Mad Max: Fury Road, 5 ragioni per cambiare idea se non ti piace

Un'analisi delle peculiarità che hanno reso Fury Road il capostipite del genere d'azione, nonché uno dei film maggiormente apprezzati dalla critica negli ultimi anni. Nella speranza che possa aiutarvi a convincere quel vostro amico che non lo apprezza.

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Sono passati quasi tre anni dalla première mondiale di Mad Max: Fury Road. In quei giorni nessuno poteva immaginare, attori e regista compresi, il successo che il film avrebbe avuto presso sia pubblico che critica. Incassi a 9 cifre e stampa specializzata che pressoché all’unanimità si ritrovava ad elogiare il lavoro di George Miller. Tutt’oggi rimane un cult apprezzatissimo, viene considerato fra i migliori film d’azione di sempre, nonché uno dei prodotti più importanti degli ultimi decenni.

Ciononostante, come accade per qualsiasi opera che raggiunga una vasta notorietà, inevitabilmente si sono andati formando schieramenti opposti (non di uguali dimensioni, va detto) che da una parte esaltano e dall’altra bocciano.

Inevitabilmente perché Mad Max è di certo un film sui generis, uno di quelli che rimane piantato in testa al di là del gradimento che possa o meno aver riscosso. Come potrebbe fare diversamente una pellicola che riesce a mantenere dei ritmi forsennati per tre quarti della sua lunghezza complessiva e che riesce ad accompagnarli a scenari desolanti e personaggi grotteschi.

Per tutti coloro i quali si trovano dall’altra parte del guado, oppure hanno bisogno di argomenti da buttare sul tavolo in una discussione con agguerriti detrattori, oggi proviamo a redigere un mini prontuario che, nella speranza di chi vi scrive, dovrebbe, se non far cambiare idea, quantomeno instillare la pulce nell’orecchio di chi urla all’ennesima americanata (che poi in realtà sarebbe australianata).

1. È la quintessenza cinematografica di George Miller

<<Esistono sostanzialmente due tipi di film: la messa in scena, dove il ruolo della cinepresa è quello solamente di riprendere le performance degli attori, e il film-montaggio, dove tutto è fatto con la cinepresa. Mad Max è un film-montaggio. Per assurdo, paradossalmente hai più controllo in un film incentrato tutto sul montaggio, specialmente se sei costretto a lavorare con attori inesperti. Per un’opera prima sarebbe consigliato lavorare con tagli continui>>

Questa risposta alla domanda di un giornalista che chiedeva, nel lontano 1979, a Miller il motivo di una così lunga post-produzione, bene esplica le idee del regista riguardo a come un film focalizzato sull’azione e il movimento continuo si presti ad essere l’opera d’esordio di qualsiasi regista si affacci sul complesso panorama della settima arte. In un’epoca in cui Tarantino ha fatto scuola al punto tale che le nuove leve tentano di farsi notare attraverso la sagacità dei dialoghi, Miller vuole far colpo su un pubblico non più suo andando in “leggera” controtendenza.

La bella e… il regista, a Cannes

36 anni dopo il primo capitolo, il “reboot” della saga ha permesso di tornare all’interno del mondo di Mad Max con, stavolta, due elementi aggiuntivi che mancavano negli anni ’70: soldi e mezzi tecnologici. Di contro, la possibilità per Miller di espandere fino al limite la sua idea di cinema ha permesso di carpirne anche i limiti.

I suoi lavori, difatti, sono racchiudibili in tre M: musica, montaggio e mito. Se le prime due risultano già chiare, la terza sottintende la poca attenzione riposta nella creazione della trama o nella profondità donata ai protagonisti. La storia è archetipica, i personaggi prototipici. Ciò vale sia per tutti i lungometraggi di Miller, non solo quelli d’azione. Dalla saga di Mad Max ad Happy Feet, passando per Babe maialino coraggioso (sì, esatto, ha diretto anche questi film).

Ciò può essere letto sia come punto di debolezza, secondo un’impostazione classica, ma anche come punto di forza nel momento in cui ci si rende conto che l’attenzione, così facendo, ricade tutta su ciò che sta accadendo in quel momento sullo schermo. Il cinema di Miller non si presta all’intellettualizzazione, ma solo all’emozione. Un’emozione che ricorda molto da vicino il pugno allo stomaco.

2. La CGI è quasi del tutto assente

Sempre più nel cinema odierno d’azione (o ancora peggio, del sottogenere superoistico) pare che ogni singolo movimento dell’attore debba essere accompagnato da uno schermo verde sullo sfondo. Ogni salto, ogni capriola, ogni colpo di martello degli dei sembra non sfuggire a questa logica. Ne consegue che ormai i film di tale impostazione sembrino tutti uguali e, francamente, detestabili.

