Tutti gli uomini dei registi: Sorrentino e Servillo

La nuova rubrica "Tutti gli uomini dei registi" si prefigge lo scopo di andare a scovare i matrimoni cinematografici più riusciti di sempre. Oggi vi presentiamo quello fra Sorrentino e Servillo!

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Si sa, squadra che vince non si cambia. E questo vale anche in parte per i registi: alcuni si divertono a cambiare attore per ogni film, un po’ come se fosse una carta usa e getta, altri invece sembrano affezionarsi e ripresentare sempre i soliti. Insomma, una volta trovata la ricetta giusta, non osano cambiare nessun ingrediente. E come non comprenderli.
È proprio da questo punto di partenza che nasce la nostra nuova rubrica: tutti gli uomini (e donne) dei registi. L’intento sarà proprio quello di andare a sbirciare fra i matrimoni cinematografici più celebri e più riusciti di sempre. Uno alla volta, senza pietà.

Il primo che vogliamo proporvi è quello fra Paolo Sorrentino, uno dei registi italiani che ci ha regalato il Premio Oscar come Miglior film straniero nel 2014, e Toni Servillo. La scelta è ricaduta (inevitabilmente) su di loro per omaggiare a pieno titolo l’ultimo italiano che è riuscito a conquistarsi la più importante statuetta del cinema. Ma prima di arrivare a quel magico momento che tutti ricordiamo, ripercorriamo dall’inizio questa fantastica storia d’amore.

“Cosa ti piace di Sorrentino?” “Il coraggio e la libertà. Il coraggio di mettersi in gioco sperimentando un linguaggio con cui racconta il cinema e fa le immagini, che è sempre sorprendente. E la libertà, perché è personale, al riparo da ideologie, prendendosi anche dei rischi, da diktat. È molto libero e questo produce quel fascino misterioso del cinema, di chi sa fare immagini e riesce con le immagini a darci suggerimenti sulla realtà a cui noi non avremmo mai pensato prima, a farci vedere cose che con gli occhi non riusciamo a vedere”.

1. L’UOMO IN PIÙ (2001)

Sorrentino

Era il 2001 quando un Sorrentino trentenne, con L’uomo in più, sbarca per la prima volta nei cinema italiani e si aggiudica subito, l’anno successivo, il Nastro d’argento come miglior regista esordiente, “racimolando” per altro anche tre candidature per il David di Donatello. E sarà proprio questa pellicola che segnerà lo sposalizio fra i due. Da una parte, un Sorrentino con una profonda indolenza partenopea (come lo descrive il suo degno compare) ed una creatività infinita che viene sprigionata fin da subito. Dall’altra, un Servillo che già era un attore di teatro affermato e che si stava costruendo una carriera cinematografica con un altro grande regista, Mario Martone, padre, fra gli altri, di Capri-revolution.

Ma come ogni coppia che si rispetti, l’inizio fu connotato da un lungo corteggiamento e tanta pazienza. Sorrentino, che aveva scritto la sceneggiatura insieme a Nino Bruno ed il fratello di Toni, Peppe Servillo, scalpitava affinché l’altro la leggesse. Ma mentre le lancette dell’orologio andavano avanti, Servillo continuava a non interessarsi. Fu allora che Sorrentino lo fece chiamare per comunicargli che non ci fosse più bisogno di lui, ormai sostituito da un altro attore. Ma era tutta una simpatica burla. Un po’ come quando si fa sapere all’ex che stiamo frequentando qualcun altro: il risultato è garantito. Servillo non fece passare altro tempo, chiamò subito Sorrentino e gli disse “è una bella sceneggiatura, peccato farla fare a te che non hai ancora fatto niente come regista. Dalla ad un regista capace”. Così nacque la prima creatura cinematografica dei due ed il primo ruolo da protagonista assoluto per Servillo.

Con L’uomo in più, Sorrentino sfoggia fin da principio le caratteristiche del suo stile inconfondibile, che mano mano si perfezionerà e si affinerà, dando vita ad opere d’arte inestimabili. Questa è la storia di Tony Pisapia (interpretato da Toni Servillo e musa ispiratrice per il romanzo Hanno tutti ragione del 2010), cantante destinato alla deriva con un passato e presente piuttosto trasgressivo, e quella di Antonio Pisapia (Andrea Renzi), allenatore di calcio che deve affrontare il suo declino a causa di un incidente. Due vite che si uniscono e che si lacerano contemporaneamente. Insomma, l’essenza dell’essere umano, a volte anche contornata da simpatici e maligni eccessi che si concede l’individuo, inizia piano piano a farsi spazio e divenire il tema centrale del regista. Mentre Servillo non delude (mai) le aspettative del suo paladino e del suo pubblico. Il suo sguardo superlativo, la sua cadenza napoletana che si intravede e non viene mai volutamente nascosta e quel fascino prorompente che lo contraddistinguono, diventano come un tuono sul grande schermo.

