I tre punti di vista di uno dei migliori registi italiani: Paolo Virzì

In occasione dell'uscita de Il capitale umano e La pazza gioia su Netflix, vi presentiamo il regista Paolo Virzì attraverso tre delle sue opere.

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In occasione dell’uscita de Il capitale umano (10 maggio) e de La pazza gioia (17 maggio) sulla piattaforma streaming Netflix, la redazione di CiakClub ha deciso di rendere omaggio al padre di queste e molte altre pellicole, Paolo Virzì, cercando di analizzare e riportare il suo particolare occhio da osservatore e la sua penna inconfondibile. E per fare ciò prenderemo di riferimento tre lungometraggi estremamente differenti fra loro, ma allo stesso tempo molto vicini: Il Capitale umano (2013), La pazza gioia (2016) ed Ella e John – The Leisure Seeker (2017).

Il Capitale umano (2013)

paolo virzì

La trama inizia a sviscerarsi a partire da un incidente stradale in una cittadina brianzola alle porte di Natale, in cui un ciclista rimane investito da un Suv. Da tale avvenimento le vite delle famiglie di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), top rider della finanza e di Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), un immobiliarista in fallimento, subiranno un radicale cambiamento e si incroceranno.

Virzì per compiere questa opera prende spunto dall’omonimo romanzo di Stephen Amindon, il quale si ritroverà successivamente in Ella e John per la riscrittura in lingua inglese ed il riadattamento della sceneggiatura.

Passando ai dettagli stilistici, Il capitale umano si discosta da quella che solitamente è la colonna portante di Virzì, che, invece, ritroveremo a pieno titolo, ad esempio, nell’opera successiva. Questo lungometraggio diviso in capitoli, infatti, porta con sé un quadro piuttosto amaro, unendo come sempre la commedia al dramma, ma dando maggior risonanza a quest’ultimo. In modo particolare, il regista toscano perfettamente capace di mescolare elementi dai toni decisamente angoscianti e desolanti a quelli spensierati e gioiosi, qui decide di immergersi nel buio della società e dell’essere umano, cercando comunque di trovare l’essenza dell’individuo. I soggetti sono tutti singoli che “hanno scommesso sulla rovina di questo Paese. E hanno vinto”, sono lacerati dagli interessi e dalla scalata al potere, bendandosi gli occhi dinanzi alla corruzione o prendendo parte a quel gioco sporco.

Rimanendo ancorato alla realtà, Il capitale umano è il film di Virzì che racchiude meno tratti poetici di tutti: il sottofondo noir, la classe intellettuale dalle righe volgari, il cameriere “capitale umano” simbolo del misero valore economico e la speranza riposta sui giovani che pagano lo scotto degli adulti, ma che comunque sono affascinati da quel mondo, sono alcuni dei topoi che si riscontrano. Carattere simile per le sfumature nere, ma non sovrapponibile, che si ritrova anche in Caterina va in città (2003), in cui prevalgono le classi sociali ed il padre (Sergio Castellitto) sprofonda nella più desolante frustrazione. La scommessa sull’essere umano muore lentamente quando gli interessi economici prendono piede.

La pazza gioia (2016)

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Questa è la storia di due donne, Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti) che si conoscono in una clinica per il trattamento di disturbi psicologici, Villa Biondi, nei pressi di Pistoia: la prima atteggiandosi a gran signora sembra essere giunta lì per caso, mentre la seconda, decisamente più giovane e meno estroversa, custodisce dentro di sé uno dei maggiori dolori che una madre possa ricevere. Nonostante le differenze colossali delle due, Beatrice e Donatella stringono una forte amicizia che le porterà a fuggire, quasi per gioco, dalla clinica che le ospita e si ritroveranno alla scoperta di bellissimi luoghi della Toscana e delle verità che si celano dietro le loro vite.

La pazza gioia, paragonato da molti alla pellicola del 1991, Thelma & Louise, prende vita da un’immagine iconica nata sul set de Il capitale umano: la Ramazzotti, ex moglie ormai di Virzì, era andata a trovare a sorpresa il marito e venne accompagnata dalla Bruni Tedeschi da un’area all’altra del luogo. Virzì racconta che le due procedevano piccole piccole, una davanti all’altra e mentre la Bruni Tedeschi le dava la mano per condurla, la Ramazzotti procedeva con fiducia mista a paura. Questa immagine dalle note dolci e suggestive fece inizialmente venir la voglia a Virzì di mollare il set de Il Capitale umano per girare l’inquadratura di quelle due donne bellissime da osservare (cosa che non fece), per poi conservarla nella sua mente ed utilizzarla per dar vita a questo lungometraggio tre anni dopo.

Con La Pazza gioia, Virzì abbandona gli intrighi ed il malaffare de Il Capitale umano, tornando al suo stile dalle note dolci e malinconiche all’italiana, che avevano ad esempio contraddistinto La prima cosa bella (2010), anch’esso girato nelle terre di origine del regista.

