Il Trono di Spade: i nostri commenti appassionati sul finale di stagione

I nostri commenti su The Iron Throne, episodio conclusivo de Il Trono di Spade. Un'epica storia andata in onda per otto anni, ormai giunta al termine.

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Il Trono di Spade

Abbiamo scritto i nostri pareri a caldo sul finale de Il Trono di Spade. Quattro visioni diverse da quattro redattori diversi di CiakClub.it. Abbiamo scelto questa strada per commemorare il finale di una serie epica, andata in onda per ben otto anni. La prima stagione usciva, in Italia, l’11 novembre 2011. Un’era fa. Ecco le nostre conclusioni: buona lettura.

Attenzione, l’articolo che segue contiene spoiler.

Tiziano Angelo

Il Trono di Spade

Che piaccia o meno, Il Trono di Spade entra di diritto fra le migliori produzioni televisive di sempre. Inutile soffermarsi solo sul finale, The Iron Throne: è stato coerente, ricco di emozioni. Ha dato tanto spazio ai saluti e alla nostalgia, ma anche uno sguardo al futuro e alla malinconia, e meno tempo alla risoluzione dei conflitti violenti. È giusto così, è una serie la cui azione viene data dai dialoghi e dall’epicità drammatica delle musiche. Dai saluti, dalle parole e dagli sguardi. Delle serie così spesse, così stratificate e con così tante storyline, con incroci di sguardi così potenti e ricchi di vissuto di anni e storie, non se ne faranno più; ormai, nella serialità moderna, si da più spazio alla velocità di consumo e poco alla memoria, poco all’inconscio collettivo. Diciamo addio ai vari Breaking Bad o Mad Men, così come diciamo addio a Il Trono di Spade. Era giusto godersi, come raramente accade, questo finale atteso otto anni tutti insieme appassionatamente. Mai così tanto, mai come questa volta. Forse l’ultima. Il finale di una serie che, tutto sommato, rappresenta un modo di fare televisione “vecchio stampo”, anche se detta così sembra assurdo. Netflix non produrrebbe mai uno show del genere.

Ogni personaggio, alla fine, ha preso la strada che doveva prendere. Quella più giusta per ognuno di essi. Quella più dignitosa. La scelta di Bran come nuovo re di Westeros è quanto meno sensata, sebbene non sia di certo il personaggio più carismatico de Il Trono di Spade. Parlavamo di storie, appunto, che sono il vero motore di questo show: più della violenza, più della politica, più di ogni altra cosa. Le storie, la memoria. Dunque Bran, custode di ognuna di essa, sembra proprio essere l’uomo giusto.

È su Tyrion e Sansa, tuttavia, che vorrei chiudere il mio commento. Il pianto drammatico del Lannister per i fratelli sepolti è una delle scene emotivamente più potenti di tutte le otto stagioni. Complimenti a Peter Dinklage per la prova attoriale. “Il folletto” si conferma, con la sua diplomazia e le sue riflessioni, il vero personaggio centrale de Il Trono di Spade. È il più nobile rappresentante della politica e della saggezza, così come dell’amore, con i pregi e i difetti che quest’ultima comporta. Senza nulla togliere alle storie sentimentali sfortunate e sanguinose di Jon, prima con Ygritte e poi con Daenerys.

Sansa, invece, è emozionante vederla finalmente risolta, finalmente Regina del Nord dopo l’inferno che ha vissuto: per sviluppo nel lungo periodo e caratterizzazione, insieme a Jaime, è probabilmente il personaggio meglio riuscito della serie. Ecco perché, dopo tutto, un po’ tifavo per lei. Queen in the North. Finalmente.

Giacomo Lenzi

Il Trono di Spade

Game of Thrones è morta. Lunga vita a Game of Thrones.

Dopo 8 stagioni ci saluta per sempre una delle serie più importanti della storia della televisione. Un evento che, come dimostrano i dati per l’ultimo episodio (20 Mln di persone, a cui vanno aggiunti gli streaming illegali), non è paragonabile a niente di quello che lo aveva preceduto. Questo deriva in parte dal fatto che GoT si è sviluppato ed è cresciuto assieme alla diffusione dei social network. In parte invece per la natura stessa del prodotto di casa HBO: personaggi carismatici, colpi di scena spiazzanti, una storia che si prestava molto alle teorie dei fan. Game of Thrones ha però anche altre caratteristiche dominanti. È una serie fortemente politica ed allo stesso tempo è un’opera di genere (fantasy). Ha una storia intricata e complessa, una marea di personaggi, ambientazioni e storyline secondarie. Va da sé che un prodotto di questo tipo incontra naturali difficoltà nel momento in cui deve trarre delle conclusioni. Sia perché deve rispondere alle aspettative (altissime) di un enorme pubblico generalista convinto che la propria conclusione sia quella giusta. Sia perché oggettivamente è difficile portare al termine un percorso così articolato senza tralasciare nulla.

