Trust – Il rapimento Getty: recensione ep. 4 – È tutto, gente

Continua Trust, serie sulla storia del rapimento Getty in onda su Sky Atlantic e disponibile su NOW TV, con il suo quarto episodio: È tutto, gente.

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La recensione del terzo episodio di Trust si concludeva con la frase: “Con il prossimo episodio Trust potrà davvero iniziare” – sottolineando il fatto che i primi tre episodi hanno avuto la funzione di set up della storia e di presentazione dei personaggi.

Beh, era vero.

Il quarto episodio di Trust – Il rapimento Getty si concentra principalmente sulla sceneggiatura e delinea i primi intrecci che sconvolgono la trama del rapimento. Primo organizza la richiesta del riscatto per Paul, e incontra un cugino che si farà chiamare Fifty e che sarà il mediatore di questa trattativa. Intanto nella famiglia Getty si comincia a realizzare che il rapimento è reale, non una truffa organizzata dal giovane rampollo per accaparrarsi quanti più soldi possibili. Lo ha sempre saputo Gail, la madre, che chiede però delle conferme a Fifty, dettagli che evidenzino che ha realmente in mano suo figlio. Chiede conferme anche il nonno John Paul Getty, che apre a una trattativa e spedisce di nuovo Chace a Roma. Nel mentre, nel luogo in cui viene tenuto in ostaggio, Paul comincia a legare con uno dei rapitori: Angelo, il traduttore.

Aperta parentesi: Luca Marinelli è un po’ come la pizza. Uno la mangia, la rimangia, e la mangia ancora, stando solo attento a non fare indigestione, e ogni volta che la mangia pensa: “Mamma mia, quanto è buona.” Con Marinelli è lo stesso, lo vedi recitare e non ti stanchi mai di pensarlo: “Mamma mia, quanto è bravo”. Un’espressività fuori dal comune, una naturalezza nei gesti e nelle battute, la netta convinzione, ogni volta, che abbia fatto un lavoro certosino sul capire il personaggio che interpreta. Chiusa parentesi: con Marinelli è facile diventare una sorta di groupie. Resta il fatto che il suo personaggio, adesso, regge in scioltezza la trama sulle proprie spalle e che l’attore romano si trova sempre a suo agio nella parte del cattivo, come dimostra la scena iniziale in cui viene decisa la cifra da richiedere per il riscatto. Forse, ecco, sarebbe meglio che non diventasse una sorta di gabbia, il suo atteggiarsi da simil Joker, visto che ogni volta che interpreta un poco di buono non può che tornare alla mente lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot.

Altri due attori che meritano un elogio dopo questo quarto episodio sono senza dubbio Hilary Swank, molto credibile in una puntata in cui viene messa duramente alla prova con l’ufficialità del rapimento del figlio, e Andrea Arcangeli, che con la sua tenerezza e il suo atteggiamento pacato giustifica in poche scene il rapporto umano tra rapitore e rapito.

Dicevamo, una puntata di pura sceneggiatura, che addirittura racconta diverse atmosfere. C’è la comicità esilarante di una scena che strappa più di una risata, in cui vediamo Fifty chiamare un giornale per rivelare i dettagli del rapimento ma parla con una segretaria completamente disinteressata alla notizia. C’è il pathos dell’incontro tra Gail e Fifty all’interno di un cinema. C’è l’intensità di una scena in cui Paul disegna una storia sulla parete tramite le sue ombre cinesi, andando a riprendere un’idea visiva già utilizzata anche negli scorsi episodi e veramente efficace nella sua valenza simbolica. C’è il primo sviluppo dei personaggi, come già detto nel rapporto tra Paul e Angelo, credibile nonostante le poche occasioni in cui viene trattato. Da ragazzino folle e sconsiderato che in preda ai fumi della droga e dell’alcol decide di architettare una truffa, Paul ora passa al suo personaggio profondo, che consiste nell’essere solo un ingenuo. A tal punto che addirittura chiede ad uno dei suoi rapitori di fargli da testimone di nozze, una volta che sarà tutto finito. Lo chiede proprio ad Angelo, che nella cosca di delinquenti svolge il ruolo di traduttore, dunque è quello più morbido, quello che “non sa le cose”, quello che senza dubbio soffre di più la pietà verso un ragazzino finito in qualcosa di più grande di lui.

Non si può che chiudere parlando, per l’ennesima volta della regia, perché non ci stancheremo mai di dire che è uno dei motivi per cui questa serie merita un’occhiata non superficiale. Stavolta a dirigere l’episodio non è Danny Boyle, che nelle scorse recensioni abbiamo elogiato per le sue inquadrature eccentriche, tutti lo conosciamo come un regista a dir poco visionario.

Ma Dawn Shadforth si rivela all’altezza, e dunque come si comporta, in una puntata incentrata prevalentemente sulla sceneggiatura? Si limita.  Aumenta il ritmo, il montaggio diventa frenetico, lascia campo libero alle prove attoriali nelle scene più lunghe senza particolari ghirigori che sarebbero risultati fini a se stessi.

Per questo, nonostante la storia sia forse un po’ trita e ritrita, data la contemporaneità con il film Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, Trust – Il rapimento Getty è una serie di ottima fattura, che coinvolge e non stanca, meno che mai ora che la narrazione sta entrando nel vivo.

Vuoi leggere tutte le recensioni di Trust? Comincia pure dal primo episodio.

Sceneggiatore, nel tempo libero scrivo racconti. Credo che ogni persona abbia un universo dentro e che vada raccontato. Credo nell’empatia.

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