Preparatevi: Suspiria di Guadagnino non vi lascerà indifferenti

Non ci saranno mezze misure: Suspiria lo amerete o lo odierete, ma non vi lascerà indifferenti. Abbiamo visto in anteprima il film più atteso del Festival di Venezia, un horror alternativo che è in primis un film d’autore.

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Suspiria

Prima della lettura dell’articolo è necessaria una premessa. Se la vostra concezione di film dell’orrore si limita a climax di suspence o jump scares, Suspiria non fa per voi; Guadagnino riscrive le regole del genere, dirigendo quella che è essenzialmente un’esperienza artistica, e che potrebbe necessitare di più visioni per essere apprezzata a pieno.

Ci siamo: durante la quarta giornata del Festival di Venezia, Suspiria – il film più atteso della 75esima edizione – è stato finalmente presentato in Concorso. Dopo aver riempito all’inverosimile la sala della conferenza stampa, il nuovo film di Luca Guadagnino ha reso sold out in poche ore sia il PalaBiennale (capienza 1700 posti) sia la Sala Grande per le due proiezioni serali.

La presentazione era già un grande evento di per sé: il regista italiano è fresco dello straordinario successo internazionale di Chiamami col tuo nome, amato da critica e pubblico e universalmente considerato tra i film migliori del nuovo millennio, e forte era la curiosità di vedere il regista alle prese con un’opera sulla carta tanto distante.

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Occorre specificare subito, per sviare ogni dubbio, che Suspiria non è un remake. Non è neanche un mezzo remake, e se non fosse per il titolo e (parte) del soggetto non sarebbe nemmeno lontanamente identificabile come tale. La sceneggiatura è riscritta da capo a coda, in una rivisitazione intima e personale che si lega a Dario Argento soltanto per l’ispirazione. Come l’originale, il film è ambientato in una scuola di danza gestita da streghe, devote al culto delle Tre Madri.

La storia è ambientata nel 1977 e segue l’arrivo a Berlino della giovane Susie (Dakota Johnson), proveniente da una famiglia metodista dell’Ohio. La sua vocazione, forte sin dall’infanzia, è quella di frequentare la scuola di danza della compagnia Markos. La scuola è segretamente gestita da un gruppo di streghe, tra cui la stessa direttrice Madame Blanc (Tilda Swinton). Quando un’alunna scompare nel nulla dopo aver dato segni di squilibrio mentale, il suo vecchio psichiatra inizia a dubitare della motivazione ufficiale, secondo cui si sarebbe arruolata in un gruppo terrorista clandestino. Lo psichiatra, a quanto sostengono crediti e cast, è interpretato da un misterioso attore di nome Lutz Ebersdorf, ma probabilmente altri non è che una sbalorditiva Tilda Swinton, nascosta sotto ad un altrettanto straordinario trucco.

Suspiria è il primo film horror prodotto da Amazon, casa indipendente che sta progressivamente aumentando le proprie quote nel mercato cinematografico. Come Netflix, massicciamente presente quest’anno a Venezia, anche Amazon ha una piattaforma di distribuzione digitale, ma ha comunque scelto di presentare l’opera al grande pubblico nelle sale cinematografiche dal 26 ottobre 2018 (Stati Uniti).

Un horror alternativo

Negli ultimi anni ai grandi Festival europei sono state presentate opere controverse, responsabili di discussioni e divisioni, che hanno polarizzato la critica cinematografica. Spesso si tratta d’horror d’autore, opere che superano e riscrivono le regole del genere, declinandole unicamente a gusto del regista. La rottura con i canoni convenzionali è talmente forte, spesso, da causare strappi anche con il pubblico, che si divide tra coloro indisposti ad accettare la violazione – magari percependola come ingiustificata, o essendo incapaci di comprenderla – e coloro entusiasti dell’avanguardia, di un’esperienza finalmente originale.

Gli esempi maggiori degli ultimi anni li hanno forniti The Neon Demon di Refn (Cannes 2016) e mother! di Aronofsky (Venezia 2017), anche se pure The House That Jack Built di Von Trier (Cannes 2018) ha ricevuto sia dei fischi sia una standing ovation. Per resistere la diffidenza verso un linguaggio d’autore che sconvolge i canoni del genere tradizionale, potrebbe essere utile non tanto uno stomaco forte quanto piuttosto una mentalità aperta. Per poter apprezzare delle esperienze così originali bisogna partire col presupposto di sgomberare la mente da ogni aspettativa nascosta, lasciando che sia il regista a guidarci alla scoperta del proprio universo visuale e emotivo.