Per chi scrive Benioff e Weiss (da ora D&D) hanno fatto un più che egregio lavoro. Sono partiti con migliaia e migliaia di pagine dei libri di Martin come base per poi ritrovarsi con un finale (indicato) da raggiungere ma senza suggerimenti chiari su come arrivarci. Allo stesso tempo il tipo di produzione scelta per le ultime due stagioni non ha certamente giovato alla coesione ed allo sviluppo narrativo necessario all’enorme mole che rappresenta Game of Thrones. Preso atto di tutte queste considerazioni quindi cosa rimane? Restano sicuramente dei difetti in questo ultimo arco narrativo. Difetti su cui però pochissime critiche del Grande Pubblico si sono basate. Tutti infatti si sono concentrati molto più sul “cosa” e molto poco sul “come”. È evidente che il “come” siano avvenute certe svolte abbia un problema legato alla fretta ed alla (parziale) poca cura. Tutti quanti invece si sono abbattuti, a suon di ridicole petizioni, sul “cosa”. E questo solo ed esclusivamente perché si erano immaginati una fine differente per i propri eroi o per le proprie eroine. Ve li immaginate quelli che hanno chiamato la propria bambina Daenerys o Khaleesi (ignorando crocifissioni ed altri gesti misericordiosi simili) a guardare la 8×05? Risulta quindi prevedibile lo sconcerto da parte di una certa fetta di pubblico impegnato a tifare un personaggio piuttosto che a guardare una serie tv. Reazioni che gli autori, visti i dialoghi metatestuali di Tyrion dell’ultimo episodio, erano ben consci di incontrare. Venendo al dunque e dando un vero parere posso dire che l’ultimo ciclo di Game of Thrones (o Il Trono di Spade) è un prodotto più raffinato di quello che le lacune dovute alla fretta possano far sembrare. Una stagione che rimarrà alla storia grazie ad una messa in scena sontuosa (in cui la 8×03 regna) e ad una chiusura piuttosto logica della maggior parte degli archi narrativi dei personaggi.

Ma vorrei ricordare, infine, che una serie si giudica nella sua interezza. E da questo punto di vista mi sento di ringraziare i due showrunner per averci regalato l’evento del decennio. Sono sicuro che, una volta spente le reazioni a caldo, mancherà anche ai più critici.

Alberto Candiani

Il Trono di Spade

 

Parlare di The Iron Throne, l’episodio conclusivo de Il Trono di Spade, comporta inevitabilmente fare riferimento all’intera stagione nonché all’intera serie. E questo sembrano saperlo bene anche Benioff & Weiss (qui sia sceneggiatori che registi), che ci offrono una conclusione che, per quanto lasci un po’ di amaro in bocca per “quello che avrebbe potuto esserci ma non c’era”, cerca di dare dignità ad ogni personaggio sulla scena, noi compresi.

L’episodio si porta con sé, indubbiamente, tutti i punti deboli emersi in questa stagione. I fili della matassa forse erano troppi da tenere insieme. E far combaciare tutto quanto con il poco tempo a disposizione e un’azione che doveva impellentemente svolgersi, risultava un’impresa che si è rivelata alquanto ingestibile.

Nonostante la fretta nel voler sbrogliare il maggior numero di fili, cosa che intacca la carica emotiva di alcune sequenze, infatti, The Iron Throne ci riporta alla memoria le sottigliezze a cui la serie ci ha abituato. In particolare, i primi 40 minuti danno riverbero ad una serie di echi lontani e ci ricordano la potenza dei piccoli gesti o la misura delle parole utilizzate. Esemplificative sono poi alcune scene. Tyrion che scopre i cadaveri dei fratelli, il dialogo sul dovere e l’amore tra lui e Jon (ormai non più Aegon) e il “they don’t get to choose” di Daenerys che si rivelerà la sua pietra tombale.

