I film che segnano un cinefilo: 3, A qualcuno piace caldo

A qualcuno piace caldo, classico della commedia di Billy Wilder, usciva 60 anni fa. Ne approfittiamo per parlarne nella nostra rubrica.

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A qualcuno piace caldo

Grandi classici, cult, capolavori e film estremamente importanti nella formazione emotiva e culturale di un appassionato di cinema qualunque. Proviamo a fare un bel miscuglio di questi fattori, ma soffermiamoci sulla percezione personale: quali sono i film che più vi hanno segnato, accompagnato, cresciuto?

Chiediamo la vostra opinione, partendo da quella di chi scrive, da quella del sottoscritto. Ogni settimana vi proporrò uno dei film che più hanno segnato la mia passione per La Settima Arte, cercando di spiegarvi perché. Voi, se volete, farete lo stesso e mi direte i vostri. Più giù vi spiego come.

A qualcuno piace caldo: il tema dell’omosessualità e del travestitismo senza parlarne in maniera esplicita

A qualcuno piace caldo

Esattamente 60 anni fa, nel 1959, usciva la più grande commedia della storia del cinema hollywoodiano: A qualcuno piace caldo. Una pietra miliare. Nacque dal genio di Billy Wilder, scrittore e regista di diversi capolavori: Viale del tramonto, Giorni perduti, L’appartamento, Sabrina e tanti altri. Wilder, fra gli anni ’40 e ’60, pose decisamente le basi della commedia moderna, pur affrontando con successo anche tanti altri generi. Qualche anno dopo, nel periodo dell’esplosione dei nuovi registi newyorkesi, ci pensò Woody Allen a strapazzare e rivedere completamente la concezione di “commedia” americana. Lo fece con Io e Annie in particolare, un altro dei migliori film di questo genere.

Anche A qualcuno piace caldo, tuttavia, è un film meno “classico” di quanto si possa pensare. Prima di tutto la premessa, la distruzione dello status quo, nasce da elementi da gangster movie, poi sviluppati con toni comici. La posta in gioco, pensata dal nostro abile sceneggiatore, è altissima: è questione di vita o di morte. I due protagonisti, interpretati da pezzi da novanta come Jack Lemmon e Tony Curtis, decidono di travestirsi da donne ed entrare in un’orchestra femminile per sfuggire a dei pericolosi criminali. Billy Wilder specificò che era fondamentale inserire delle ragioni di vita o di morte per convincere i nostri personaggi a travestirsi da donna, altrimenti non sarebbe stato realistico e credibile; nel 1959 era umiliante per un “maschio vero” fare una cosa del genere. Due uomini – tra l’altro interpretati da divi simboli di uno stereotipo di mascolinità – dovevano avere delle ragioni veramente valide per farlo. Questo elemento ci porta al secondo punto, la ragione per cui A qualcuno piace caldo è una commedia decisamente sui generis e così ben scritta

C’è una differenza sostanziale fra il soggetto – ovvero la storia – e il tema. La storia è quella che abbiamo descritto, ma il tema è un altro: è il travestitismo. Come si poteva parlare dell’argomento negli anni ’50, senza essere distrutti da moralismi e facendosi produrre, con successo? Semplicemente con la comicità e con personaggi macchiettistici. Fu l’intuizione di Wilder. Oggi può sembrare ovvia, ma all’epoca – soprattutto per la logica degli studios di Los Angeles – non era così banale come sembra. Negli anni ’90, grazie a questo film, sarebbe stato più facile travestire Robin Williams, ad esempio.

Il film, per funzionare, ovviamente si avvalse di un altro gigante del divismo come Marilyn Monroe. Ovvio. La sua presenza scenica e il suo carisma furono fondamentali. Solo lei avrebbe potuto interpretare Zucchero, personaggio svampito e con problemi alcolici presente nell’orchestra. Zucchero è un motore narrativo fondamentale nella pellicola, in quanto entrambi gli uomini travestiti si innamorano di lei. Jerry, tuttavia, finisce con un uomo miliardario per salvarsi… “be’, nessuno è perfetto!”.

Aneddoti e curiosità

A qualcuno piace caldo

A qualcuno piace caldo contribuì decisamente ad alimentare il mito di Marilyn. I problemi psichiatrici dell’attrice erano giunti a livelli molto difficili da gestire in quel periodo; due anni dopo, purtroppo, sarebbe morta. È noto come l’attrice faceva fatica a memorizzare le battute, le quali le venivano spesso scritte su oggetti di scena. Le servirono 47 ciak per pronunciare la battuta “it’s me, Sugar!”, perché continuava a invertirla a livello sintattico, cambiandole il senso. Diceva sempre “Sugar, it’s me!”. Ebbe problemi anche con “where’s the bourbon?”. Insomma, non erano neanche battute lunghe da memorizzare.

