Cinema d’artista: la conquista del mondo, oltre l’immagine non-descrittiva

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Cinema d'artista

La nascita del Cinema d’artista e la sua ricerca di un’espressività “altra” che non solo, lasciava indietro il Cinema tradizionale, ma persino quello d’Avanguardia.

Rubrica: Loving Arts

Quando Marcel Duchamp lasciò Parigi per trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti, nel 1942, lo fece soprattutto allo scopo di de-costruirsi come artista noto al pubblico francese ed europeo e, ricostruirsi, dettando per sé e, per l’arte stessa, una nuova non-identità e nuovi presupposti creativi.

In questa ottica, non stupisce scoprire che fu proprio lui, durante una conferenza a Philadelphia nel 1961, a pronunciare la frase che avrebbe conferito nuova linfa al Cinema: il quale, trovò per sé la strada dell’Underground:

“L’arte deve essere sotterranea”.

Il Cinema Underground nasce negli anni ‘60 nel costituirsi del New American Cinema Group. In questo gruppo confluirono cineasti indipendenti in aperta opposizione al Cinema Classico e al canone Hollywoodiano.

Cinema d'artista
Andy Warhol, Sleep (1964)

Il Cinema Underground nasce sulle ceneri del Cinema d’Avanguardia, che a partire dal 1910 nacque come reazione al Cinema narrativo, di derivazione teatrale e letteraria, destinato all’intrattenimento della borghesia. Il Cinema d’Avanguardia cercò modalità espressive innovative a partire dalle opportunità fornite dal linguaggio cinematografico, intervenendo, ad esempio, sulla pellicola stessa, opportunamente disegnata e colorata e visualizzando molto oltre le possibilità espressive della macchina da presa (Per saperne di più: Thais, di Bragaglia – Sperimentazione di cinematografia futurista).

Il Cinema Sperimentale negli Stati Uniti (1930-1960) ebbe un decisivo impulso con l’introduzione del formato 16 mm (Eastman Kodak) nel 1923, il quale permise una maggiore diffusione, nei luoghi istituzionali come scuole e musei, di attrezzature per la proiezioni. Il Cinema sperimentale è caratterizzato da esiti estetici e intenzioni più vicini all’arte visiva che alla narratività cinematografica.

Il Cinema d’artista, vero argomento di questo piccolo trattato, prende le mosse dal Cinema Underground e dai suoi pionieri come John Makas, Andy Warhol, John Cassavetes…

Gli Artisti che si prestano a questo cinema eminentemente anti-narrativo, sono Artisti performativi che prendono a riflettere sul Cinema originale e su alcune delle sue più vetuste definizioni come Vitagraphe, Bioscope o fotografie viventi.

film videografici o film d’artista sono il risultato di giustapposizioni di immagini filmiche e videotape, tecniche di montaggio tipiche del Surrealismo – come quella di figurazione e astrazione che possiamo trovare in Un Chien Andalou di Bunuel e Dalì -. Interventi diretti sulla pellicola, con figurazioni e colori, graffi, buchi, tagli nei quali, come nelle Attese di Lucio Fontana, si annida un infinito, imperscrutabile ed espressivo.

Cinema d'artista
Un Chien Andalou

Ma non dobbiamo commettere l’errore di ritenere, l’intervento manuale sulla pellicola, atto residuale di un passato in cui gli Artisti non potevano contare sulle possibilità del digitale:  poiché questa tecnica, tuttora in voga, è coerente con il comune intento di quegli stessi artisti, che si definiscono Performativi e, il cui scopo ultimo è quello di evolvere dalle fotografie viventi alle sculture viventi.

Il principio da cui muove il montaggio del Cinema d’Artista è un concetto a molti noti come Ready-Made o object trouvé, inteso come l’atto attraverso cui un artista seleziona un oggetto pre-fabbricato rifunzionalizzandolo come opera d’arte. Artista simbolo di questo atto artistico, ancora una volta, Marcel Duchamp.

Lo stesso procedimento, in ambito cinematografico, prende il nome di found footage intendendo la pratica secondo la quale viene riassemblato e modificato materiale filmico preesistente.

“Mi piacciono le riprese statiche, che consentono alle cose di accadere dentro l’inquadratura. Si tratta di lasciare spazio e tempo, perché quello che deve accadere accada”.

(Tacita Dean)

Il Cinema d’artista Italiano degli anni ‘60 ebbe dei grandi rappresentanti. Vincenzo Trione invitò nella Biennale d’arte di Venezia nel 2015: Paolo Gioli (1942) che lavorava sulla pellicola 16 mm e di cui vi mostriamo  Immagini disturbate da un intenso parassita (1970) :

 Aldo Tambellini (1930) considerato un pioniere dell’expanded cinema cioè un cinema a vocazione multimediale. Vi mostriamo Blackout (1965).

Ultima, necessaria, menzione per l’artista Mario Schifano (1934 -1998) e la trilogia: Satellite, Umano non Umano e Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani.

 

“L’evento fondamentale dell’età moderna è la conquista del mondo come immagine)

(Heidegger)

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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