Gli zombie siamo noi, gli zombie sono loro: George Romero e 50 anni di morti viventi

Mezzo secolo fa Romero reinventò un mito haitiano per farne una delle figure di maggior successo dell'immaginario horror. Un'ottima occasione per capire da dove vengono gli zombie e dove sono arrivati oggi, tra folklore e allegorie sociopolitiche.

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George Romero Zombie

In questi giorni il Festival di Cannes sta festeggiando il cinquantenario dell’uscita di 2001: Odissea nello Spazio, il film di Stanley Kubrick che nel 1968 riscrisse la storia della fantascienza e di tutto il cinema. Ma il ’68 non è solo l’anno di 2001, poiché almeno un altro film epocale uscì nelle sale proprio in quei mesi. Un film piccolo, indipendente, ma che era destinato a rivoluzionare la cultura popolare di tutto il mondo. Nel 1968, infatti, esordì un allora ventottenne George Romero, che con La notte dei morti viventi creò una figura destinata a un’enorme fortuna: lo zombie.

Per noi oggi gli zombie non sono che quelli di Romero, dei cadaveri tornati alla vita affamati di carne umana, il cui morso uccide e trasforma le vittime in zombie a loro volta. Così in origine però non era. Il termine zombie viene dalla cultura haitiana, ed è strettamente connesso con la religione voodoo: gli zombie erano infatti individui vittime di uno stregone (chiamato bokor) che, attraverso la sua magia, li privava della volontà per utilizzarli per i suoi scopi. Questo mito, fortemente radicato nella società haitiana, potrebbe avere un fondamento reale, e secondo alcune ricerche nell’isola tropicale si usavano delle droghe che somministrate agli schiavi ne inibivano le funzioni cognitive rendendoli lavoratori instancabili. Alcuni casi di zombificazione “reale” sono stati anche studiati scientificamente, ed è risultato che spesso si trattava di sintomi di gravi malattie scambiate, appunto, per gli effetti di un incantesimo voodoo.

Zombie Haiti

I film di zombie esistevano da prima de La notte dei morti viventi, ma erano film sugli zombie haitiani, che ben poco avevano a che vedere con le creature di Romero. Nel 1915 gli Stati Uniti avevano occupato Haiti, dove sarebbero rimasti fino al 1934, e nel 1929 il libro The Magic Island di William Seabrook portò al pubblico statunitense nozioni sul folklore dell’isola, rendendo universalmente noti gli zombie, che da lì a poco avrebbero fatto il loro esordio sul grande schermo. Il capostipite del genere è l’horror a basso budget L’isola degli zombies (White Zombie), girato nel 1932 da Victor Halperin. Ambientato nel XIX secolo, racconta di una donna americana in viaggio ad Haiti, dove viene trasformata in zombie da uno stregone (interpretato da un sempre memorabile Bela Lugosi). Il film riprende fedelmente le leggende dell’isola, quindi la giovane è sì mentalmente inibita ma è ancora viva, e potrà essere salvata e curata dal suo promesso sposo, l’eroe del film. Il film di Romero non c’entra dunque nulla, anche se le movenze caracollanti dei suoi morti viventi sono già presenti in questi zombie.

L’isola degli zombie è il primo film sul tema, ma anche se oggi è diventato un piccolo cult, all’epoca ebbe poco successo e non aprì alcun filone. Esiste un pessimo seguito, Revolt of the Zombies, diretto sempre da Halperin quattro anni dopo. Soprattutto esiste Ho camminato con uno zombie (I Walked with a Zombie) prodotto dalla RKO nel 1943 e diretto dal grande regista horror Jaques Tourneur, ambientato in una fittizia isola caraibica dove una giovane infermiera deve occuparsi di una donna che si scoprirà essere stata zombificata. Il cinema di zombie è limitato a questi pochi titoli, tutti relativi al voodoo.

