I cani(di) e la politica: il cinema d’animazione di Wes Anderson

Wes Anderson sembra un regista disimpegnato. Eppure il suo cinema d'animazione, e solo quello d'animazione, ha una componente politica che non si può ignorare. E che arriva fino all'apologia della guerriglia urbana...

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Wes Anderson

Quando pensiamo a Wes Anderson vengono subito in mente personaggi bizzarri, colori pastello, simmetrie perfette. A nemmeno cinquant’anni il regista statunitense ha creato un modo di fare cinema riconoscibilissimo e molto imitato (spesso male), che può essere descritto solo come “alla Wes Anderson”. Lo si può apprezzare o meno, ma non c’è dubbio che Anderson sia uno degli autori più influenti del cinema recente. Al di là della costruzione visiva, anche i temi che corrono per tutta la sua filmografia sono facilmente individuabili. A partire da Un colpo da dilettanti Anderson ha raccontato le paranoie e le velleità di un’intera generazione, attraverso commedie agrodolci sì leggere ma mai piatte o banali.

A voler usare categorie critiche ormai desuete, il cinema di Anderson si può definire come cinema disimpegnato: sebbene si diverta a mettere in risalto esasperandole le psicopatie di quella che una volta si chiamava classe borghese, non c’è in lui alcun interesse per un’analisi sociopolitica della realtà, e tutto è indirizzato a raccontare i personaggi e i rapporti affettivi e/o conflittuali tra essi. Questo Anderson lo fa molto bene: il suo è uno sguardo abilissimo a scovare l’ironia nelle contraddizioni umane, che sa come portare al pubblico grazie a un tocco delicato e sempre elegante. Finora è riuscito a non sbagliare nemmeno un film.

Wes Anderson

Se dunque c’è qualcosa che il mondo di Wes Anderson non sembra contemplare è la politica. A lui interessa altro. Eppure, se questo è verissimo per buona parte della sua produzione, ci sono un paio di film dove invece la riflessione politica è ben presente, se non addirittura preponderante. Ed è interessante notare come questi due film siano i suoi due unici film d’animazione: Fantastic Mr. Fox e L’isola dei cani. La stop motion ha permesso ad Anderson di sfruttare al massimo il suo gusto estetico: la possibilità di manovrare in piena libertà dei pupazzi invece di avere a che fare con attori in carne ed ossa e quella di poter controllare ogni singolo, minimo dettaglio di un set “finto”, gli hanno garantito una libertà visiva altrimenti irraggiungibile, di cui lui ha saputo avvalersi al meglio per dare vita ai propri mondi perfettamente simmetrici.

Si tratta in entrambi i casi di film che rispondono a tutte le esigenze del cinema d’animazione per bambini: animali antropomorfi, trame semplici, lieto fine. Ma di cosa parla davvero Fantastic Mr. Fox? Di una volpe che ha rinunciato alla vita pericolosa del cacciatore per sposarsi, trovare un lavoro per bene, mettere su casa, fare un figlio. Cioè di una volpe che si è letteralmente imborghesita. Ma che decide di unirsi agli altri animali per combattere tre industriali (cioè tre capitalisti) le cui fabbriche minacciano la loro società. E li combattono scatenando una guerriglia urbana armati di molotov. Nell’ultima, meravigliosa scena del film, Fox incontra il Lupo, del cui spirito libero si è parlato per tutto il film, e i due si salutano, da lontano, con il pugno chiuso.

Wolf

L’isola dei cani forse non è così esplicito, ma non è da meno. Un governo fascistoide nutre l’odio della popolazione contro un gruppo debole (i cani), che prima fa esiliare, poi lo relega in un lager dove dovranno essere gasati. Gli si oppone il Partito della Scienza, sostenuto da un manipolo di ribelli il cui slogan è “Amanti dei cani di tutto il mondo, unitevi!” e i cui membri si salutano a pugno chiuso. I cani protagonisti si ripetono continuamente l’un l’altro “Non sei tu il capo, lo siamo tutti”, e mettono al voto ogni decisione da prendere. Insomma, tra slogan e simboli marxisti, materialismo, lotta di classe e critica antiborghese e anticapitalista, Wes Anderson si potrebbe quasi accusare di propaganda comunista.