Il concilio con i maggiori esponenti del regno (o della serie?!), indetto dopo la morte della Madre dei Draghi, invece risulta una leggera caduta di stile. Esso porta con sé, purtroppo, più interrogativi e questioni al limite della coerenza rispetto a quelli che vuole risolvere. Ma questa volta non ci sentiamo di condannare del tutto queste ingenuità. In fin dei conti, come diamine si poteva chiudere Il Trono di Spade? E non intendiamo dal punto di vista meramente narrativo, ma in quanto fenomeno globale d’intrattenimento degli ultimi 10 anni che è stato.

E per quanto riguarda questo ultimo punto, a nostro parere, questo episodio finale non poteva essere una chiusa migliore. Per una volta tanto, infatti, dovremmo essere grati a quell’odiatissimo fanservice e accoglierlo come una sorta di ringraziamento. Un ringraziamento che sta tutto nelle parole che Tyrion, per l’ennesima volta, utilizza per giustificare la nomina del nuovo Re dei Sei Regni. Quello che si va a celebrare, non sono intrighi, potere, armi o denaro, ma la Storia in sé, metaforicamente incarnata da Bran (Lo Spezzato), il personaggio meno “attivo” dell’intera serie.

E in definitiva tutti noi, nel bene o nel male, siamo parte di questa Storia. Se siamo arrivati fino a questo punto, siamo sicuri che ognuno di noi è riuscito a riconoscersi nelle parole del saggio Lannister. Insomma, abbandoniamo le armi e i recenti rancori di queste ultime stagioni. Piuttosto guardiamoci indietro. È lo stesso Jon a suggerirci di farlo dopo aver varcato quel portone sull’ignoto al di là della Barriera, un portone che si è aperto nel lontano 2011 e che ora, ciclicamente, si chiude. Ma noi ne abbiamo orgogliosamente fatto parte!

Tristano Effrena

Il Trono di Spade

Con l’uscita di scena di George RR Martin dalla scrittura, la versione HBO di Game of Thrones ha definitivamente rinunciato alle caratteristiche che ne avevano fatto un prodotto innovativo sul mercato della tv d’intrattenimento. Il freddo, realistico, cinismo con cui Martin raccontava di una natura umana meschina, dell’ipocrisia delle convenzioni sociali e degli arbitri del potere contro cui nessun eroe può (o ha interesse) ad intervenire, ha ceduto il posto al commento morale o ad una comune retorica.

Forse è accaduto a Game of Thrones ciò che è accaduto già ad altre serie, influenzate dalla vox populi che dai social network si fa sempre più incalzante, ma ciò che ne è derivato è una serie tv che ha perduto il suo coraggio peculiare.
Questa ottava stagione ha infatti confermato il basso profilo della scrittura, in aperta contraddizione con l’eccellenza tecnica che nonostante tutto, mantiene Game of Thrones nell’Olimpo delle serie tv.

In questa ultima stagione, infatti, a trionfare è la morale dualistica del bene e del male che non risparmia i “cattivi”. Ramsay Bolton, Walder Frey, Il Re della notte, Cersei, Euron Greyjoy e infine Daenerys tutti muoiono per scontare la loro crudeltà e a ucciderli è il bene.
Il bene a Westeros è incarnato dagli Stark, questo ormai è indubbio, senza dimenticare che si tratta comunque di un bene di principio che ha dovuto all’occorrenza cedere al male, pur di preservare se stesso. Ma persino questa identificazione massima degli Stark con il bene è il frutto di una scrittura che non tiene conto di tutte quelle sfumature che hanno reso grande la letteratura di Martin.

La chiave di lettura di questo sesto e ultimo episodio è nella frase del Maestro Aemon riportata da Jon Snow: “L’amore è la morte del dovere” così come ribaltata dal folletto: “A volte il dovere è la morte dell’amore”. Il dovere è uccidere la donna che si ama per un bene superiore, dovere è rinunciare ad una vita irresponsabile per assumere il ruolo di Primo Cavaliere. Dovere è tramandare le storie, intessute dall’odio, dalla rivalità, dal potere ma anche dall’amore degli uomini. La proposta di Brandon Stark lo spezzato, è quella di un uomo che intorno a sé vede solo macerie, che ha conosciuto la stoltezza degli uomini e si appella alla saggezza della storia. I Lord che accettano hanno di fronte a loro un continente da ricostruire e la guida di un ragazzo che “non potendo più camminare, imparò a volare”.
Un finale per nulla scontato ed in linea con la poetica moralizzata del bene che trionfa sul male solo a costo di un grande sacrificio.

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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