Il cineasta livornese è dotato di componenti realistiche: personaggi, temi cardine, dialoghi ed più in generale i mondi che descrive sono vicini alla quotidianità e alla realtà dei fatti. Legato ai suoi amati luoghi, Virzì impone l’accento toscano ai suoi personaggi ed il fulcro centrale è la famiglia che, come una matassa, prima di scioglie, poi si aggroviglia, ma alla fine si dipana. La pazza gioia è l’unione di tutto ciò che si ritrova sotto la definizione di dolce e di amaro: è tremendamente malinconica, ironica, sensibile, delicata e gentile e allo stesso tempo cinica e senza cuore, con uno sguardo sincero verso ciò che è considerato malattia, ma che, a volte, può essere semplicemente sofferenza. E questo velo di tenerezza è perfettamente rappresentato da quei colori pastello che dominano la scena di una Viareggio senza tempo e da Senza fine, la colonna sonora che porta la voce di uno dei più grandi maestri di sempre, Gino Paoli. Per altro, non a caso, la sceneggiatura è scritta a quattro mani con Francesca Archibugi, la regista de Il nome del figlio (2015) in cui Micaela Ramazzotti partorì veramente la sua seconda figlia, Anna.

Ella e John – The Leisure Seeker (2017)

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La scelta di citare e quindi analizzare questa terza pellicola risiede nel fatto che è l’unica girata all’estero e con attori non italiani. Esattamente come molti altri prima di lui, anche Virzì si è cimentato in un salto ad Hollywood prendendo “in prestito” due mostri sacri del cinema come Helen Mirren e Donald Sutherland.

Riadattamento cinematografico del romanzo In viaggio contromano del 2009, il film tratta le vicende di Ella Spencer (Helen Mirren) e John Spencer (Donald Sutherland), due teneri anziani che decidono di scappare di casa e soprattutto dalle cure mediche (lei è afflitta da un cancro e lui da Alzheimer) per potersi godere gli ultimi anni della loro vita insieme. Con il loro camper anni ‘70 soprannominato The Leisure Seeker iniziano a percorrere un viaggio verso Key West, in cui si trova la residenza-museo dello scrittore preferito di John, Hemingway, lontano da tutto e da tutti.

Virzì chiarisce fin da subito di voler evitare tutti i clichè ed i paesaggi turistici, motivo per cui lo scenario nel quale si colloca il lungometraggio è quello della Route 1, meno celebre rispetto ad altre strade e di voler raccontare una storia semplice, racchiusa in pochi personaggi. Ancora una volta una fuga, dai toni sicuramente differenti rispetto ai precedenti. Questa è un’avventura a pieno titolo on the road per allontanarsi da coloro che vorrebbero rinchiuderli dentro cliniche ospedaliere e per potersi riscoprire e ritrovare i luoghi del passato. A dare vita a questa sconvolgente scelta è Ella che trascina il marito nel vortice della peripezia, esattamente come Beatrice con Donatella. Ma fra le due pellicole vi è una differenza colossale: Ella e John è un film programmato per piangere. Appena inizia la proiezione, lo spettatore capisce fin da subito che non avrà scampo in questo senso. Ella e John è tremendamente triste, come d’altra parte lo erano anche le altre opere, ma a questo giro mancano quelle note tipiche di Virzì che fanno sì che oltre ad un vuoto incommensurabile, lo spettatore si porti a casa anche tanto amore e tanta tenerezza. Manca quella malinconia che aveva contraddistinto fino a questo momento il regista. Detto in termini poco aulici e decisamente poco romantici, se ne La prima cosa bella, ad esempio, siamo straziati da quelle vicende familiari destinate a finire male, ma allo stesso tempo gioiamo, qui no.

Con questo non si intende sminuire la grandiosità di Virzì, anzi, il film è decisamente un’opera completa e sensazionale, ma si vuole semplicemente mettere in evidenzia una netta differenza con le altre. Ma d’altra parte questo cambio di registro non è accaduto solo a questo regista. Un esempio lampante può essere posto con Gabriele Muccino, il quale nel 2006 decise di sbarcare in America portando sul grande schermo La ricerca della felicità, a cui seguirono Sette anime, Quello che so sull’amore e Padri e figlie. Bene, La ricerca della felicità come i seguenti, è un film dalla portata decisamente sublime, che rimane impresso nei nostri cuori e nella nostra mente. Ma è un’opera senza firma. Il Muccino delle tragedie familiari, delle urla e del pathos reso da attori teatrali viene a mancare completamente.

Paolo Virzì, da La bella vita (1994) a Notti magiche (2018) ha segnato la storia del cinema italiano portando sul grande schermo uno spaccato di realtà paesana mista a simpatici drammi familiari e sociali ed è senza dubbio uno di questi registi che l’Italia può vantare di avere e custodire con gelosia. Per questo motivo consigliamo a tutti coloro che ancora non avessero avuto la possibilità di farlo di gustarvi su Netflix Il capitale umano e La pazza gioia e di apprezzare, come noi, lo stile agrodolce del regista livornese.

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