Vice, la recensione del manifesto di McKay sulla politica

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In Vice abbiamo un affresco chiaro da parte di Adam McKay su cosa sia e come funzioni la politica, attraverso la controversa storia di Dick Cheney.

Non si riesce a capire, o a realizzare, fino a dove e a quanto si possa spingere un uomo per raggiungere i propri scopi. Non si riesce a capire neanche la necessità che possa avere un uomo di avere certi scopi. Alla fine, pensiamo anche ma che cosa ha ottenuto con tutto il male che ha fatto? Così tutti quegli scopi, tutti gli obiettivi, tutta quella fame di potere, che senso hanno? Non è mai carino giudicare gli altri per le scelte o le decisioni prese durante la loro vita, ma ci viene facilmente da associare la figura di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti d’America sotto l’era Bush, ad una persona malvagia. Guardando Vice – L’uomo nell’ombra, riusciamo a capire la sottile e drammatica ironia di Christian Bale nel ringraziare Satana durante il suo discorso ai Golden Globes.

Vice

E di drammatica ironia è impregnato tutto il film, in maniera sublime, come solo Adam McKay sa fare. La storia che ci viene narrata è attraversata da momenti drammatici, tragici. Come spettatore ti fa stringere il cuore in almeno due occasioni. Ma la storia è anche grottesca, incredibilmente surreale, il che la rende a tratti comica. Una serie di terribili e curiose coincidenze che hanno portato Dick Cheney alla vicepresidenza del paese più potente del mondo. Durante il film non capiamo quindi se quello che abbiamo davanti sia una storia drammatica in cui viene esaltato il tragico grottesco, o se sia una storia troppo assurda da diventare dolorosa. Ma come abbiamo detto, qui dietro c’è tutta la maestria di Adam McKay che, regista e sceneggiatore del film, ha analizzato brillantemente la politica, nello stesso stile con cui analizzò l’economia ne “La Grande Scommessa”, di qualche anno fa.

Qui non troviamo (ahimè) Margot Robbie immersa in una vasca da bagno a spiegarci complesse e difficilmente comprensibili nozioni di finanza come se fosse una storiella da bar, ma in Vice, allo stesso modo, ci vengono presentate decodificate alcune procedure legislative del sistema americano. E questo modo che ha McKay di spiegare al proprio spettatore questi concetti, è un forte strumento di denuncia. Il regista abbatte il sistema burocratico che spesso e volentieri mistifica (volontariamente e involontariamente) concetti che dovrebbero essere alla portata di tutti. E in Vice questo lo capiamo molto bene, perché, le decisioni politiche prese da Dick Cheney durante il suo mandato, hanno avuto delle conseguenze evidenti nel popolo americano e hanno tutt’ora delle conseguenze anche nei confronti di noi europei.

Sì, perché Vice sicuramente è una storia americana. Ambientata in America, immersa nel sistema politico e culturale americano. Ma il film ci narra di cose che toccano tutti, nessuno escluso. E le due occasioni che fanno stringere il cuore, di cui abbiamo parlato all’inizio, hanno questo effetto su un italiano perché è qualcosa che ci tocca direttamente. Un po’ perché parliamo della nazione che almeno in quegli anni era la più potente al mondo e, in un modo o nell’altro, le sue decisioni riguardano tutto il globo. Un po’ anche perché in questo mondo ci viviamo tutti e non possiamo rimanere indifferenti a cosa succeda dall’altro lato del planisfero. McKay ci porta questa verità, attraverso una storia vera che non risulta un mattone drammatico, ma piuttosto va a scavare in maniera dinamica attraverso tutte le incanalature della storia. La storia di un uomo, Dick Cheney, che durante la sua vita ha preso delle decisioni terribili e con delle conseguenze disastrose. Conseguenze che hanno cambiato tutto il mondo.

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Poliedrico, inconsueto, duttile, eclettico e portentoso scrittore a cui piace usare aggettivi di cui non conosce il significato. Mi appassiono a tante cose, in diversi periodi. La passione per il cinema però non vuole più andare via.

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