Quest’anno a Venezia è toccato a Suspiria. il film di Guadagnino è un horror alternativo, che non ricerca brividi facili ma rappresenta il terrore con raffinatezza. L’impronta d’autore è preponderante: l’atmosfera è uno dei punti cruciali del film, costruita a partire da fotografia, musica e regia. Guadagnino ha optato per una color palette diametralmente opposta a quella del Suspiria originale, privandola dei colori primari e focalizzandosi esclusivamente su toni poco saturi come il beige, il rosa e il grigio. La colonna sonora, composta da Thom Yorke (Radiohead), è ipnotica e incalzante, perfetta per immergersi nella dimensione rituale del mondo delle streghe. I brillanti movimenti di camera, alcune volte guizzanti come uno schizzo disordinato e altre volte palesemente irrequieti, sono tesi a comunicarci l’instabile e invisibile stranezza che aleggia in tutta la scuola.

Suspiria è soprattutto un’opera coraggiosa. Il regista ha realizzato un horror estremamente atipico, e nel portare avanti il proprio stile è estremista, persegue l’eccesso. Ciò è ben visibile dal modo in cui il grande regista rifugge la paura convenzionale. Guadagnino, ad esempio, ha voluto portare all’estremo la lenta immersione dello spettatore nel mondo stregato: le streghe discutono tranquillamente di fronte a noi, non sfuggono la cinepresa come farebbe un qualunque altro horror tradizionale. Suspiria quindi evita di sfruttare l’istintiva paura dell’ignoto: queste streghe del XX secolo ci accompagnano lungo tutto il film, le ascoltiamo discutere i preparativi del sabba finale e conosciamo perfettamente quello che vogliono.

Una delle caratteristiche più particolari dello stile di Suspiria è il leggero tocco kitsch – presente persino nella locandina – che nel film viene ricercato ad esempio da un ralenti poco fluido o da dialoghi coscientemente eccessivi. La conclusione è graficamente forte ma non soddisferà per nulla chi ricerca il classico finale esplosivo degli horror tradizionali: il lugubre lamento di Thom Yorke che la accompagna fa infatti evolvere ciò che è terrificante in una danse macabre ai limiti dell’anti-climax, emblematica dello stile alternativo del film.

Un montaggio magistrale e una Tilda Swinton magnetica

Le sequenze più sbalorditive del film sono senza dubbio le scene di danza. La coreografia di Damien Jalet a ritmo della musica di Thom Yorke è allo stesso tempo intrigante e inquietante, ambigua come la stregoneria. La gestualità scattante e scandita a tempo richiama l’ipnosi perseguita dai rituali (magici o religiosi) che sfruttano la ripetizione per indurre in trance. In questo contesto il montaggio da brividi dell’italiano Walter Fasano, unito al linguaggio di camera di Guadagnino, risulta fondamentale: la cinepresa balza da ogni angolatura, scattando come le ballerine, ma rimanendo sempre ben salda, quasi come se avesse i piedi piantati per terra (esattamente come le performanti). Il montaggio ricerca il dinamismo ma mantiene un ordine ferreo, in armonia con l’arte performativa che stiamo ammirando.

La scena più emblematica del montaggio, che è in assoluto il migliore visto finora al Festival, è l’audizione di Susie per la parte principale del balletto Volk. Guadagnino e Fasano ottengono uno straordinario parallelismo tra ciò che di meglio e ciò che di peggio il corpo umano può offrire: l’arte corporea si mescola al body horror, la bellezza della danza si intervalla con l’orrore della sofferenza fisica; performance artistica e dolore si avvicinano e allontano fra loro, come una balletto, raggiungendo un inedito equilibrio.

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La sceneggiatura del film è radicalmente intellettuale. La politica, la religione e l’ordine familiare vengono tutti e tre messi sotto una lente d’ingrandimento spietata che non risparmia nessuno, evidenziandone le relazioni fra loro e metaforizzandole nel culto delle streghe.

Un’ultima parola deve spettare alla recitazione di Tilda Swinton. La sua sbalorditiva versatilità nell’interpretare il (mai dichiarato) doppio ruolo conferma che siamo davanti a uno dei talenti più grandi della recitazione contemporanea, e il suo sguardo magnetico – che nei grandiosi primi piani di Guadagnino viene esaltato al massimo – attira l’attenzione dello spettatore in ogni singola inquadratura in cui lei si trovi.

Per chi si staccherà mentalmente dai classici canoni del cinema d’orrore, Suspiria sarà un’esperienza mai provata prima e probabilmente impossibile da ripetere; tutti gli altri saranno destinati ad odiarlo in profondità, non perdonandogli la lontananza dall’horror tradizionale e percependolo come piatto, e per questo il film si preannuncia come il più divisivo dell’anno. Suspiria non è soltanto un film diverso, è un’opera sorprendente che stupirà nelle radicali scelte stilistiche e che costituisce già un elemento irripetibile della storia del cinema dell’orrore.

 

 

Leggi qui i nostri commenti alla terza giornata di Venezia 75.

 

…per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

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