Pity, la recensione del film di Babis Makridis in concorso al Torino Film Festival

Ormai il cinema greco è una sicurezza, e il secondo film di Makridis non delude. Anche se il finale non è dei più azzeccati e Pity non è all'altezza delle opere di Lanthimos o Avranas.

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Pity

Avevamo già avuto modo di parlare del cinema greco, una delle realtà produttive contemporanee più interessanti in Europa e nel mondo. Ormai è necessario che un festival cinematografico, per essere preso sul serio, abbia in concorso almeno un film ellenico. Il Torino Film Festival non ha potuto esimersi, e la scelta è ricaduta su Oiktos (titolo internazionale: Pity), opera seconda di Babis Makridis.

La punta di diamante del cinema greco è, o a questo punto è meglio dire era, Yorgos Lanthimos, emigrato qualche anno fa in Inghilterra, dove ha portato avanti il proprio discorso filmico sull’assurdo umano. Lo sceneggiatore di Lanthimos era sempre stato Efthimis Filippou, che ha collaborato con il regista anche per i suoi due primi film anglofoni, The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro. Filippou è stato poi abbandonato da Lanthimos, che per La favorita si è avvalso invece di uno script di Tony McNamara e Deborah Davis.

Con in mano una nuova sceneggiatura perfetta per Lanthimos ma senza Lantimos, il povero sceneggiatore è dovuto andare alla ricerca di un altro regista che potesse girare il suo nuovo film. Per sua fortuna, il cinema greco negli ultimi anni ha preso una direzione piuttosto precisa, e, senza che riconoscere ciò significhi sminuirli, molti suoi autori hanno sviluppato uno stile estetico e narrativo piuttosto simile. Trovare un sostituto non è stato quindi così difficile, e la scelta è ricaduta su Makridis, per il quale Filippou aveva già scritto il film d’esordio, L, con il quale il regista aveva appunto dimostrato una certa affinità con la linea cinematografica ellenica, e quindi con quella di Lanthimos, che ad essa aderisce pienamente.

Pity

Pity è la storia di un anonimo padre di famiglia la cui moglie finisce in coma a causa di un incidente, e ciò fa scoprire all’uomo il piacere della compassione altrui. La tragicità della sua situazione porta chiunque lo frequenti a ricoprirlo di attenzioni, trasformando il suo dolore in una bolla confortevole e attraente, che abbandonare può essere spaventoso.

Il film è costantemente in bilico tra sottigliezza e ingenuità. Il paradosso dei sentimenti del protagonista è rappresentato con grande intelligenza, attraverso situazioni minime ma significative; piccoli gesti e un certo modo di porsi nei suoi confronti diventano la fonte della sua sommessa felicità. Talvolta Makridis rischia al contrario di calcare troppo la mano, esasperando il conflitto interiore del personaggio fino a rendere caricaturale il suo ritratto. Ciò avviene ad esempio con la continua intromissione di didascalie che esplicitano i pensieri dell’introverso protagonista, inutile sottolineatura di ciò che le immagini già comunicano perfettamente.

Per fortuna la messa in scena minimale, che riguarda anche la recitazione spoglia di qualunque eccesso (come è appunto tipico del cinema greco), evita a Pity di diventare troppo esplicito, di sbattere i propri significati in faccia allo spettatore, e il mondo interiore dell’uomo rimane allo spettatore da cogliere nei dettagli, preservandone il fascino.

Pity

Questo vale per un’ora e mezza. Ahimè, il film dura 97 minuti. Nel finale, Makridis non riesce a tenersi in equilibrio, scivolando in ciò che fino a quel punto era riuscito a evitare. La conclusione di Pity è (volutamente, certo) estrema. Anche questa è una caratteristica dell’odierno cinema greco, basti pensare alle ultime scene di film come Miss Violence o, per restare a Lanthimos, Il sacrificio del cervo sacro. Lì però quei finali funzionavano eccome, un po’ perché erano storie già in partenza brutali e che quindi potevano reggere certe scelte narrative, un po’ perché Avranas (regista di Miss Violence) e Lanthimos sono registi più abili di Makridis nel gestire certe fluttuazioni di tono.

Quel finale, dunque, che pure ha una sua logica interna (tanto da essere quasi prevedibile), stona con quanto visto fino a quel momento. Sebbene ciò non basti ad affossarlo del tutto, Pity non è l’ottimo film che sarebbe potuto diventare, e deve accontentarsi di essere l’ennesimo buon film greco, inferiore alle tante perle che la penisola ellenica ha saputo regalare negli ultimi anni ai cinefili di tutto il mondo.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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