Sia in Fantastic Mr. Fox che ne L’isola dei cani Anderson porta comunque avanti il proprio discorso sui rapporti umani, e, come abbiamo detto, lo fa esaltando il suo stile estetico. Come ne I Tenembaum o in Grand Budapest Hotel, basta un solo fotogramma per capire che si tratta di un suo film. Sono dunque parte integrante del percorso autoriale di Wes Anderson. Eppure con l’animazione si è sentito in dovere di aggiungere un sottotesto politico piuttosto evidente e importante.

C’è anche un altro elemento che accomuna i suoi due film in stop motion, oltre questa componente politica. Al centro della narrazione vi sono dei canidi: una volpe (e un lupo) da una parte, dei cani dall’altra. Due indizi non bastano a fare una prova, ma si può iniziare a sospettare che nella poetica di Anderson trovi spazio anche una componente ideologica ben strutturata esplorata di rado ma tutt’altro che assente.

Isle of Dogs

I cani sono sempre stati presenti nel suo cinema, ma non sono mai stati trattati molto bene: ne I Tenembaum un beagle viene schiacciato da una macchina, mentre in Moonrise Kingdom un terrier finisce colpito da una freccia. Ma non si tratta solo di scenette in bilico tra l’ironia e il dramma messe lì per colpire il pubblico, bensì diventano piccole metafore della condizione dei protagonisti. Anderson ama le ferite, e non di rado i suoi personaggi appaiono con il volto tumefatto o bendato; spostare questo simbolismo (lasciamo agli spettatori cercarne il significato specifico) agli animali gli permette di estremizzarlo, arrivando anche a ucciderli. I cani dunque diventano proiezioni degli esseri umani, e il loro patimento (fisico) è il patimento (interiore) dei personaggi.

Nei suoi due film di animazione ad Anderson è stato possibile, proprio perché di animazione si tratta ed essa permette l’antropomorfizzazione degli animali, proseguire questa assimilazione tra umani e canidi. Quest’ultimi diventano una rappresentazione non tanto degli esseri umani in generale, ma di coloro che si rifanno a dei valori e a degli ideali considerati da Anderson positivi, dal momento in cui sono i valori e gli ideali dei “buoni” dei suoi film. Quali sono, anche al netto della connotazione politica?

Isle of Dogs

Sicuramente quello che accomuna Mr. Fox e i cani dell’isola è il desiderio di lotta contro l’ingiustizia. Una lotta contro qualcuno di più potente (che può essere la grande industria o un governo malvagio), ma che può essere vinta attraverso l’unione. Un’unione tra diversi: in Fantastic Mr. Fox è l’unione tra specie differenti, ne L’isola dei cani tra i cani esiliati e i cani che vivevano nel laboratorio, reietti tra i reietti. Se gli individui sono dunque fautori della giustizia sociale, la società che costituirebbero sarebbe democratica ed egualitaria, priva dunque di ingiustizie e discriminazioni. È il mondo per cui si batte Fox, è la microrealtà costituita da Chief, Rex e gli altri membri del branco sull’isola.

Ecco. Questa è l’utopia di Wes Anderson. Con un po’ di pazienza se ne può forse trovare traccia in tutto il suo cinema, ma non c’è dubbio che essa esca con forza solo nei suoi film d’animazione. Perché? Probabilmente, proprio in quanto utopica, questa idea può trovare una concretizzazione solo nel cinema più irrealistico di Anderson. Forse il regista è consapevole della sua irrealizzabilità nel mondo vero, e forse lui stesso ne teme l’estremismo. Quindi è nell’animazione che confina la propria componente più radicale, nella speranza, conscia o meno, che il pubblico statunitense, di natura avverso a certe idee, non se ne accorga. In effetti finora è stato così, e per i più Wes Anderson è solo il regista di commedie melliflue ed estetizzanti. Quando invece…

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