Hereditary, la recensione dell’esordio horror di Ari Aster

Era uno degli horror più attesi dell'anno ed è stato accolto con entusiasmo, ma Hereditary è tutt'altro che un film perfetto, e, nonostante il grande impatto visivo, narrativamente traballa non poco.

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Hereditary

È un periodo d’oro per il cinema horror, lo abbiamo scritto. I produttori di Hereditary hanno saputo sfruttare questo rinato interesse verso il genere per creare grande attesa nei confronti della pellicola di esordio di Ari Aster, grazie anche a due trailer piuttosto ambigui, che non lasciavano intuire né la trama né la tipologia di film. Le prime positive recensioni dopo la presentazione al Sundance Film Festival non hanno fatto altro che amplificare la curiosità, e il risultato finale è la buonissima performance al botteghino.

Il film si apre con una lenta carrellata aerea che entra in una villa in un bosco, rivelando in una stanza un modellino di quella stessa villa. La macchina da presa entra anche nel modellino, che prende vita, e in esso comincia l’azione: vediamo la famiglia Graham uscire di casa (o dal modellino?) per andare al funerale della nonna materna. Da qui inizia la lentissima prima parte del film, in cui Hereditary sembra una sorta di bizzarro dramma psicologico sulla perdita e il lutto, con un titolo che farebbe riferimento alla malattia mentale e al dolore che sembrano connaturati in questa famiglia martoriata dalle tragedie. Il secondo tempo rimescola le carte in tavola e rivela vorticosamente la natura sovrannaturale della vicenda, nonché la reale essenza dell’eredità del titolo.

Forse però parlare di reale non è del tutto corretto: i modellini che vediamo per tutto il film sono opera di Annie, la madre della famiglia, e ci si può chiedere se quel primo movimento di macchina sia solo un vezzo estetico o un modo per far comprendere al pubblico che tutto ciò che avviene è una creazione della donna, e che quindi gli eventi narrati sono in realtà il parto di una mente malata. Questa potrebbe essere una lettura forzata, ma sicuramente Aster gioca con l’ambiguità di Hereditary e si diverte a lasciare spazio alla possibilità di diverse interpretazioni. Siamo di fronte a uno di quei film che, usciti dalla sala, spingono gli spettatori al dialogo per confrontare le letture che ognuno ha dato.

Di solito la molteplicità di significati è un pregio, soprattutto per horror che tanto puntano all’atmosfera (come nel caso dell’ottimo The Witch, degli stessi produttori di Hereditary). Il sospetto però è che qui ciò sia avvenuto solo in parte per merito di una consapevole costruzione narrativa stratificata. Piuttosto, i dubbi interpretativi sembrano derivare da una sceneggiatura fragile, colma di buchi e snodi fondamentali deboli. Non ci si interroga tanto sul senso di un evento o di un simbolo, quanto sulla sua ragione d’essere: “Come è possibile?” e non “Cosa significa?”.

Non solo: Hereditary cambia spesso registro, disorientando lo spettatore. Già il film è nettamente spezzato in due parti, e in più la seconda, nel tentativo di rappresentare la componente horror, cede sempre più spesso al grottesco; alcune scene sono però ridicole, perché nel tentativo di risultare disturbanti finiscono invece per far ridere (e quando gli spettatori ridono davanti al finale di un horror non è un buon segno). Da qui tante domande destinate a rimanere senza risposta perché sorte sui punti deboli del film.

È davvero un peccato, perché la grande perizia tecnica di Aster avrebbe meritato un destino migliore. Almeno due o tre sequenze sono splendide, costruite con grande coraggio narrativo e capaci per questo di generare un’angoscia che ti afferra alla gola e ti strangola. In effetti, prese singolarmente quasi tutte le scene funzionano (quasi, alcune sono davvero imperdonabili). Ma Hereditary non vive solo della tensione psicologica, e si sviluppa lungo una storia ben definita e molto costruita, la cui debolezza intacca l’intero film.

Rimangono sparsi per tutta la sua durata tanti spunti, che probabilmente hanno solleticato l’immaginazione di chi lo sta esaltando, affascinato anche, e a ragione, dal rigore visivo, dall’intensità delle interpretazioni e dall’uso del sonoro di un horror che tenta di distinguersi dal prodotto medio. Gli spunti però rimangono solo spunti, e le possibili riflessioni sulla malattia mentale e sui conflitti familiari su cui si costruisce inizialmente il film finiscono schiacciate dalle incongruenze e dalla imprecisioni della sceneggiatura.

Hereditary paga forse anche un’eccessiva ambizione, e il tentativo di fare un horror che fosse serio, intelligente, complesso e ricco di significati era probabilmente troppo alto per un esordiente, per quanto di indubbio talento. Visti i buoni risultati di pubblico e di critica, però, Ari Aster avrà senza dubbio l’opportunità di fare un secondo film, e possiamo sperare che, grazie all’esperienza maturata, riesca a dare coerenza e costrutto a ciò che di buono ha già dimostrato di saper fare.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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