Il meglio del peggio di Venezia76

Si è da poco conclusa un'edizione della Mostra a detta di tutti piuttosto deludente. Forse hanno ragione o forse no, a noi importa solo che accanto al grande cinema anche quest'anno ce ne sia stato pure di pessimo. Così possiamo parlarne male.

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Venezia

N.B: Contiene spoiler. E l’autore dell’articolo prende le distanze da qualunque opinione espressa nello stesso.

Ad Astra di James Gray: Due ore di primo piano di un Brad Pitt contrito nello spazio che riflette sull’esistenza. Tutto per arrivare alla conclusione che l’uomo è solo ma dovrebbe cercare di non esserlo. Però notevolissimo per quanto un po’ inaspettato il momento delle scimmie assassine (giuro).

Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores: Ogni tanto fa ridere, ma sembra scritto da un ubriaco. Personaggi che hanno fretta ma abbandonano il cavallo per andare a piedi perché sì, genitori il cui figlio viene rapito ma si ricordano di chiamare la polizia solo a metà film, scrittrici che si stupiscono quando scoprono che un testo appena letto è loro, strip club elegantissimi in mezzo al deserto, trappole mortali sul fondo delle piscine. Non è Lynch e vorrebbe essere una commedia agrodolce sulla famiglia.

Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone: Eduardo De Filippo incontra Gomorra. Però De Filippo fa finta di niente e se ne va. Il protagonista dovrebbe essere un settantenne, ma l’attore c’ha quarant’anni scarsi e si perde un po’ il senso del tutto.

Wasp Network di Olivier Assayas: Thrillerozzo da Rai 1 dove ogni scena finisce con una dissolvenza al nero mentre i personaggi stanno ancora parlando o facendo cose. Evidentemente pure il montatore non vedeva l’ora che finisse.

Guest of honour di Atom Egoyan: Thrillerozzo da Rete 4 pieno di flashback con i bordi sfumati così si capisce che sono flashback. Le parti più interessanti sono quelle in cui David Thewlis controlla la condizioni igieniche dei ristoranti, il che è indicativo.

They Say Nothing Stays the Same di Joe Odagiri: Il film asiatico più asiatico che potreste mai vedere. Silenzi, folklore, simbolismi, lo scontro tra tradizione e modenità, il rapporto tra i giovani e gli anziani. L’unica cosa che manca è la qualità. Almeno credo, nessuno in sala è riuscito a vederne più di 7 minuti consecutivi prima di sprofondare in coma.

The Painted Bird di Václav Marhoul: Il giovanissimo Petr Kotlár deve aver fatto qualche sgarbo al figlio del regista, che ha chiaramente girato questo film ambientato al tempo dell’Olocausto solo per divertirsi nel torturarlo. Dico solo che se finiva ad Auschwitz gli sarebbe andata meglio.

No.7 Cherry Lane di Yonfan: All’inizio il film durava mezzora, allora Yonfan lo ha messo tutto al rallentatore e adesso dura più di due ore. Per la genialità dell’idea la giuria gli ha conferito il premio per la sceneggiatura.

Gloria Mundi di Robert Guédiguian: Ci sono bei film rovinati da pessimi finali. Per fortuna non è il caso di Gloria Mundi, che era piuttosto brutto anche prima dell’orrenda conclusione.

Vivere di Francesca Archibugi: Non importa quanto schifo tu faccia come marito e come padre, c’è sempre modo di redimersi. Il protagonista di Vivere riesce a fare moralmente schifo pure nella redenzione, eppure dovremmo perdonargli tutto perché è quello che ci dice il film.

Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra: Mark Rylance aspetta i barbari, invece arrivano Johnny Depp e Robert Pattinson che è pure peggio. Depp si capisce che è cattivo perché ha gli occhialini da sole tondi e non cambia mai espressione.

Ema di Pablo Larraín: La protagonista balla il reggaeton e fa sesso con tutti e dà fuoco alle cose, non sempre in quest’ordine. Boh.

Teatro Lyceum di Lou Ye: Una spy story senza tensione, che è un po’ come dire una torta Sacher senza cioccolato. Sarà che dopo 5 minuti non si capisce più niente.

Chiara Ferragni – Unposted: Mereghetti ha detto che sembra un film di propaganda nordcoreano. Ecco.

Irréversible di Gaspar Noé: Invece era reversibile. Gaspar Noé smentisce se stesso e inverte il montaggio invertito del suo film più controverso. E se già era piuttosto brutto prima, ora con una narrazione tradizionale non ha proprio più alcuna ragione di esistere.

Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang: Il cinema di Tsai Ming-liang è la vita con le parti interessanti tagliate. Tipo che c’è una zoppa che ci mette una decina di minuti a trascinarsi lungo un corridoio e lui te li fa vedere tutti, ma proprio tutti.

Festival di Venezia

CONTENUTI EXTRA: NON SOLO IL PEGGIO; O, IL MEGLIO MENO NOTO

Si è parlato ovunque e in tutti i modi dei film in concorso a questo Festival, soprattutto si è discusso molto dei premi, che hanno messo d’accordo tutti: non sono piaciuti a nessuno. Ma la Mostra non è fatta solo dalla ventina di film in gara per il Leone d’oro, perché ci sono altre sezioni che raccolgono piccole opere delle quali nessuno al di là del Lido sentirà mai parlare. Ecco, questa è l’occasione per nominare velocemente le cose più interessanti viste fuori dalla Sala Grande.

Scales di Shanad Ameen: È bello vedere come la rinascita di un cinema di genere che parla del presente interessi tutto il mondo. Scales è un fantasy horror arabo che porta avanti un importante discorso sulla condizione delle donne e sull’ambiente. Al netto di alcuni momenti di stanca, ci sono echi lovecraftiani e molto fascino nella messa in scena della giovane Ameen, un talento da tenere d’occhio per il futuro.

The Kingmaker di Lauren Greenfeld: Più raffinato di quanto potrebbe sembrare, è uno spaventoso ritratto il cui mellifluo surrealismo iniziale scivola nell’incubo, rivelando un poco alla volta l’orrore del passato e del presente delle Filippine, celato dietro la maschera naïf di Imelda Marcos.

Lingua Franca di Isabel Sandoval: Imperfetto, non sempre riuscito e con troppi cliché nonostante si occupi di un tema affrontato di rado nel cinema (le persone trans). Ma è fatto col cuore, e questo si vede tanto.

Boia, maschere e segreti: l’horror italiano degli anni sessanta di Steve Della Casa: Sentitissimo omaggio al cinema di genere, con alcuni contributi davvero acuti. Divertità gli appassionati e affascinerà i profani.

Blanco en Blanco di Théo Court: C’è molto Brady Corbet e un po’ di Paul Thomas Anderson in questo gelido racconto sulla visione e sulla violenza. Applaudito pochissimo, ma è uno dei migliori film dell’anno, non solo del Festival.

Corspus Christi di Jan Komasa: Film sulla religione e sulla religiosità che può piacere anche a chi è poco interessato a questi temi. La polonia rurale messa in scena da Komasa è un microcosmo di sentimenti cotrastanti, nei quali solo un personaggio contraddittorio come il protagonista può trovare un ordine, e un senso.

Leap of Faith: Wialliam Friedkin on the Exorcit di Alexandre O. Philippe: Fondamentalmente Friedkin che parla per quasi due ore. Ma lo si potrebbe ascoltare per giorni senza annoiarsi un minuto, quindi va benissimo così.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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