L’isola dei cani: la recensione del nuovo film in stop-motion di Wes Anderson

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L’isola dei cani dimostra che la stop-motion è lo strumento perfetto per veicolare il cinema di Wes Anderson e tutte le sue diversissime ossessioni.

La stop-motion è il genere di animazione più adatta a mettere in piedi le visioni cinematografiche di Wes Anderson. L’aveva già mostrato Fantastic Mr. Fox e ora, L’isola dei cani lo chiarisce definitivamente. L’animazione in generale gode del pregio di essere una materia completamente malleabile, in cui ogni dettaglio secondario e micro-movimento sono necessariamente controllati dalla volontà del suo autore. Non esiste un principio più coerente con la regia di Anderson, che tende a dividere il campo in linee verticali e orizzontali come se fosse un piano di indagine razionale; tanto più se si utilizza una tecnica come la stop-motion, che grazie a movimenti scattosi e ad una staticità espressiva di base, restituisce pienamente quel senso di smarrimento comico e drammatico tipico del suo cinema.

Le memorabili espressioni catatoniche, prima affidate all’abilità di attori come Bill Murray, Luke Wilson o Jason Schwartzman, sono costruite in maniera altrettanto efficace sul muso dei protagonisti de L’isola dei cani. Chief (Brian Cranston), Rex (Edward Norton), King (Bob Balaban), Boss (Bill Murray) e Duke (Jeff Goldblum) sono i cinque membri del branco canino che aiuteranno il piccolo Atari Kobayashi a ritrovare il proprio amico a quattro zampe Spots. I cani sono ripresi con lunghi primissimi piani in pose pressoché immobili, intervallate solamente dai peli ondeggianti e attraversati da zecche o da qualche saltuario ringhio. Una logica, questa, che si riflette anche nella rappresentazione dei fondali: una successione di quadri statici in cui sono i particolari ad agitare le acque, come i ratti che all’improvviso tagliano simmetricamente l’inquadratura.

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Atari e i suoi compagni di viaggio si muovono così tra gli scenari desolati della grande discarica di Trash Island, inseguiti dalla polizia del sindaco Kobayashi. Anni prima tutti i cani erano stati esiliati su quest’isola in rovina perché affetti da un’influenza che rischiava di contagiare l’intera cittadina di Megasaki City. In realtà, come mostrato dal mito presente nel prologo del film (diviso per capitoli), la dinastia Kobayashi intratteneva uno scontro secolare con la razza canina, volto ad affermare la completa supremazia umana. Da qui gli intrighi politici e le storie di resistenza che hanno portato l’uomo ad accentuare il disprezzo verso il proprio storico migliore amico. A proposito è significativa (ed anche molto divertente) la scelta di non tradurre le parole giapponesi pronunciate dagli uomini, concedendo il dono della comprensibilità verbale esclusivamente ai cani.

Una delle premesse de L’isola dei cani è proprio quella di inserire la narrazione all’interno di un contesto ispirato alla tradizione orientale. Wes Anderson si è sempre divertito nell’utilizzare media come la radio, la televisione o il diario all’interno delle proprie storie; ora a questi mezzi si affiancano elementi come i concerti di tamburi giapponesi (Taiko) o la poesia haiku per rielaborare ed interpretare gli eventi che accadono sullo schermo. I componimenti haiku in particolare condividono con il film la propria indole semplice, ispirata da sentimenti e immagini immediate, ma che manifestano una grande intensità emotiva.

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E se l’intreccio si può risolvere nel racconto essenziale di una ricerca e di una fuga, non si può dire lo stesso della struttura narrativa: il regista intreccia carrellate, zoom, voice over, didascalie esilaranti, flashback e ottiene ritmi serrati e azione di altissimo livello, opposti all’immobilità con la quale invece costruisce le inquadrature. La colonna sonora curata da Alexander Desplat, dai toni decisamente solenni e incalzanti, intensifica la velocità e si divide il compito con i brani anni ’70 che Anderson non può fare a meno di associare alle sue sequenze più riuscite. Questa volta la scelta è caduta sulle note di I Won’t Hurt You della The West Coast Pop Art Experimental band, un gruppo rock fortemente psichedelico.

L’isola dei cani, dunque, è il regno degli opposti: statico, veloce, semplice, stratificato, statunitense, orientale. Un cumulo ordinato di ispirazioni e toni diversissimi che ne fanno un’opera davvero brillante. Il film non è forse il migliore girato da Wes Anderson, ma sarebbe ingiusto paragonarlo ad altri titoli come I tenenbaum, Moonrise Kingdom o lo stesso Fantastic Mr. Fox per trovarne dei difetti. Stiamo parlando comunque di uno dei film più interessanti usciti negli ultimi tempi e che specchia fedelmente gli intenti del proprio autore: anche qui tutti gli sforzi estetici e tematici sono tesi alla costruzione di personaggi (secondari e non) con personalità eccezionali ed estremamente riconoscibili. I denti storti di Atari, gli occhi lucidi di Chief, le acrobazie di Nutmeg (con la voce di Scarlett Johansson) sono tutte immagini splendide alle quali, dopo la visione, è impossibile non pensare con affetto.

 

Se siete curiosi ecco il brano I Won’t Hurt You:

 

 

Leggete anche la recensione del secondo episodio della seconda stagione di Westworld.

 

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