Tutto il mio folle amore: Salvatores ritrova parte del suo genio

Salvatores torna alle origini con un film capace di far riflettere, emozionare ma soprattutto sorridere: Tutto il mio folle amore.

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Trama

Vincent è un ragazzo di 16 anni afflitto da autismo. Da quando è piccolo Elena, sua madre, si occupa di lui insieme a Mario, editore di successo che si è sempre amorevolmente preso cura di lui in quanto compagno della madre, trattandolo come se fosse suo figlio.
Vincent, scoperta però l’identità del vero padre, mostra l’intenzione di conoscerlo, intenzione ben presto bocciata sul nascere dalla madre.
Le letture di Edgar Allan Poe a cui Mario sottoponeva il ragazzo sembrano aver fatto presa su di lui poiché, come il giovane ed intrepido Gordon Pym, decide di nascondersi sul retro del Pick-up di Willi (questo è il nome del vero padre) per intraprendere una nuova avventura.

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Il ritorno di Salvatores

Salvatores è un grande regista. Una particolarità del suo cinema è che è riuscito a rivestire molte delle sue pellicole di una sottile patina malinconia che ha contribuito a farlo apprezzare ad un vastissimo pubblico. Dopo anni poco produttivi il regista napoletano riesce a far provare nuovamente quel sentimento malinconico, seppur in maniera più positiva: Tutto il mio folle amore celebra la vita in tutte le sue imperfezioni, è un film capace di far sorridere.
Lo fa attraverso il viaggio, da sempre elemento di unione per chi lo intraprende, attraverso paesaggi desolati e comunità povere, lo fa attraverso la musica: Willi è un cantante che vive alla giornata e Vincent, di Don McLean, è la canzone che ha dato il nome a suo figlio, oppure A muso duro, capolavoro di Pierangelo Bertoli che, cantato insieme, diviene uno dei primi momenti di complicità tra i due protagonisti. Soprattutto però attraverso l’amore incondizionato che un padre, seppur assente per sedici anni, può scoprire di provare solo e soltanto per il proprio figlio.

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Inaffidabilità compatibile

Ho sempre pensato che l’aspetto più sorprendente dei legami umani sia l’intangibile. Quante volte sulla carta una persona sembra essere perfetta per noi, rivelandosi poi totalmente incompatibile o viceversa?
Nello specifico, quante possibilità ci sono che un musicista con problemi di alcolismo, a mala pena capace di gestire il proprio lavoro, possa prendersi cura di un ragazzo autistico?
Poche, molto poche. Ma in Tutto il mio folle amore l’intangibile fa il suo corso:
“Fase 1, trovare la macchina. Fase 2 trovare le chiavi. Fase 3 sperare che si accenda il motore.”
Questo modo di agire di Willi, estremamente schematico ma funzionale, dettato dalla sua scarsa affidabilità, si rivela particolarmente adatto a Vincent, che da subito inizia ad utilizzarlo con successo.

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Momenti di profondità

In Tutto il mio folle amore Salvatores è bravissimo a far provare simpatia per un personaggio fondamentalmente egoista e crudele come Willi.
Elena lo chiama al telefono per dirgli che se non riporta subito Vincent a casa lo denuncerà alla polizia e Willi, che aveva appena messo il ragazzo a letto, le risponde con una frase di una bellezza disarmante, che lo riscatta almeno parzialmente agli occhi dello spettatore: “Lui sta dormendo così tranquillo e io stasera non ho paura di niente.

Vincent con suo padre si sente autonomo, indipendente, meno diverso. Willi lo tratta come se il suo handicap non ci fosse, lo rimprovera, anche duramente, e lo responsabilizza se necessario. Gli parla con il cuore in mano, convinto (forse inconsapevolmente, ma questo poco importa) che Vincent possa capire tutto ciò che gli viene detto.
E quando tutto sembra girare per il verso sbagliato, Willi lo guarda negli occhi e proprio a lui, che di fortuna ne ha avuta così poca, dice: “Ricorda che dopo la grande sfiga arriva sempre la grande fortuna.

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Conclusione

Vincent Manzato, nato a Trieste. Il 13 Luglio del 2003, da Elena Manzato e adottato dal signor Mario Topoi.”
Questa è la cosiddetta “frase di sicurezza” di Vincent. La ripete quando è spaventato, insicuro, triste o smarrito. La ripete talvolta privandola del suo contenuto informativo, quasi fosse un asettico scioglilingua.
Il viaggio con il padre però cambia Vincent e la complicità creatasi con quest’ultimo è probabilmente il più profondo e sincero legame emotivo che il ragazzo sia mai riuscito ad instaurare nella sua giovane ma difficile vita.
Ed è così che più avanti quello scioglilingua apatico diventa progressivamente sempre più emotivo, fino a snaturare il rigoroso rituale della frase stessa, attraverso una piccola aggiunta che, almeno per Willipoi (soprannome affibiato a Willi da Vincent), rappresenterà tutto:
Vincent Manzato, nato a Trieste. Il 13 Luglio del 2003, da Elena Manzato e adottato dal signor Mario Topoi. E lui è il mio papà, Willipoi.”

Piaciuta questa recensione di Tutto il mio folle amore? Per altri articoli visitate il nostro sito, Ciakclub.

 

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