Billy Wilder ribadì che, malgrado le difficoltà, solo lei avrebbe potuto interpretare quel personaggio. Spesso, tuttavia, era infastidito dalla mancanza di professionalità dell’attrice. Il regista era un gran lavoratore, un vero stacanovista; preferiva instaurare un rapporto distaccato e professionale con gli attori, mai paterno. “Io faccio il mio lavoro, voi il vostro”, sosteneva. Invece Marilyn, probabilmente, in quel momento aveva bisogno di punti di riferimento emotivi molto forti. Senza punti di riferimento andava in confusione. Non trovava neanche gli studios nei quali lavorava da anni. A volte si presentava in ritardo. “Non trovavo il posto!”, si giustificò una volta. “Ma sono 6 anni che lavori qui, come è possibile?”, rispose Wilder. Altre volte si presentava con estremo anticipo. Il suo personaggio, tuttavia, sarebbe rimasto nella storia per sempre.

Il film del lettore: Il gobbo di Notre Dame

Alice Vianello, una nostra lettrice, ci ha scritto raccontandoci di uno dei film che più l’hanno segnata: Il gobbo di Notre Dame. Inutile dire che sono d’accordo: è uno dei migliori cartoni Dinsey. Alice mi ha raccontato perché: “Vorrei raccontare di uno che ho visto per la prima volta quand’ero solo una bambina e che non ho più dimenticato. Prima, però, devo dire che – come tantissime altre persone – fin da piccola sono sempre stata appassionata dei film Disney, e lo sono tutt’ora (anche se ovviamente guardo anche altro!). Infatti, il film che mi ha segnata è “Il gobbo di Notre Dame”, appunto il classico d’animazione Disney. L’ho visto per la prima volta  una domenica di dicembre del 1996, al cinema con mamma e papà, alla tenera età di cinque anni e mezzo (e credetemi, i film Disney di Natale sono tra i ricordi più belli della mia infanzia): come è facile intuire, si tratta del riadattamento “edulcorato” del romanzo “Notre Dame de Paris” del francese Victor Hugo.

Va da sé, quindi, che nel film vi siano notevoli differenze rispetto al racconto originale, prima di tutto per quanto riguarda il finale (essendo un film per famiglie, non poteva mancare il lieto fine!), ma anche per il carattere e la psicologia dei personaggi, soprattutto del protagonista Quasimodo, appunto “Il Gobbo di Notre Dame”. Nonostante le evidenti e profonde differenze tra le due versioni, quella Disney mi è sempre rimasta nel cuore non solo per i ricordi d’infanzia, ma anche e soprattutto perché, proprio come il protagonista, anche io a causa di alcuni problemi fisici con cui ho dovuto fare i conti fin dalla nascita, ho dovuto lottare non poco per prendere in mano la mia vita ed andare… FUORI DI QUAAAAAAA!”.

Poi Alice aggiunge, si era quasi dimenticata: “Un altro motivo molto importante per cui sono così legata a “Il gobbo di Notre Dame” è il fatto che, proprio come la protagonista femminile, la bellissima Esmeralda, a causa dei miei problemi fisici fin da piccola sono sempre stata consapevole della mia “diversità”, e questo mi ha aiutata ad essere umile, a guardare sempre oltre le apparenze ed a cercare di aiutare gli altri come posso.

Inoltre, secondo me questo film, insieme a Pocahontas (non a caso, un altro cult della mia infanzia) lancia un bellissimo e profondissimo messaggio: quello del rispetto degli altri, dell’apertura e dell’accoglienza nei confronti del “diverso”, sia in senso fisico (Quasimodo) sia in senso etnico e razziale (appunto gli zingari ed Esmeralda stessa), temi più che mai forti ed attuali in questo periodo storico così difficile… e forse sono stati proprio questi due film ad insegnarmi il valore e la bellezza della multiculturalità, valore nel quale ho sempre creduto e credo ancora, e che spero un giorno di poter mettere in pratica nel mio futuro lavoro (il mio sogno sarebbe quello di lavorare con i migranti, magari come insegnante di italiano). Inoltre, secondo me, insieme a “Pocahontas”, questo è uno dei film più realistici ed attuali che la Disney abbia prodotto, e lancia messaggi più che mai validi in questo periodo di odio ed intolleranza così diffusi…”.
Diversità e multiculturalità: ottime ragioni per scegliere questo film.

I vostri film: quali vi hanno segnato?

Ora stilate una lista di film che sono stati più “segnanti” per voi. Li elencate, se volete ne scegliete uno in particolare e ci scrivete: potete raccontarci quando lo avete visto, in che modo vi ha colpito, quale è la vostra esperienza legata ad esso (fisica o emotiva che sia), in che modo vi ha aiutati nei momenti difficili. Sfogatevi. Ogni settimana, nell’articolo dedicato, pubblicheremo il racconto/commento più bello insieme al film scelto dal redattore tutti i martedì (poi decidete se firmarlo o rimanere anonimi). Scegliete uno di questi canali per contattarci:

– commentate semplicemente l’articolo se volete subito un confronto con gli altri;
– scrivete privatamente a me sui miei profili social, qui qui;
– scrivete all’email dedicata: filmsegnanti@gmail.com;
– fate dei post o delle storie in cui scrivete 10 film – o quanti ne volete – e ne commentante uno in particolare. A quel punto taggate gli amici e CiakClub.it. Nasce una comunità, una catena, un posto per confrontarsi.

Leggi anche I film che segnano un cinefilo: 2, Il Signore degli Anelli.

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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