Miller riesce a fare suo il progresso tecnologico senza sfruttare il mezzo in ogni dove, ma con un uso sapiente e perennemente giustificato. A piccole dosi sostanzialmente, al punto che dove è presente contribuisca ad esaltare l’importanza del momento.

Per converso, tutto il resto è stato realizzato grazie a tre elementi fondamentali: stunt-man professionisti, circensi del Cirque du Soleil e santa pazienza. Gli attori che ballonzolano da una parte all’altra dell’inquadratura con le loro aste da atleti olimpici, i motociclisti che lanciano granate saltando oltre la blindocisterna, i poveri soldati di Immortan Joe che cadono dai loro veicoli, tutto accaduto realmente. Con buona pace della Signora Miller, che ha dovuto catalogare e montare oltre 480 ore di girato. A proposito di post-produzione.


3. Visivamente è magnifico

Dando un’occhiata ai video del dietro le quinte appare subito evidente quanto lavoro sia stato fatto da John Seale, direttore della fotografia tornato dalla pensione solamente per far contento George Miller. Il risultato appare esteticamente appagante e soprattutto funzionale, basti pensare a quanto chiara la vicenda, anche nelle fasi più concitate, sia per lo spettatore.

Per raggiungere questo scopo i colori sono stati saturati e “accalorati” quanto bastava per riuscire a donare quella sensazione di torrida afa desertica che permea la pellicola. Le riprese, poi, hanno fatto uso di un fuoco perennemente fisso al fine di non rendere confusionarie determinate sequenze.

Nelle poche scene di calma, invece, Miller si è lasciato andare a qualche virtuosismo. Uno su tutti i continui rimandi a Dalì che chi ha studiato l’artista spagnolo non può non aver notato:

Salvador Dalì, Gli Elefanti, 1948

4. Il ritmo

Con quest’ultimo punto si tocca con mano la reale frattura fra l’ammiratore e il detrattore. Se quanto scritto finora può essere apprezzato da pressoché chiunque, il ritmo è forse la pietra dello scandalo.

Mad Max non è un film da relax domenicale su Netflix. Richiede un certo sforzo a chi guarda, perché sebbene non affronti tematiche filosofiche e possa essere tacciato di frivolezza, i continui tagli necessitano di una mente sveglia che connetta le scene per capire cosa stia avvenendo nella sequenza. Il tutto moltiplicato per i 120 minuti della durata del film. Va detto che Miller padroneggia il mezzo con impeccabile maestria riuscendo a rendere il tutto estremamente più semplice.

Le inquadrature non sono mai casuali – spesso con obiettivi grandangolari montati su elicotteri Miller ci aiuta a capire meglio la situazione – i movimenti di macchina non sono mai percepiti e la sensazione di essere braccati da una carovana di veicoli è perenne.

In tutto questo, i quanto mai frequenti scontri fra macchine e uomini paiono avvenire seguendo una precisa coreografia che s’incastra al millesimo con l’appropriatissima colonna sonora. Il debito di Miller nei confronti della tradizione cinematografica di arti marziali sino-giapponese è evidente, ma fortunatamente ciò è stato già sdoganato da almeno una quindicina d’anni. In tal senso il combattimento fra Max e Furiosa è solo uno dei diversi esempi che si possono fare:


5. C’è un cazzo di chitarrista che spara fiamme

Qual è la differenza fra un grande autore e uno mediocre? Le inquadrature? L’accompagnamento musicale? La possibilità di lavorare con grandi attori? Niente di più sbagliato, la differenza sta tutta nella locura, nella pazzia, o cerveza, che dir si voglia. Dettagli infinitesimali posti lì a dimostrare che l’occhio dell’artista c’è e ti sta guidando all’interno di un universo ben delineato.

Ecco, quindi, se il doof warrior ha un valore, oltre a quello di essere oggettivamente la cosa più figa mai vista su un grande schermo, è proprio questo. La controprova che Miller abbia consapevolezza di cosa stia facendo. È la rassicurazione necessaria allo spettatore che, non a caso, arriva durante le prime battute del film.

Fra tutti i personaggi che si poteva citare (e sono veramente diversi e ognuno esteticamente sfaccettato a suo modo) questo incrocio fra Angus Young e un fantasma rappresenta l’apice della libera fantasia dell’autore, nonché uno dei tratti più divertenti. Com’è ovvio che sia, anche in questo caso la chitarra spara realmente fuoco dal manico. Niente CGI.

La speranza è quella che, data la grande popolarità raggiunta dal personaggio interpretato dal musicista australiano Sean Hape, non tentino di realizzare alcuno spin-off incentrato su di lui. Stiamo pur sempre parlando di Mad Max, mica Breaking Bad.

 

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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