2. LE CONSEGUENZE DELL’AMORE (2004)Sorrentino

La sintonia e la sinergia dei due continua e tre anni dopo il debutto, Sorrentino ci propone Le conseguenze dell’amore che conquista subito il pubblico e si aggiudica cinque David di Donatello.

Le vicende di Titta di Girolamo, un uomo dalla vita piatta e priva di colori, eroinomane ma solo di mercoledì, che fa parte della “setta degli insonni”, per cui la sua unica ossessione è addormentarsi, cambia rotta quando un giorno decide di iniziare a parlare con la barista dell’hotel in cui vive da anni. L’intreccio è ancor più profondo de L’uomo in più: mafia, amore e pericolo, danno una botta di vita alla sedentarietà del protagonista e dell’uomo medio che si accontenta, molto banalmente, di vivere. Le conseguenze dell’amore è una botta di vita alla paralisi dell’individuo, che si è stazionato ed abituato alla monotonia. È un numero improponibile di sigarette che imperano sulla noia mortale ed un’unica fatale via di scampo. Servillo, con la sua sconvolgente pacatezza e gentilezza, entra nel vivo di tutto ciò, prima in punta di piedi, poi con energia vitale, senza comunque mai disturbare. Ma questa solitudine umana è solo l’anticamera di quello che l’attore feticcio, in seguito, ci proporrà.

3. LA GRANDE BELLEZZA (2013)

2 marzo 2014. Il Dolby Theatre di Los Angeles è gremito e la notte degli Oscar prende vita. Seduti fra tutti i candidati ci sono loro, Paolo Sorrentino e Toni Servillo. Giunge il momento della premiazione come Miglior film straniero e La Grande Bellezza si aggiudica la statuetta d’oro, sbaragliando la concorrenza.

Come nasce La Grande Bellezza? Sorrentino, in realtà, avrebbe voluto fare questo film vent’anni prima, quando da ragazzo lavorava a Roma e notava che il mondo frequentava salotti e feste squallide che allo stesso tempo trovava meravigliose e suggestive. Con questa esperienza, il regista, crea un archivio di uomini che tentano di rimorchiare ragazzine, contesti misteriosi come la televisione, la politica e la mondanità, molto lontani da tutto ciò a cui era abituato con Napoli. I personaggi nascono dalla realtà, mescolando persone, altri sono di pura fantasia. Usa, poi, i suoi trucchi magici per dare rotondità ad un personaggio.

La Grande Bellezza è di gran lunga definibile un’opera d’arte completa. È l’apoteosi del significato dell’essere umano. È un’immagine continua di poesia, in cui lo spettatore si perde e si ritrova. È l’apologia dell’essenza e la disfatta del mondo privo di consistenza. Una Roma bigotta, austera, in cui prevale nettamente la società del niente viene contrapposta alla ricerca del senso di sé, della propria identità e della propria bellezza. La Grande Bellezza è una critica velata a volte ed esplicita altre, ironica e tremendamente realistica alla nullità, all’apparenza, a tutto ciò di cui ci circondiamo che però ha il valore di zero spaccato. Vite rarefatte in una società in declino.

Ancora una volta, lo spettacolo della ricerca di questo senso, è magicamente interpretato e personificato da Servillo, che dà il meglio di sé con il personaggio di Jep. Uno scrittore che frequenta i salotti radical chic della Roma bene dediti alle feste più sfarzose, in cui piovono alcol e droga, il quale cerca in tutti i modi di ritrovare il nucleo centrale della sua presenza a questo mondo e distaccarsi dalla pochezza umana. Una Roma che si stupisce e rimane impressionata dalle performace più teatrali che artistiche e di poca consistenza messe in atto da pseudo-artisti che probabilmente non sanno neanche quello che fanno. Jep tenta di distruggere quel castello di bugie che ogni giorno ci raccontiamo per crederci migliori e ci riporta alla realtà: “Stefa’, madre e donna, hai 53 anni e una vita devastata, come tutti noi. E allora invece che farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro, o no?”

