La serie sulla Dark Polo Gang è a tutti gli effetti arte contemporanea

La nuova produzione TIMvision ci offre la possibilità di fare un ripasso di storia dell’uomo e di capire come siamo giunti fino a questo punto

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Il nostro scopo in questo mondo è un mistero. Talmente oscuro che, sin da quando se ne ha prova, l’uomo ha cercato di segnare il proprio mortale passaggio, lasciando un segno, compiendo gesta che gli permettessero di non essere scordato dai posteri. La storia è pregna d’esempi in tal senso: da Gengis Khan, passando per Solimano, fino al grande Napoleone, tutti in balia di un irrazionale desiderio di essere grandi. O in questo caso, i più grandi.

In ambito artistico, allo stesso modo, questa necessità non si è mai persa. Lo stimolo che spinse gli uomini delle caverne ad incidere le pareti con le scene della propria vita quotidiana – grande fonte d’ispirazione per la corrente culturale primitivista – si è mantenuto intatto fino ai giorni nostri, fornendo ispirazione per la creazione delle più grandi opere architettoniche di ogni angolo del pianeta.

Les Demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso, 1907

Tale impulso, motivato da un’ancestrale paura del vuoto, subisce un cortocircuito creativo verso l’inizio dello scorso secolo. È il 1913 e il pittore francese Marcel Duchamp è colto da un’improvvisa folgorazione. “È possibile dimostrare che ciò che permetta ad un oggetto di essere considerato arte non siano le sue qualità intrinseche, ma semplicemente il fatto di essere stato creato da un artista?” In altre parole: “l’artista è più importante dell’arte?

Apparentemente sì, citando una nota imitazione di Carlo Lucarelli. Detto fatto, Duchamp confeziona così la prima opera d’arte che vive solamente della luce del proprio creatore: Ruota di Bicicletta, firmato Rrose Sélavy, pseudonimo femminile dell’artista francese.

Ruota di bicicletta, Marcel Duchamp, 1913

Negli anni seguenti Duchamp estremizzerà questo concetto creando i suoi lavori più famosi: Fontana e L.H.O.O.Q – quest’ultima subì le critiche più pesanti, venendo tacciata di essere una semplice provocazione iconoclasta.

Fontana, Marcel Duchamp, 1917
L.H.O.O.Q., Marcel Duchamp, 1919

Poco importa perché ormai la rivoluzione distruttiva dei dadaisti è cominciata e l’arte, da questo periodo in poi, continuerà a subire continue messe in discussione del proprio status.

Anche in Italia tale spinta attecchirà. Al punto che nel 1961, il neodada Piero Manzoni, con un gesto di aperta sfida nei confronti dell’arte del suo tempo, si sentirà libero di defecare in un centinaio di scatolette di latta, esponendole poi come fossero un’opera sotto il nome di Merda d’artista. Una di queste il 6 dicembre del 2016 è stata venduta per 220.000 euro.

Merda d’artista, Piero Manzoni, 1961

È opportuno capire che questi esempi rappresentino una cesura totale con il passato, e con il modo stesso di concepire e realizzare l’arte. Il realismo e la perfetta rappresentazione dell’oggettività non interessano più. Da questo punto di vista gli artisti che vanno da Giotto e culminano con Courbet hanno già fatto tutto. Le grandi masse createsi nella seconda metà dell’ottocento hanno fame di qualcosa di diverso, dell’espressione delle sensazioni, dell’onirico, del metafisico.

Se, quindi, le “vecchie” arti, una volta liberatesi dalle catene della schiavitù nei confronti delle élite nobiliari, sono state libere d’esplorare campi fino a quel momento ancora vergini, lo stesso non si può dire per le forme artistiche più popolari. Glissando sul cinema – che, nonostante alcuni tentativi, senza una struttura portante non sembra ancora in grado di affermarsi pienamente, e che dunque, ad oggi, vede col binocolo qualsiasi avanguardia – non resta che la musica.

L’esaltazione della figura del cantante, o della band di turno, comincia negli anni ’60 con i Beatles. Loro sono i veri autori materiali dell’apertura delle porte al più moderno star-system. “Grazie” a loro possiamo cominciare a parlare d’industria musicale. Dischi, t-shirt, gadget vari cominciano a diventare redditizi a livelli inimmaginabili fino a quel momento.

Anche in questo mondo artistico comincia a notarsi ciò che Duchamp aveva denunciato cinquant’anni prima: il superamento dell’artista, a scapito dell’arte; del significante sul significato. Allo stesso modo, però, neanche nei suoi incubi più nefasti l’artista francese avrebbe immaginato la totale degenerazione delle sue idee, ed il conseguente abbandono totale del contenuto nell’arte del terzo millennio. E in un certo senso siamo felici che non abbia avuto la possibilità di vedere la serie sulla Dark Polo Gang.