Ho camminato con uno zombie

Di film su morti tornati in vita ce ne sono sempre stati in abbondanza (dopotutto è un tema presente in tutta la narrativa umana dall’alba dei tempi), ma non c’era un’identificazione tra essi e il termine zombie, e soprattutto non esisteva l’idea dei non morti antropofagi e contagiosi, causa di epidemie apocalittiche. Tutto questo avvenne solo grazie a Romero, e nemmeno del tutto volontariamente. La notte dei morti viventi era ispirato a Io sono leggenda, il bellissimo romanzo di Richard Matheson sull’ultimo essere umano rimasto sulla Terra dopo che un morbo ha trasformato l’intera popolazione mondiale in mutanti vampireschi (un primo adattamento del libro era già stato fatto nel 1964 dal nostro Ubaldo Ragona, con L’ultimo uomo sulla Terra). Romero invece delle creature intelligenti di Matheson mise dei morti affamati di carne umana, privi di intelligenza e mossi solo dall’istinto della caccia. Ne La notte dei morti viventi ci sono tutte le caratteristiche dello zombie come lo intendiamo noi oggi, compreso il morso infettivo, le movenze lente e la necessità di distruggerne il cervello per ucciderli definitivamente. Ma non si parla mai di zombie. Romero nella sceneggiatura scrive “ghoul”, demone islamico che nella cultura occidentale è stato associato a tanti e diversi tipi di entità maligne, e nessuno dei personaggi ricorre al termine.

Saranno pubblico e critica a utilizzare la parola haitiana per descrivere gli esseri de La notte dei morti viventi, basandosi sul fattio che, secondo alcune versioni del mito, la droga magica conduceva le vittime in uno stato di morte apparente che portava le famiglie a seppellirle, cosi che gli stregoni potessero facilmente impossessarsene. Quando 10 anni dopo Romero avrebbe diretto il primo sequel del film (Dawn of the Dead, distribuito in molti paesi, tra cui in Italia, proprio con il titolo di Zombi), il termine era divenuto ormai quello “ufficiale” per indicare le creature, e il regista decise di adottarlo personalmente.

La notte dei morti viventi

La notte dei morti viventi è un capolavoro, e chiunque voglia fare cinema dovrebbe vederlo e studiarlo, per capire come si possa fare un grande film anche con pochissimi mezzi: con qualche attore sconosciuto, delle comparse, una villa e un po’ di interiora Romero è riuscito a dare vita a un film che mezzo secolo dopo ancora inquieta, grazie all’atmosfera dispetata e claustrofobica che aleggia per tutta la sua durata. Non solo: ha fondato un filone cinematografico che è diventato praticamente un genere a sé stante, ormai onnipresente in ogni espressione culturale popolare. Fumetti, videogiochi, libri, serie TV: gli zombie sono ovunque. E sono gli zombie di Romero.

Qualche deviazione c’è stata. La più importante è sicuramente quella dei runner, gli zombie veloci apparsi per la prima volta nel 1970, in I Drink Your Blood di David E. Durston, diventando una tendenza piuttosto di moda negli horror d’azione degli ultimi anni. Nel 1979, invece, il nostro Lucio Fulci diresse un sequel non ufficiale dei film di Romero, Zombi 2, b-movie con un interessaante intento: riportare gli zombie romeriani nelle isole caraibiche dove erano nati. Ma alla fine in tutte le variazioni la maggior parte dei tratti caratteristici rimangono invariati, e sono quelli de La notte dei morti viventi. Ci sono persino film non di zombie che sono di fatto film di zombie: 28 giorni dopo e tutta la corrente dei film di infetti sono quasi un sottogenere degli zombie movies. La portata del piccolo film indipendente di Romero è davvero epocale.

George Romero

Forse era inevitabile che gli zombie, quegli zombie, nascessero proprio nel 1968, e forse Romero è stato “solo” il catalizzatore dei sentimenti e delle paure di un’intera generazione. Il 1968 è l’anno che segna la nascita del New Horror. A metà degli anni ’60 l’industria cinematografica statunitense in crisi diede spazio a una generazione di giovani cineasti cresciuti con il cinema classico e i nuovi film europei, una generazione (quella di Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg…) che rivoluzionò Hollywood. Dal ’68 anche il cinema horror si rinnovò, con Rosemary’s Baby di Roman Polanski e, appunto, con La notte dei morti viventi. La New Hollywood si rivelò particolarmente ricettiva nei confronti del fervore politico che in quegli anni attraversava il paese, e anche chi si dedicò al cinema dell’orrore seppe renderlo foriero di istanze sociali.