4. IL DIVO (2008) e LORO (2018)

SorrentinoSe notate bene, abbiamo volutamente saltato una pellicola, datata 2008, Il Divo. La motivazione di questa scelta, risiede nel fatto che circa dieci anni dopo l’uscita del film sulla vita di Giulio Andreotti, Sorrentino porta sul grande schermo, quella di un altro personaggio politico e pubblico, Silvio Berlusconi. Il Divo e Loro sono due film estremamente lontani, ma al contempo enormemente vicini.
L’assunto di partenza è sempre il medesimo, ma questa volta il punto di vista cambia. Ma come? Servillo ne Il Divo diviene un’imperdibile caricatura di Andreotti: gobbo, orecchie visibilmente a sventola, una camminata a “gambe chiuse”, lo stesso quantitativo di rughe di un carlino e mani rigorosamente intrecciate. Ma la sua faccia di gomma è perfetta per prestarsi al gioco di Sorrentino e nel 2018 diviene un esilarante, malinconico e profondamente solo Berlusconi. Se ne il Divo, Andreotti è un personaggio ed attore “riservato”, in Loro, il corpo è al centro, fino a divenire un vero oggetto di ossessione, sia per chi lo ha votato sia per chi lo odia profondamente. Ma facciamo ordine.

Detto francamente, a Sorrentino di tutti i fatti di cronaca interessa molto poco. Ancora una volta si parla della vita. Andreotti, come Berlusconi, a prescindere dalle idee politiche di ognuno di noi, sono due politici e personaggi che hanno segnato la storia di questo Paese, nel bene o nel male. Mentre ne Il Divo, Sorrentino, rimane più ancorato a date ed eventi, in Loro, diviso in due episodi, il regista si svincola da questi. Qui, il solo interesse è tutto ciò che troviamo dietro ad una maschera mediatica e politica, tutto ciò che fa breccia nei cuori, forse, di pochi e che passa sempre in secondo piano. Ma questo punto di interesse giunge allo spettatore lentamente.

Sorrentino

Il primo tomo di questo sapiente capolavoro vede appena la figura di Berlusconi e si concentra totalmente su una società, ancora una volta, dalle sembianze un po’ malate. Quella società che tenta continuamente le scalate vertiginose che conducono al successo ed alla potenziale gloria, fregandosene altamente dell’essenza umana. Il secondo, invece, è completamente incentrato su di lui, che è prima di tutto un uomo, un marito ed un padre, il quale cerca in tutti i modi di sentirsi ancora vivo attraverso la politica e l’arte della dialettica. Il suo matrimonio con Veronica Lario (Elena Sofia Ricci, recentemente premiata con il David di Donatello proprio con questo film), sta tramontando giorno dopo giorno. Lacerati dal ricordo di quello che erano un tempo, lei gioca a fare l’intellettuale un po’ naif, lui le ricorda di quanto fossero belli quando ballavano accompagnati dalle note di Domenica bestiale.

Ed è qui che si ritrova Sorrentino: il personaggio che scava nella sua memoria e nei suoi sentimenti per ritrovare se stesso, mentre loro vogliono trovare lui. E in tutto ciò, allora, chi sono loro? Loro sono tutti. Loro siamo anche noi. Loro è il desiderio di sedere accanto a. Il Divo, certamente meno poetico, ma al contempo altrettanto crudele, è il precursore di co’ tanto splendore. Quell’Andreotti roso dall’emicrania, che è completamente mangiato dalla sete di potere: “Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io”. Quello stesso Andreotti che non va in chiesa per parlare con Dio, ma con i preti, perché “i preti votano, Dio no”.

Probabilmente è una frase un po’ forte questa, ma noi crediamo che un Sorrentino senza Servillo sarebbe incompleto, esattamente come un Servillo senza Sorrentino. Un’unione talmente viscerale che è lo stesso Sorrentino a dichiarare di dare consigli agli altri registi, quando glielo domandano, su come lavorare con Servillo: “Toni non ama gli indecisi: se non sapete fate finta”. Il sentimento sorrentiano e di conseguenza il suo obiettivo cinematografico, è a tratti semplice, ma favolosamente contorto e Servillo è l’uomo (giusto per seguire l’intento del maestro) che sa meglio dare vita ed armonia a tutto questo. È la sua parte mancante che lo riporta con i piedi per terra quando viaggia nel suo meraviglioso mondo fatto solo di estro. È la voce narrante della sua mente, che agli occhi di chi lo ascolta, appare quasi volante. Sono i padroni di un cinema vero, che si discosta da quello finto impegnato che in molti tentano di imitare. Servillo è l’interprete perfette per quelle lunghe camminate che ogni volta Sorrentino mette in scena; quei monologhi interiori dalla cadenza regolare che giungono come un pugnale al cuore di chi osserva ed ascolta. Un matrimonio, dunque, che ci ha regalato grandi emozioni e profonda verità e che speriamo duri per sempre.

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