Il Potere della Visione in Michelangelo – Infinito: intervista a Enrico Lo Verso

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Enrico Lo Verso

Enrico Lo Verso, interprete dell’artista, ci racconta Michelangelo – Infinito: il film che restituisce l’umanità alla leggenda del maestro rinascimentale.

Rubrica: Loving Arts

Il 27 Settembre 2018 è arrivato nei cinema Michelangelo – Infinito, il film, al contempo biografico e documentario, che propone una prospettiva inedita sulla figura di Michelangelo Buonarroti, l’artista, monumento universale, che trasformandosi in una leggenda ha perduto qualunque prerogativa di umanità, facendosi così simile alla pietra, dura e impenetrabile, dalla quale lui soltanto era in grado di carpire l’anima.

Diretto da Emanuele Imbucci, scritto da Cosetta Lagani, avvalendosi della consulenza scientifica del Prof. Vincenzo Farinella, Michelangelo – Infinito è scandito da due straordinarie personalità: quella dell’artista stesso, Michelangelo Buonarroti e quella di Giorgio Vasari (Ivano Marescotti), pittore ma anche storico dell’arte e cronachista del suo tempo.

Enrico Lo Verso
Michelangelo Buonarroti è il ruvido cantore delle sue velleità. Prigioniero di una natura granitica e impenetrabile, da cui emerge attraverso una perenne e inappagata tensione verso la perfettibilità, verso un ideale che costantemente lo sovrasta, incombe su di lui e a volte persino lo schiaccia, costringendolo ad uno sforzo creativo che non lesina aggressività, fatica, sudore.

L’orgoglio dell’artista manifesta lo stesso vigore plastico delle sue creature, la medesima ambizione della carne, morbida e pulsante, che s’impone sulla porosità discontinua della pietra.

Enrico Lo Verso ha portato in scena l’inquietudine di un uomo che sapeva esprimersi soltanto attraverso la pura creazione; e così, la furiosa lotta che la forma ingaggia contro la materia occlusiva, per liberarsi e venire alla luce – visibile nell’Incompiuto michelangiolesco – rievoca le inquietudini che ottenebravano l’animo del maestro, conteso tra i tumulti della tempesta e la ricerca di una bellezza eterna, classica, placida e serena.

Ci siamo chiesti come si esce dal proprio corpo, dalla propria esistenza per farsi prigionieri della pietra e delle proprie emozioni. Ci siamo chiesti come si diventa Michelangelo Buonarroti in maniera così profonda e suggestiva, e abbiamo incontrato Enrico Lo Verso, perché ce lo raccontasse.

Enrico Lo Verso

Quando le chiedono come si è preparato ad interpretare questo personaggio lei risponde che non si è trattato di un lavoro individuale ma del risultato di un team preparato ed affiatato.

Un lavoro di squadra nel senso… che ho avuto la fortuna di entrare in una squadra che è già molto rodata in questo genere di produzione e molto affiatata. Alla fine dei conti, allo spettatore dobbiamo trasmettere delle emozioni e tutti dobbiamo lavorare perché questo avvenga. Ciò che ne deriverà verrà definito dal lavoro di tutti sul momento, sul set, stabilendo delle sinergie con la preparazione che tutti abbiamo fatto fino a quel momento, in vista di un obiettivo: rendere emozionanti quelle pagine per lo spettatore.

Inoltre questo team si avvale della consulenza di critici e storici dell’arte per conferire al film una solida struttura scientifica e beh, si tratta di studiosi che hanno una competenza a 360 gradi, su questi argomenti e su Michelangelo nello specifico. E quindi mi hanno consigliato delle letture, fornendomi una bella panoramica su tutto il periodo, e il periodo di Michelangelo è lungo. Un po’ come Fidel Castro, che ha visto 10/12 Presidenti americani, Michelangelo ha visto 10/12 Papi. Ha vissuto 89 anni in un momento storico in cui l’età media era 40 anni! 

Enrico Lo Verso

A proposito di questo: Cosetta Lagani, direttrice artistica di Michelangelo – infinito, ha dichiarato che sono occorsi due anni di lavoro, di cui un anno di studio su oltre 30 testi per scoprire l’umanità dietro la leggenda del genio.

Uhm… Quando faccio personaggi veri, reali, di solito cerco di non leggere biografie e testi specifici sul personaggio che sto trattando: per quello, per conoscere il personaggio, preferisco affidarmi alla sceneggiatura. Mi interessa invece documentarmi sul tempo, sul periodo storico in cui hanno vissuto: in modo tale da presentarmi in scena, tenendo da una parte l’uomo e dall’altra il periodo storico.

