La recensione di Glass: il sequel di Unbreakable e Split è un fallimento oppure no?

L'attesissimo nuovo film di M. Night Shyamalan ha deluso le aspettative di molti, ma è davvero un film così malriuscito oppure il pubblico ha frainteso gli intenti del regista, non cogliendo l'intelligenza e la diversità della sua opera?

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Glass

Aquaman ha da poco sfondato il miliardo di dollari di incasso mondiale, e tra i 10 film di maggior successo nella storia ben quattro sono cinecomics Marvel. I film di supereroi sono il fenomeno culturale più rilevante del decennio, e milioni di fedeli spettatori si riversano immancabilmente nelle sale per seguire le avventure dei loro idoli fittizi. Ma chi sarebbero nella realtà questi supereroi oggi venerati dal grandissimo pubblico? A questa domanda aveva provato a rispondere già nel 1986 Alan Moore, scrivendo una delle colonne portanti della letteratura a fumetti, Watchmen. L’intuizione di Moore è stata geniale: per travestirsi e andare in giro di notte a malmenare criminali bisogna essere mentalmente disturbati. Ecco dunque che Moore ha scritto una pletora di personaggi borderline, individui portatori di traumi che li rendono dei potenziali emarginati (o, come nel caso di Rorschach, degli emarginati reali), i cui costumi sublimano la loro sofferenza e la loro diversità nella società.

Al cinema questo discorso è stato affrontato poco (i due Batman di Tim Burton, i due Hellboy di Guillermo Del Toro), anche perché il trionfo del MCU ha imposto la visione del supereroe come paladino, non necessariamente perfetto e indistruttibile (fu la Marvel a lanciare negli anni ‘60 la filosofia del “supereroe con superproblemi”), ma sempre e comunque campione dell’umanità. Questa idea del supereroe e del film di supereroi era ciò che tutti si aspettavano da Glass, l’ultimo film di M. Night Shyamalan, accolto piuttosto male da critica e pubblico. Glass fa incontrare i protagonisti di due precedenti film del regista, Unbreakable e Split, storie rispettivamente di un possibile supereroe e di un possibile supercattivo. Il pubblico, abituato a un certo tipo di cinecomic, attendeva dunque un grande scontro tra i due, culminante magari in una battaglia finale adrenalinica e spettacolare. L’obiettivo di Shyamalan era però tutt’altro.

Mr. Glass

Come i più hanno notato, Glass è anche un’accurata analisi del racconto (cine)fumettistico. Elijah Price (uno dei protagonisti e già villain di Unbreakable) ne racconta il meccanismo narrativo, e agendo nella storia come motore della storia stessa rivela gli ingranaggi del film di cui è personaggio. Questo gioco di Shyamalan è però azzoppato da una sceneggiatura troppo didascalica e a tratti forzata nella scrittura di alcuni personaggi secondari, il cui comportamento è con troppa evidenza costruito a tavolino perché la narrazione prosegua in una certa direzione. Questo difetto ha fatto storcere il naso a molti, che hanno trovato Glass farraginoso, finto. E non si può negare che a tratti lo sia davvero, problema che rende più difficile arrivare fino al vero cuore del film: non la dissezione dei fumetti ma ciò che questa dissezione rivela.

Shyamalan cala i suoi superuomini nel mondo reale, e questo ha degli effetti. Intanto narrativi, che portano a un finale anticlimatico trovato deludente dai più, ma che è la conseguenza inevitabile dell’umanità di David, Kevin ed Elijah (dotati sì di poteri eccezionali, non tali però da renderli delle semidivinità al pari di Superman o Capitan America). Eppure il realismo più profondo dei tre personaggi è quello psicologico, figlio dell’opera di Moore.

Ciò che accomuna i protagonisti di Glass è la sofferenza, chiara ed esplicita in Elijah e ancor più in Kevin, più intima ma sempre presente in David (efficacissima la trattenuta e malinconica recitazione di Bruce Willis). I dolori che li dilaniano, tre dolori fra loro differenti, sono parte integrante del loro essere superuomini, e superuomini non sarebbero senza il dolore; addirittura l’ultima identità dell’Orda, “La Bestia”, si autodefinisce come vendicatrice della sofferenza. David, Kevin ed Elijah soffrono, e soffrono (anche) per la loro diversità, che li pone come “altri” rispetto ai normali esseri umani. Ciò li trasforma in reietti potenziali o reali, nello stesso modo in cui accade ai personaggi di Moore.

L'Orda

In quanto reietti, David, Kevin ed Elijah vengono emarginati, perseguitati, rinchiusi. Perché quella società i cui membri riempiono i cinema per contemplare e venerare i supereroi è la stessa società che disprezza ciò che essi sarebbero, ovvero dei diversi. Il colpo di scena finale, aspramente criticato (e indubbiamente maldestro nel modo in cui è raccontato), sottolinea questo, quanto gli esseri umani rifiutino la diversità e siano pronti a tutto pur di annientarla (anche se uno spiraglio di ottimismo il film ce lo lascia, e di questi tempi ce n’è bisogno).

Diversità e sofferenza sono dunque gli elementi caratterizzanti dei supereroi di Shyamalan. Il suo bistrattato Glass è un vero e proprio studio in forma di fiction della narrazione fumettistica e cinefumettistica, di cui analizza tutti gli elementi, dalla struttura narrativa alla costruzione dei personaggi. Inevitabilmente nel fare un film-saggio Shyamalan risulta troppe volte didattico, spiegando troppo e lasciando poco all’interpretazione degli spettatori. Ed è un peccato, perché Shyamalan ha da sempre una straordinaria capacità di sintesi in immagini, abilità che gli permette di usare le prerogative del mezzo cinematografico per raccontare mostrando e non dicendo. Il sottovalutato The Village è, ad esempio, un film da studiare per capire come l’immagine possa essere sufficiente a se stessa per narrare una storia.

David Dunn

Anche visivamente Glass, come tutto il cinema di Shyamalan, è imperfetto, perché il regista non si è mai liberato del tutto da un certo barocchismo stilistico. Eppure quando ha la giusta intuizione (cosa non rara), regala momenti di grandissimo cinema. Per comprendere pregi e difetti di Glass potrebbe bastare una sequenza: all’inizio del film vediamo David rientrare a casa; qui, con una sola, breve inquadratura, senza alcuna battuta e senza azioni particolarmente rilevanti, Shyamalan riesce a raccontare tutto ciò che è necessario sapere sulla relazione tra lui e la moglie. Pochi secondi dopo un dialogo superfluo spiega a parole ciò che avevamo appena visto. Tutto il film è così: grandi idee che per essere apprezzate fino in fondo richiedono di soprassedere ai tanti problemi della loro messa in atto.

Glass dunque vive della sua imperfezione, e di ragioni per criticarlo certo ce ne sono. Ma è anche un film personalissimo, in cui Shyamalan ha fatto solo quello che voleva, senza curarsi di ciò che il pubblico si aspetta. Il suo coraggioso tentativo di aprire un sentiero alternativo attraverso la narrazione dei cinefumetti è probabilmente destinato a restare inesplorato, sconfitto dall’autostrada aperta dalla Marvel (e più goffamente dalla DC). Rimarrà un’insolita deviazione, a tratti dissestata, ma più stimolante e appagante delle strade maggiormente battute.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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