Pacific Rim – La Rivolta, la recensione del sequel con John Boyega

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Pacific Rim - La Rivolta, la recensione del sequel con John Boyega

Pacific Rim – La Rivolta, con protagonista John Boyega, è il sequel del film diretto da Guillermo del Toro nel 2013. Ecco la nostra recensione.

Nel 2013 Pacific Rim aveva sorpreso un pò tutti. Il film, diretto da Guillermo del Toro, aveva una sua personalità decisa, ed era riuscito a discostarsi sia dalla potenza esplosiva della saga di Transformers che dallo stile da superhero movie, costruendo la sua identità su un insieme di lotta collettiva, fantascienza mostruosa ed eroismo. Pacific Rim – La Rivolta, il secondo capitolo di quella che sarà (sicuramente) una trilogia e che potrebbe diventare (probabilmente) una saga è stato invece affidato a Steven S. DeKnight, famoso autore di serie televisive come Buffy e Smallville, alla sua prima esperienza come regista. Un passaggio di testimone sia tecnico che narrativo: al centro della narrazione infatti c’è Jake Pentecoste (John Boyega), il figlio del leggendario protagonista del primo film, quello Stacker interpretato dal carismatico Idris Elba.

Jake è molto diverso dal padre, ed è lui stesso a sottolinearlo in più occasioni. Avendo disertato la vita militare in favore di un’esistenza al limite della legalità, è costretto per sopravvivere a rubare parti di Jaeger dismessi e piccoli oggetti di valore direttamente dalle zone abbandonate di Los Angeles, diventata ormai un cimitero di scheletri di Kaiju e villette semidistrutte. Durante un furto finito male, conosce la piccola Amara Namani (Cailee Spaeny) e il suo Scrapper, un piccolo Jaeger illegale che diventerà un pò la mascotte della pellicola. Insieme alla giovane ragazza, sarà costretto a tornare nell’esercito, dove insieme al suo vecchio rivale Nate Lambert (Scott Eastwood) cercherà di sventare una cospirazione inaspettata.

Pacific Rim - La Rivolta, la recensione del sequel con John Boyega

Pacific Rim – La Rivolta è un film di padri, figli, e scontri generazionali, che passano sia attraverso il confronto tra il ribelle Jake e la figura eroica del padre, sia per la classe di cadetti che il protagonista deve addestrare. I giovani ragazzi vengono trattati con sufficienza, sottoposti ad allenamenti obsoleti e spersonalizzanti, che riducono l’individuo ad una figura stereotipata. Sarà proprio a Jake a stravolgere le cose, sottolineando il carattere troppo scolastico del percorso dei cadetti. Un ribaltamento del classico rapporto di potere delle organizzazioni militari, che tende ad annullare le responsabilità di chi è addestrato, limitando le possibilità di crescita personale. Ed è un problema che coinvolge anche la configurazione sociale del mondo occidentale, in cui c’è una continua ricerca di punti di riferimento nei ‘vecchi’ a discapito dei giovani.

In un film come il nuovo Pacific Rim è chiaro come uno degli elementi fondamentali sia la componente action. A questo secondo capitolo spettava il difficile compito di rinnovare la frenesia degli scontri fra Jaeger e Kaiju aggiungendo anche nuovi aspetti alle battaglie. Oltre alla novità delle arene in cui le due fazioni trovano a scontrarsi, che vanno dalle capitali mondiali ai paesaggi innevati della Siberia, c’è anche la trasformazione degli Jaeger in veri e propri eroi dalla personalità specifica. Gli enormi robot acquisiscono un’importanza maggiore che a volte supera persino quella dei loro piloti, ed è significativo come la piccola Amara abbia preso i vari Jaeger come suoi miti, a rappresentare la loro valenza soggettiva, in un connubio di robotica e genetica umana che diventa sempre più stretto.

Pacific Rim - La Rivolta, la recensione del sequel con John Boyega

Gli scontri veri e propri poi funzionano abbastanza bene, soprattutto nella seconda parte del film. I tempi vengono gestiti in maniera oculata, e la sensazione è quella di un apice raggiunto lentamente, senza mostrare troppo all’inizio in attesa dell’esplosione finale. Manca tuttavia un vero e proprio approfondimento psicologico dei personaggi, conseguenza dello spazio di cui necessita l’azione. Tra di essi quello che risalta è, naturalmente, Jake Pentecoste. L’interpretazione di John Boyega è molto convincente: il carisma e la presenza fisica lo rendono immediatamente riconoscibile, e neanche la presunzione che manifesta in alcune situazioni rovina l’impressione che si ha di lui. Uno di quei personaggi fuori dal coro, i cui nobili valori cozzano con l’essere una testa calda, ma caratterizzati da un’energia coinvolgente e fondamentale per il proseguo dell’azione.

La regia, come detto, gestisce bene le scene degli scontri e quelle d’azione in generale. Nel resto delle situazioni il montaggio è frenetico, il ritmo veloce e c’è spazio per alcune sporadiche scene discorsive, dunque il film scorre veloce ed intrattiene a dovere. Il tono non è mai troppo serio, anzi, uno dei momenti più attesi, cioè quello del discorso di Jake, ricade in un’autoironia coraggiosa a sottolineare di nuovo la differenza netta fra i protagonisti delle due pellicole. Pacific Rim – La Rivolta forse paga un pò il debito con il suo predecessore, così come DeKnight non riesce (e come potrebbe?) ad eguagliare la bravura di del Toro, eppure questo secondo capitolo regge bene fino alla fine, e getta delle buoni basi per quello che sarà il capitolo finale della trilogia, sperando che a chiuderla sia colui che l’aveva iniziata cinque anni fa.

Leggi anche la recensione di Pacific Rim

Studente di Cinema. Faccio molte cose come fotografare, scrivere e bere ma non me ne riesce bene nessuna. Forse l’ultima un pò meglio delle altre.

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