22 luglio, la recensione del film di Paul Greengrass sull’attentato del 2011 in Norvegia

Dopo la buona accoglienza ricevuta a Venezia, arriva su Netflix la terribile storia di Anders Breivik e del suo attacco terroristico a Oslo. Un film che in buona parte funziona molto bene, ma che purtroppo non riesce mantenere lo stesso livello qualitativo per tutta la sua durata.

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22 luglio

L’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha portato al Lido almeno un paio di film che si possono definire importanti. Importanti nel senso che avevano come obiettivo (anche) quello di ricordare eventi recenti tragici, di cui è fondamentale preservare la memoria. Uno è Sulla mia pelle, piccolo fenomeno nostrano che racconta, con coraggio, la tragica vicenda di Stefano Cucchi, tossicomane ucciso di botte dai carabinieri (leggi la nostra recensione). Si tratta di un ritorno del cinema d’impegno civile italiano, coraggioso e necessario, per quanto dedicato a una vicenda piccola (se mai l’uccisione di un essere umano può essere una cosa piccola).

Diversissimo è il caso di un altro film di questo tipo in concorso a Venezia, 22 luglio di Paul Greengrass. Greengrass racconta gli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia, perpetrati dall’estremista di destra Anders Breivik, che, da solo, uccise 77 persone tra Oslo e l’isola di Utøya. Le affinità tra i due film sono labili, magari forzose, ma anche 22 luglio si pone come una ricostruzione, il più corretta possibile, di un evento tragico. Se però Sulla mia pelle aveva una grande coesione (stilistica e narrativa), 22 luglio è molto più strutturato.

22 July

Entrambi i film tentano di rappresentare la loro storia dall’inizio alla fine. Il film di Alessio Cremonini inizia da poco prima l’arresto di Cucchi e termina poco dopo la sua morte, e racconta lui e solo lui, in una narrazione lineare che mantiene sempre la coerenza. Questa semplicità è uno dei punti di forza del film, resoconto emozionante ma senza fronzoli di un dramma. 22 luglio è invece un film tripartito: si compone di tre blocchi tra loro molto diversi, soprattutto per quanto riguarda il loro valore cinematografico.

La prima parte è la ricostruzione dell’attentato: vediamo i ragazzi sull’isola di Utøya mentre Breivik si prepara, per poi seguire il terrorista nel suo folle attacco. Qui Greengrass si muove su un terreno sicuro: si tratta in fondo di sequenze di suspense e sequenze d’azione, due ambiti in cui il regista britannico ha una lunga esperienza. E si vede: queste scene, intense e spietate, sono davvero dirette magnificamente. Soprattutto, Greengrass riesce a essere sempre equilibrato. Non nasconde nulla della brutalità dell’evento, e al tempo stesso non cede mai agli eccessi, né della violenza né del patetismo. È una rappresentazione quasi cronachistica, ma al contempo coinvolta, che potrebbe risultare di difficile visione per gli spettatori più sensibili.

22 luglio

Dopo questo lungo inizio, 22 luglio prende due strade diverse. Da una parte segue Breivik in carcere, dall’altra Viljar Hanssen, ragazzo gravemente ferito ma sopravvissuto all’attentato. È qui che il film perde coesione. Non perché i due blocchi narrativi raccontano cose diverse (dopotutto sono due aspetti della stessa vicenda, strettamente connessi l’uno all’altro), ma perché tra di essi vi è un’enorme distanza qualitativa.

La parte migliore del film è dedicata al rapporto tra Breivik e il suo avvocato Geir Lippestad. Lippestad, attivista progressista e convinto laburista, ha in odio tutto quello Breivik rappresenta, anche al di là della sua espressione violenta, ma si è ritrovato per legge costretto a difenderlo. Greengrass riesce molto bene a portare sullo schermo la disputa interiore di Lippestad, teso tra il senso della giustizia e i propri sentimenti per Breivik. Qui la tensione narrativa della prima parte diventa la tensione emotiva tra i due personaggi, in un duello fatto di sguardi e parole che stritolano Lippestad (e la sua famiglia). Se 22 luglio fosse solo questo, si limitasse cioè a raccontare Breivik durante e dopo l’attentato, saremmo davanti a un film davvero riuscito (e, per ricollegarci al nostro primo discorso, ben più affine a Sulla mia pelle). Il problema è che Greengrass ha deciso di raccontare anche la vicenda di Viljar.

22 luglio

Qui però si pone un problema critico. Può essere molto complicato affrontare in maniera imparziale film che raccontano storie tragiche così recenti. Non c’è solo l’annoso problema del giudizio ideologico, in cui è infatti incorso Sulla mia pelle, criticato da chi ha sempre detestato Cucchi ed esaltato più del dovuto da chi invece considera la sua storia un gravissimo caso di violenza e successivo insabbiamento. A meno di non essere dei neonazisti, è difficile che questo problema si ponga davanti a 22 luglio: Breivik è un pazzo criminale e questo è pacifico.

C’è però una questione differente, forse ancor più delicata. Ho scritto che la storia di Viljar è il punto debole del film. Lo ribadisco: è banale, insopportabilmente retorica, forzatamente strappalacrime. Era difficile raccontare la storia di un ragazzino ferito quasi a morte che trova la forza per rialzarsi e affrontare le proprie paure senza scivolare nei cliché, e Greengrass, infatti, non c’è riuscito.

Però Viljar esiste davvero, e davvero è stato quasi ucciso in uno dei più orrendi attentati mai avvenuti su suolo europeo. La sua forza è reale, e per di più la sua storia risale a pochi anni fa. A parlare male del film che parla di lui sembra di fargli un torto. Come detto, 22 luglio è un film importante, come è importante raccontare una piccola ma esemplare storia di coraggio all’interno di un evento di portata internazionale. Ma è proprio per questo che il film deve essere criticato. Viljar meritava di meglio che essere ridotto a uno stratagemma per commuovere il pubblico e coinvolgerlo in una narrazione che forse a qualcuno sarebbe apparsa troppo distaccata.

Paul Greengrass

Greengrass è riuscito a raccontare bene gli aspetti più universali della vicenda; anche Lippestad non è solo un bel personaggio, ma diventa un modo per riflettere sul valore e il signifcato della giustizia. È scendendo nell’individuale che il film presenta dei limiti, quelli della banalizzazione retorica. Ciò non toglie che 22 luglio per due terzi funzioni bene, retto dal solido mestiere di Greengrass e dalla sua intelligenza e sensibilità narrativa. Peccato per l’altro terzo. Gli intenti del regista sono nobili, certo, ma questo non basta. Ed è un peccato, perché così danneggia un film altrimenti ottimo.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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