Il mio scopo è quello di “Capire”, cerco di entrare nel personaggio attraverso la porta delle sue percezioni sul tempo, sul contesto sociale nel quale viveva e si muoveva. Voglio dire, quando noi ci muoviamo nella realtà sappiamo cosa significa quel palo con quelle tre luci diverse… [ndR: il semaforo]; sappiamo cosa significa quella cosa che il signore sta tenendo in mano che è un casco; oppure, sappiamo cosa significhi Io non sono razzista ma…”

Sappiamo tutto e, quindi, proviamo ad immaginare un uomo che venga catapultato dal 1500 ad oggi, o oggi nel 1500 e di certo non si aspetta di venire investito da… quella “roba” che ti scaricano dalle finestre, per esempio [NdR: ride].  Insomma, devi conoscere quel periodo, devi sapere cosa significasse parlar male dei Medici o parlare male di Papa Giulio II. Devi entrare in quell’ottica precisa e in questo, nella ricerca di una consapevolezza del contesto, i libri, la preparazione possono aiutarti, in una certa misura.

Dalla sceneggiatura io voglio prendere le emozioni. Per me la sceneggiatura è un luogo di emozioni che devono essere trasmesse allo spettatore.

Enrico Lo Verso

Il suo Michelangelo Buonarroti sembra essere un uomo timido, che fatica a parlare di sé, ad esporsi, eppure nel momento in cui lo fa, dalle sue parole trapelano la passione per il suo mestiere, un certo autocompiacimento e l’orgoglio di colui che è perennemente in sfida con se stesso.

La principale difficoltà del lavoro su Michelangelo è dipesa dalla sua percezione pubblica di personaggio realmente esistito, poiché egli è in realtà piuttosto un personaggio esistente.

Che intende con “personaggio esistente”?

Sai, Michelangelo è un po’ presuntuosamente conosciuto da tutti quanti, ma in verità no, non è così. E questo film l’ha dimostrato, lasciando la gente sconvolta dal ritratto che ne fa.

Dinanzi alla sua interpretazione ho avuto la sensazione che avesse fatta sua la lezione michelangiolesca della sagoma scultorea che emerge dal marmo e avesse trattato allo stesso modo la natura dell’artista, manifestando la sua difficoltà ad esprimersi, a parlare di sé stesso. E’ plausibile?

Un personaggio si definisce mano a mano che lo fai e in realtà, lo capisci soprattutto dopo. Io ho capito molto cose di Michelangelo facendo le interviste e anche dalla mia interpretazione…e, chiaramente, dopo aver rivisto il film. La difficoltà di parlare di se stesso è vera, una cosa che mi ha fatto molta impressione leggendolo, studiandolo, avvicinandomi a lui è che in realtà non avesse amici. Aveva un carattere molto duro, molto forte. Oggi diremmo quasi un carattere di “pietra”. E lui con la pietra si esprimeva e forse psicanaliticamente qualcuno, un Freud, potrebbe direMichelangelo è attraverso la pietra che comunicava”.

Enrico Lo Verso
La Direttrice Artistica ha inoltre evidenziato come soprattutto dall’osservazione diretta delle opere del maestro, piuttosto che dalle fonti, si è stati in grado di incontrare l’umanità di Michelangelo.

In realtà mentre lo studiavo guardavo in contemporanea anche le opere che faceva nello stesso periodo e potevo notare dei cambiamenti. Poi molte cose le ha fatte per sfida, altre le ha fatte per denaro, altre le ha fatte… però ci metteva sempre la stessa…non rabbia, energia? Passione? Passione si, ma c’è anche un minimo di aggressività, un’aggressività però contro se stesso, questo bisogno di superarsi. Ansia di superarsi, competizione con se stesso. Sì, perché in realtà non considerava gli altri degni di competizione.

Enrico Lo Verso

Questo Michelangelo deriva dalla sua stessa sensibilità o dalla sceneggiatura?

Da entrambe: quando mi arriva una sceneggiatura io la leggo, per capire se mi piace, se mi piacerebbe lavorare in quel progetto. In un secondo momento, si stabilisce se effettivamente entrerò in quel progetto, se farò il film e quindi dovrò affrontare quel personaggio e a quel punto rileggo la sceneggiatura una seconda volta. Un’ultima volta e poi non la riprenderò più fino al giorno delle riprese.