In Rosemary’s Baby, dove una famiglia borghese dà vita all’anticristo, ciò è evidente, ma anche il film di Romero non è solo un film di paura. Gli zombie sono una massa che rinuncia all’individualità e che divora gli individui per trasformarli a loro volta in parte indistinta della massa; diventano poi anche espressione di una violenza ferina che ha ormai conquistato la società. Sono davvero innumerevoli le possibilità simboliche che possono evocare. Ne La notte dei morti viventi sono ancora tutte in nuce, e il film con buone probabilità è più genericamente una rappresentazione di tutte le tensioni sociali che all’epoca attanagliavano la società statunitense, ma nei film successivi Romero ha voluto esplorare tutte le possibilità che le sue creature gli offrivano.

La notte dei morti viventi

Zombi è interamente ambientato all’interno di un centro commerciale, dove i non morti si aggirano tra gli scaffali riempiendo carrelli, a causa dell’istinto che li spinge a riprodurre i gesti cui erano abituati in vita. Di cosa parli davvero il film è superfluo sottolinearlo (e Romero non ha mai fatto segreto delle proprie simpatie marxiste). Il terzo capitolo della serie, Il giorno degli zombi (Dawn of the Dead) è invece una parabola antimilitaristica dove il vero nemico è l’esercito, non più lo zombie, vittima a sua volta. Romero ha proseguito su questa strada anche nella trilogia successiva che ha realizzato tra il 2005 e il 2009, mantenendo vivo il lato simbolico e politico degli zombie.

Forse è proprio per la loro ricchezza allegorica che gli zombie hanno conosciuto tanta fortuna. Accanto a film più semplici (alcuni anche molto buoni, basti pensare al recente Train to Busan), gli zombie movies sono sempre stati uno strumento eccezionale per raccontare, attraverso il genere, drammatiche questioni sociali. Una vera chicca in questo senso è The Cured, film irlandese del 2017 diretto da David Freyne, dove un mondo che è sopravvissuto a un’apocalisse zombie e che ha trovato un modo di curare gli infetti diventa il simbolo della situazione nordirlandese e dei Troublese che per decenni hanno stravolto il paese, nutrendolo di odio e di morte (dopotutto, la canzone dei Cramberries che racconta di questo conflitto si chiama proprio Zombie).

The Cured

Romero ha saputo creare una figura perfetta per incarnare la contemporaneità: gli zombie siamo noi. Proprio per questo il suo impatto sull’immaginario popolare è stato gigantesco; pensate a quanti sono i prodotti che fanno ricorso ai morti viventi. Secondo IMDb ci sono 1057 lungometraggi cinematografici horror che hanno a che fare con gli zombie, cui bisogna aggiungere 513 cortometraggi, 40 film televisivi, 94 serie, nonché, come detto, innumerevoli videogiochi, giochi da tavolo, fumetti… ultimamente c’è stato un ulteriore ampliamento della cultura zombie, a cui si deve il successo di The Walking Dead e la diffusione delle “zombie walk”, flash mob in cui i partecipanti interpretano un’orda di non morti.

Siamo dopotutto in un’epoca in cui masse anonime di (quasi) morti vagano tra i paesi, venendo da molti percepite come un’invasione che minaccia la società. Gli zombie si identificano sempre di più con gli ultimi, con i gradini più bassi della società, individui deboli e privi di dignità umana che solo nel grande gruppo riescono a guadagnare forza, e per questo diventano pericolosi (o vengono percepiti come tali) per l’ordine civile: gli zombie sono gli altri. È l’ennesima reinterpretazione del mito romeriano, che, consapevolmente o meno, il regista aveva già innestato nelle sue creature (e che poi avrebbe esplicitato ne La terra dei morti viventi).

Siria

Altro che morti. Gli zombie sono vivi, eccome se lo sono. E parlano di noi. George Romero, a soli 28 anni, ha saputo riprendere tanti miti e racconti del passato (pensate solo a Frankenstein) per creare uno dei più fertili simboli della contemporaneità. Da cinquant’anni gli zombie occupano i nostri incubi, e ogni campo dell’intrattenimento. Per questo, Romero va considerato come uno dei cineasti più influenti di ogni tempo. Ma anche al netto di questo, La notte dei morti viventi rimane un capolavoro, come un capolavoro è anche Zombi. Ma tutto il suo cinema andrebbe rivisto, perché come pochi altri registi Romero ha saputo utilizzare l’orrore per parlare del mondo. Con gli zombie ha parlato dell’uomo, e dell’uomo, e della sua società, gli zombie hanno sempre parlato. Ancora oggi, infatti, continuano a farlo.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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