L’ultimo prodotto TIMvision tratta della vita di Arturo Bruni, Nicolò Rapisarda, Dylan Thomas Cerulli e Umberto Violo, i quattro membri del gruppo. Le riprese sono realizzate con semplici videocamere portatili, alternate a interviste a camera fissa e Instagram Stories. Scopo della serie è quello di seguire i trapper nelle vicissitudini quotidiane.

La loro esistenza è, come appare chiaro sin dai primi minuti, dedicata esclusivamente ad un nauseante edonismo. Cura di sé, capi firmati, gioielli sbrilluccicanti sembrano essere la loro unica ragione di vita, se escludiamo le onnipresenti canne che girano in ogni inquadratura. La musica, d’altra canto, è quasi del tutto assente.

Nei fatti, il loro apporto al mondo artistico di cui dovrebbero far parte è totalmente subordinato alla necessità impellente di scalare la montagna della celebrità. Le varie interviste, che scandiscono e talvolta spezzano il ritmo degli episodi, ne danno conferma. Mai vi è un’opinione sullo stato della contemporaneità, una considerazione profonda sui padri ispiratori o sugli obiettivi futuri. I pensieri sono tutti rivolti al proprio Io, alla propria storia, ai propri oggetti, alla propria famiglia e alla necessità di mantenere questo livello di fama e benessere.

Il desiderio del benessere, il già citato edonismo e la paura che trapela negli occhi dei quattro al pensiero di perdere la notorietà ci fanno capire quanto poco si sia dissolto, sia pure ai giorni nostri, l’irrazionale paura del vuoto, dell’ordinario, dell’essere dimenticati. Non tanto per le perdite economiche, quanto per la scomparsa di uno scopo esistenziale.

C’è una scena emblematica verso la metà del primo episodio. Dark Side (Arturo Bruni) è in sala studio con Sick Luke, vera mente creativa del gruppo e creatore di tutti i beat. Insieme stanno ascoltando una base, a cui manca però una strofa. Bisognerebbe scrivere un testo che in qualche modo sia in linea con il resto della canzone. Bruni senza problemi prende il telefono, apre l’app “Note” e chiede ad alta voce alla troupe: <<Regà me dovete dà dieci minuti pe’ scrivere il testo. Io ci metto proprio cinque minuti>>. Poco dopo lui e Sick Luke si danno la mano e si congratulano vicendevolmente per avercene impiegati solo tre. Un nuovo record parrebbe.

Ancora una volta sembra di essere di fronte ad una forma artistica – scusate l’espressione probabilmente inappropriata – che trova le sue radici nell’esaltazione del creatore e nell’affossamento dell’arte strutturata e canonizzata. Il valore del pezzo non è dato dal testo o dalla sperimentazione musicale, ma dalla firma dell’autore, riverito e apprezzato da un pubblico (giovanissimo) alla ricerca di qualcosa di nuovo.

I parallelismi corrono veloci e forse è bene fermarsi in tempo. Eppure sembra proprio che la Dark Polo Gang viva e cavalchi perfettamente il prototipo dell’artista contemporaneo: provocatore, disgustatore, e con una forma che ne rappresenta anche il contenuto, e viceversa. In un mondo dove le voci sembrano moltiplicarsi serve farsi notare, serve urlare. Allo stesso modo in cui il titolo di un articolo deve catturare l’attenzione dell’utente nel minor tempo possibile. Logiche che ormai sono parte integrante di quest’epoca. Non c’è modo di liberarsene nel breve periodo.

Così si spiegano gli Sfera Ebbasta, gli Young Signorino e anche le Dark Polo Gang: nascono e si nutrono della nostra sensazione di nausea alla loro vista, e finché li si ostracizzerà loro sopravvivranno.

E se è vero che – come diceva un altro che ci aveva visto lunghissimo – “non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità“, è pur vero che all’ascoltatore medio della musica cantautoriale degli anni ’60 questi concetti sembrino stupidi e probabilmente scritti da un cretino. Ma in fondo, a ben vedere, la differenza fra una canzone vuota e una scatoletta di merda non è poi così abissale. Forse solo la consapevolezza di ciò che si sta facendo. Ma alla fine, conta davvero così tanto?

P.S.: In calce all’articolo sono presenti i link ai miei social per tutti coloro i quali avessero voglia d’insultare privatamente.

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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