In quel lasso di tempo, però, il personaggio che andrò a interpretare diventerà parte della mia vita quotidiana: comincerò a pensare a lui, a costruire la sua identità nel rapporto con gli altri, con le cose, con se stesso. Lo tengo “accanto”, insomma; ma fino al giorno prima delle riprese non penso al film. Faccio questo per evitare di “fissarmi” su delle cose, di sviluppare delle caratteristiche o attaccarmi a dei riferimenti – nella costruzione del personaggio – che magari possono risultare incompatibili con altri aspetti tecnici: che so, le scenografie, le inquadrature o – non in questo caso – le battute che possono darmi gli altri attori. Quindi, cerco di costruire un personaggio malleabile, che possa essere plasmato dalla situazione, dalla contingenza.

Poi, il giorno precedente le riprese, rileggo il copione e inserisco il personaggio che ho imparato a conoscere, durante tutta questa prima fase, all’interno del film, nelle singole scene.

Enrico Lo Verso

I docu-film Sky Arte sviluppano il genere del documentario inserendo il racconto biografico dell’artista, spesso narrato in prima persona. Ne deriva che egli debba esprimersi principalmente attraverso il monologo, nell’unità di luogo, così come accade nel teatro.  Sulla base della sua esperienza, quali sono le difficoltà che incontra un attore che si cimenta con questo tipo di interpretazione? Concede maggiore libertà rispetto al dialogo?

E’ una credenza. Sto facendo uno, anzi, aspetta…sto facendo due spettacoli [NdR ci pensa su] sto facendo diversi spettacoli a teatro. Uno di questi è un Monologo di un’ora e dieci minuti di Vitangelo Moscarda: Uno, nessuno, centomila.

E invece adesso sono in teatro in uno spettacolo in cui siamo in sei, suoniamo e cantiamo dal vero… e l’altro giorno mi dicono: Beh, questo è uno spettacolo dove bisogna intrecciarsi, non è un monologo dove puoi fare come cazzo ti pare!”. Ed io: scusa un attimo, ti invito a vedere quello spettacolo 17 volte di seguito, per constatare quanti “cambiamenti” ci sono di volta in volta: non ce n’è. Ti assicuro che ciascun movimento è meticolosamente studiato e sincronizzato nel tempo e nel contesto!

Il monologo deve essere un assolo di batteria, deve essere un qualcosa che si colleghi al ritmo del tuo respiro, al ritmo del tuo cuore e non ti lasci il tempo di guardare da un’altra parte perché se hai staccato lo sguardo un attimo non torni più.  

Meraviglioso, cantava Modugno “Guarda quante belle cose abbiamo intornoperché dovresti continuare a guardare me che sto facendo un monologo?! Enrico Lo Verso

Quindi no, non posso permettermi il lusso di lasciarti andare e nel monologo devi esserci, devi esserci e devi essere nudo continuamente.

Incalzante?

Si incalzante ma anche nudo, perché lo spettatore è un guardone. Un guardone che è nascosto dietro una tenda, che può essere di volta in volta il sipario oppure il divano di casa, o la poltrona in sala. Lui è nascosto dietro una tenda ed è convinto che tu non sappia che c’è. Vuole rubarti quell’attimo di verità e tu glielo devi dare. Se non glielo concedi, se ne va. Prende il telefonino, ed è finita. Qui non faccio satira… ma, beh leggo continuamente sui giornali di polemiche di attori che interrompono lo spettacolo per i cellulari e mi chiedo, forse si annoiano?

Noi per fortuna questo problema non l’abbiamo, non c’è. Chissà.  

Lei non è nuovo a questo genere di cinema, avendo già interpretato Giovanni Santi, il padre di Raffaello Sanzio nel film: Raffaello, il Principe delle Arti nel 2017. Nel giro di un anno ha potuto constatare una qualche variazione nell’interesse del pubblico per questo genere di produzione?

Io, quando ho visto Raffaello, devo dire l’ho visto tre o quattro volte, l’ho trovato bellissimo. Mi commuovevo ogni volta, alla fine avevo gli occhi lucidi ed ero felice, orgoglioso di essere italiano. Qui lo dico italiano… perché mi fa comodo. Non parlo di Italia geografica. Noi viviamo, e non ce ne vogliamo rendere conto, in mezzo al bello e… – finchè dura! – finchè dura, finché dura è questo il problema. L’interesse crescente per queste cose è dovuto al fatto che ci rendiamo conto di avere sempre più bisogno di bellezza. E la bellezza poi educa l’animo, la bellezza ti aiuta a vivere meglio. E poi in tanti mi hanno scritto dopo averlo visto Adesso andrò a vedere la Sistina e la vedrò con altri occhi”,  è sicuramente un momento… è brutto dire di educazione, di formazione, magari di guida? Un momento di compagnia, in cui sei accompagnato all’interno del mistero di un artista o di un fenomeno artistico e, ciò che scopri ti entra dentro e lì rimane, quando ti confronti, poi, con quelle stesse cose, nella realtà.

