nella speranza che si eliminino a vicenda. Il pezzo Gee, Officer Krupke assume allora un peso differente, da giocoso scaricabarile si trasforma in un rimprovero alla struttura statale che rifiuta di prendersi cura e responsabilità delle classi più povere. Osserviamo da vicino la gentrificazione che prende piede nella periferia newyorkese, il razzismo che colpisce più duramente gli Sharks che i Jets, le contraddizioni e le illusioni del sogno americano. La storia d’amore tra Tony e Maria diventa quasi un espediente per parlare della realtà che li circonda.

Per il resto, le performance musicali sono ineccepibili e Ariana DeBose fa onore al ruolo di Anita. Non ci sbilanciamo a dare un giudizio su quale versione sia la migliore, ma esortiamo gli scettici a dare al West Side Story di Spielberg una possibilità. Una della vostra schiera si è già ricreduta.

Per un pugno di dollari

Clint Eastwood in una scena del film Per un pugno di dollari e Toshirō Mifune in una scena del film La sfida del samurai

Se state pensando “hanno fatto un remake di Per un pugno di dollari? Ed è vagamente comparabile all’originale?”, la risposta è no. Per un pugno di dollari, di Sergio Leone, è il remake. Prendetevi pure un momento per elaborare l’informazione. È il 1961, e viene rilasciato un film su un combattente senza nome e senza passato resta coinvolto in una guerra tra famiglie. Quel film è La sfida del samurai, meglio conosciuto come Yojimbo, di Akira Kurosawa. Sergio Leone se ne invaghisce perdutamente e si procura una traduzione del copione, per poter mantenere la struttura del film originale, ma evitare di ricopiare le battute. Fu Sergio Corbucci ad affermare che Leone copiò il film di Kurosawa in moviola, modificandone prevalentemente l’ambientazione e i dialoghi.

Nel 1964, quando Per un pugno di dollari venne rilasciato con straordinario successo di pubblico, Kurosawa scrisse a Leone: “Signor Leone, ho appena avuto la possibilità di vedere il suo film. È un gran bel film, ma il è il mio film. Dato che il Giappone è firmatario della Berne Convention sul copyright internazionale, lei deve pagarmi.”. Leone pagò a Kurosawa il 15% degli incassi di Per un pugno di dollari, senza negare la sua operazione di plagio. E con questo curioso aneddoto non si vuole certo sminuire l’importanza del cinema di Sergio Leone, o il suo straordinario talento. Per un pugno di dollari resterà per sempre un caposaldo della storia del cinema e una delle più importanti pellicole per la rinascita del genere western.

Tutto questo era solo per dire che, quando accusiamo l’intera categoria dei remake di pigrizia e accusiamo i loro autori di essere semplici riscrittori…certo, volendo, uno può restare di questa opinione. Ma è bene che sappia contro chi e quali opere sta puntando il dito.

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