È tempo di conoscere Bill Burr, il nuovo Louis CK

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Fra le tanti voci che affollano il panorama della stand up comedy contemporanea, quella che più si discosta dal coro non può che essere rappresentata da Bill Burr. Praticamente sconosciuto nel vecchio continente – salvo per un’apparizione in Breaking Bad dove letteralmente si sdraia sulla fortuna di Walter White come farebbe un qualsiasi Paperon De Paperoni – in America è il personaggio sulla cresta dell’onda già da molti mesi, specie dopo la caduta di Louis CK. Uno status che si è conquistato anno dopo anno, costruendo un personaggio detestabile, ma di sicuro impatto. Ma soprattutto permeando i suoi interventi dal vivo o radiofonici di un sano politicamente scorretto.

La forza dei suoi spettacoli è data da quella sensazione di stare osservando “il tizio ubriaco al bar” che si lamenta di qualsiasi cosa. Un comico con un forte ascendente sul pubblico, con una gestualità da maschio alpha, con un’esperienza ventennale che gli permette di rivolgersi alla platea con fare confidenziale, quasi divagando, forte della sua capacità di tornare sui binari appena necessario.

Ma andiamo per ordine. Bill Burr nasce il 1968 a Canton, un paese a 20 km da Boston. Si laurea nel 1993 in una facoltà che si potrebbe definire scienze della comunicazione specializzandosi nel settore radiofonico. Un anno prima, seguendo il consiglio di un amico, comincia ad esibirsi nei locali di cabaret di Boston ottenendo un buon successo. Tre anni dopo, nel 1995, di trasferisce a New York per tentare la scalata al successo, dopo aver lavorato come magazziniere. Un lavoro che, stando a quanto dichiarato da lui stesso, non gli dispiaceva troppo.

Il suo stile non è facile da definire. Definito dai più come l’ultimo prodotto di quel filone di “observational comedy” – una forma di comicità che tende ad analizzare i micro-comportamenti al fine di ricavarne spunti sociologici – Burr mischia il tutto con una “volgare” nostalgia per il passato, una critica verso le nuove generazioni e la direzione che sta prendendo la società americana, sempre più intrisa di nauseante politicamente corretto. I suoi fan prediligono quest’ultimo punto e lo vedono come unica alternativa in mezzo ad un mare di conformismo.

Prendiamo uno dei suoi spezzoni più famosi e allo stesso tempo rappresentativi del suo stile:

Ciò che Bill Burr va ad attaccare qui non è tanto la donna in sé, ma, se ancora non fosse chiaro lo ripetiamo, il politicamente corretto. Quell’insieme di consuetudini che spinge il pubblico – e di conseguenza pure noi spettatori da computer – ad irrigidirsi quando sente trattare con assoluta franchezza determinati argomenti. Ma, mentre alcuni sono ormai quasi del tutto sdoganati (la tranquillità con cui si ride a Louis CK che strozza un neonato oppure ad Gervais che parla dell’olocausto ne sono esempi lampanti), altri sono ancora molto più che tabù.

La visione di Burr come ormai dovrebbe essere chiaro, ormai, aggira tutte queste norme e ci permette di osservare i fatti da un altro punto di vista, facendoci notare nuovi problemi che avevamo ignorato. Quante volte si sente di divorzi fra celebrità a causa dell’infedeltà del marito? Ecco, il grande “observational comedian” ci permette di osservare il tutto come mai avevamo osato. Lasciamo al lettore qualsiasi ulteriore analisi:

Appare ovvio che bravi non si nasce, ma si diventa. 20 anni d’esperienza ti rendono capace di gestire le grandi platee. In più, se già sei contraddistinto da una perenne esternazione in pubblico della rabbia che provi, l’esibizione diventa il tuo ring e tu un animale da palcoscenico. Bill Burr l’ha dimostrato più volte, ma mai come fatto più di dieci anni fa a Philadelphia.

È il 2006 e, oltre al nostro eroe, si sono riuniti, fra gli altri, comici del calibro di Tracy Morgan, Bob Saget e Patrice O’Neal per uno spettacolo intitolato The Opie and Anthony Show‘s Traveling Virus Comedy Tour. Ciononostante il pubblico non ha troppa voglia di ridere e, salvo alcuni, fischia beatamente anche leggende come Dom Irrera. A Bill, che è l’ultimo a doversi esibire, questa cosa non va giù e, per usare un eufemismo, si sfoga con la folla di oltre 10.000 persone presenti.

Purtroppo non ci è concesso trascrivere molti dei fini pensieri espressi dal comico, pena la mia immediata espulsione da Facebook per 1000 anni. Così lasceremo al lettore ogni giudizio (l’unica ripresa di quell’evento viene dal filmino di un vecchio telefono in freeze per i primi due minuti):

Uno degli elementi che rende Bill Burr magnetico è senza dubbio la sua voce. Quel modo di parlare che fa molto ‘merika lo ha reso celebre e gli ha permesso di sfondare in un altro settore, quello radiofonico.

Da maggio 2007, infatti, Bill trasmette settimanalmente il Monday Morning Podcast, un programma indipendente diffuso attraverso Soundcloud, dove ha 100.000 follower e ogni episodio raggiunge fra le 40 e le 70mila visite, e ITunes. Da marzo 2015 il programma è diventato bisettimanale con l’aggiunta del Thursday Afternoon Monday Morning Podcast, che, come intuibile, viene trasmesso il giovedì pomeriggio.

Il mezzo radiofonico col tempo è diventato fondamentale per far conoscere alla nutrita schiera di fan il suo pensiero sui più disparati argomenti. Attraverso tale format, infatti – che si basa essenzialmente sul parlare a ruota libera di ciò che gli va – Bill è riuscito a trovare un altoparlante per diffondere il suo pensiero di “controinformazione”, senza scadere mai nel patetico cospirazionismo. Tutti i contenuti sono disponibili gratuitamente anche su YouTube. Vi lasciamo l’unico, purtroppo, spezzone tradotto in italiano, ma vi consigliamo di aguzzare l’udito per comprendere l’altro in lingua inglese.

 

Per approfondire il personaggio vi consigliamo di dissezionare i suoi spettacoli comici che trovate per intero su YouTube tradotti, eccetto l’ultimo, disponibile su Netflix. Sempre sulla piattaforma streaming si trova F is for Family, una serie d’animazione familiare, sulla falsa riga dei Simpson, ambientata negli anni ’70 e infarcita di elementi autobiografici. E considerando com’è cresciuto il personaggio, un’occhiata la butterei.

Se ancora non siete soddisfatti, fate un ultimo tentativo passando in rassegna le sue ospitate nei talk show d’oltreoceano, perché è qui che si trova la summa del suo pensiero. In particolare è quando entra in sintonia con Conan O’Brien che riesce a dare il meglio di sé nel ruolo del fastidioso bastian contrario.

 

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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