Enrico Lo Verso

Durante la sua interpretazione del maestro Rinascimentale, si sentiva investito, in misura superiore, di una missione artistica o educativa?

Artistica, solo artistica. Ho già la presunzione dell’arte, dammi anche quella dell’educazione, non ci stiamo [NdR: ride]. Era difficilissimo, non avevo in testa spazio per altri pensieri che non fossero quelli.

Qual è l’opera di Michelangelo che, in questa fase, ha avuto la possibilità di riscoprire?

La Pietà. La Pietà per me è una delle sue cose più belle e ce ne sono almeno due di Pietà: La prima, che ha fatto a 24 anni, quando aveva questo bisogno di esprimersi e lo faceva attraverso la bellezza, attraverso l’estetica, attraverso la forma… ed è quella Pietà perfetta in cui sono praticamente due coetanei: la madre e il figlio. Però tu sai che lei è la madre e lui è il figlio. Quindi immagini un dolore straziante, una cosa che per fortuna non è immaginabile da tutti ed è un dolore tutto interiore. Non c’è esternazione, non è l’urlo di Munch… è qualcosa che sai che c’è, ma non lo vedi; è dentro. E poi invece c’è la Pietà Rondanini, quella che ha fatto più tardi, in età matura, che è appena abbozzata, accennata perché non ha bisogno, a quel punto,  di raggiungere la perfezione estetica perché, ciò che gli preme è dirti che c’è bisogno di sorreggersi l’un l’altro. Per cui, giunge a questa consapevolezza che non è la madre che tiene il figlio, o viceversa, chi tiene chi?

Enrico Lo Verso

Continuava ad esprimersi così, come aveva sempre fatto: togliendo dalla pietra. Ma se prima toglieva, cercando di abbellire la pietra, nella maturità imparava a togliere rispettando la pietra. Perché è a questo che ti porta la vita, la maturità: ti insegna il rispetto, per le cose, per gli altri. Insegna ad aprirsi agli altri. Ed è infatti in età matura che avrà la sua prima amica, Vittoria Colonna e il suo primo amore, Tommaso. Accade quando inizia a capire che può aprirsi, scalfire la pietra e trovare un altro modo, oltre l’arte, per esprimersi.

Quali sono stati i commenti che l’hanno più colpita?

Ciò che mi ha più commosso è stato sentire le voci rotte dall’emozione, immediatamente dopo la visione del film, nei messaggi audio. Ho ricevuto dei commenti bellissimi e il merito è di tutta la squadra.  Il vero Michelangelo del film, a dirla tutta, è il Direttore della Fotografia, che ha reso impalpabile la materia e marmoreo lo schermo. La luce stessa, diventa marmo.  E tutto il reparto immagine e quindi il trucco, scene, costumi… ai livelli più alti del cinema mondiale.

Sono felice di aver fatto questo film e per questo devo ringraziare Cosetta Lagani e Roberto Andreucci che mi ha portato lì.  E, ancora, Ivano Marescotti, che in quanto Vasari rappresenta la didascalia. Bravissimo. Ha fatto davvero un lavoro straordinario.

Enrico Lo Verso Cosa le è rimasto di Michelangelo Buonarroti?

Tanto, tanto perché è come quando tu, attore, hai la possibilità di stare con uno dei grandi del teatro o del cinema di sempre. Facciamo nomi che non ci sono più: che so, Randone, Gassman, Mastroianni… se tu avessi avuto la possibilità di starci accanto avresti comunque imparato delle cose. Da Michelangelo ho sicuramente imparato il Potere della visione, che si evince dalla scena in cui il blocco di marmo si riflette nella pozzanghera già scultura, dimostrando che è possibile realizzare, concretizzare le nostre visioni.

Enrico Lo Verso

Ecco, io ho avuto la possibilità di stare accanto a Michelangelo. Accanto un artista vero da cui, devo dire, ho imparato tanto, credo di si.

Michelangelo – Infinito è una produzione originale Sky con Magnitudo Film, distribuita da Lucky Red. Un progetto realizzato con la collaborazione dei Musei Vaticani e di Vatican Media, con il Riconoscimento del MIBAC – Direzione Generale Cinema, in collaborazione con il Consiglio Regionale della Toscana, con il Patrocinio del Comune di Firenze e del Comune di Carrara.

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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