Gone Girl e lo sguardo filmico: la rappresentazione delle donne al cinema

Fincher è stato accusato di maschilismo. Ma i personaggi femminili andrebbero valutati non per quello che fanno, bensì per come vengono rappresentati.

0
5794

ATTENZIONE: IL SEGUENTE ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU GONE GIRL DI DAVID FINCHER.

Gone Girl è un classico film di Fincher: realizzato benissimo, potente, affascinante, anche senza essere un capolavoro. Distribuito nel 2014, il film venne giustamente accolto molto positivamente. Ma qualcuno all’epoca storse il naso, e criticò aspramente Gone Girl. Perché? Il problema era che il nemico folle e spietato del protagonista, un Ben Affleck era la moglie. Fincher ha rappresentato negativamente il suo principale personaggio femminile, Amy, facendone una psicopatica: il genio del male è una donna. Il movimento #metoo era in là da venire, ma parte della critica femminista accusò il film di essere misogino.

Dunque: davvero Gone Girl è un film misogino e David Fincher un maschilista? Beh, no. Anzi, proprio l’opposto. Questo film il cui villain è una donna di grande malvagità è in realtà un film profondamente femminista. Non femminista nel senso che Fincher racconta di una donna che si accanisce su un uomo (lettura ottusa che lo renderebbe al contrario un film misantropo), qui intendiamo “femminismo” nel senso di “rifiuto degli stereotipi di rappresentazione cinematografica della donna”. Il questione di genere è parte della trama del film, ma non è il suo argomento, o per lo meno non uno dei principali. Eppure Gone Girl è perfetto per comprendere il problema della messa in scena del femminile.

L’autrice dal cui romanzo il film è tratto, voleva, anche, combattere il cosiddetto effetto “le donne sono meravigliose”, un bias che porta ad associare più facilmente qualità positive alle donne rispetto che agli uomini. In apparenza potrebbe sembrare un forma di femminismo iperbolico, invece è tutto il contrario. L’idea di “donna angelicata”, perfetta e ideale, non solo nega l’umanità del femminile, ma contemporaneamente stabilisce per essa un modello da seguire, attraverso il quale stabilire chi sia una vera donna e chi no. Non c’è bisogno di spiegare perché una simile visione sia profondamente sbagliata, nonché maschilista, poiché incastona la donna in un’ideale femminile immaginato dall’uomo.

Amy

Femminismo significa garantire alla donna e solo alla donna la possibilità di scegliere come essere senza modelli ideali, che siano essi fisici, comportamentali, morali, ecc., e per affermare il valore di un essere umano è necessario riconoscere la coesistenza in esso del bene e del male. Questo è il discorso da cui nasce il romanzo, e vale chiaramente anche per il film. Ma, come accennato, parlando di quest’ultimo si può approfondire meglio la riflessione sul femminile in relazione al cinema e al suo immaginario..

Da quando è nato il cinema sono esistiti personaggi femminili positivi e personaggi femminili negativi. Chi è considerabile buono e chi è considerabile cattivo è sempre determinato dal contesto culturale, ma questo ora a noi interessa poco, in realtà. Vogliamo piuttosto concentrarci su come i personaggi femminili siano rappresentati a livello cinematografico, quale cioè sia il loro rapporto con l’occhio della cinepresa.

Nel cinema classico (quello hollywoodiano nel periodo che va dalla fine degli anni ’10 ai primi anni ’60, cioè quello più rilevante dal punto di vista dell’impatto socioculturale), la donna, eroina o antagonista che fosse, era sempre un oggetto passivo dello sguardo del protagonista maschile, dello sguardo della cinepresa e dello sguardo dello spettatore. Non aveva mai un ruolo veramente attivo. “Ciò che conta è quello che l’eroina provoca, o piuttosto quello che rappresenta. È l’amore o la paura che inspira all’eroe, o la preoccupazione che egli prova per lei, che lo fa agire nel modo in cui agisce. In sé, la donna non ha la minima importanza”, ha osservato il regista Budd Boetticher.

La finestra sul cortile

Creando una coincidenza tra lo sguardo del pubblico e quello del protagonista attraverso lo sguardo meccanico della cinepresa, si favoriva l’identificazione tra spettatore maschile e personaggio maschile, e ciò rendeva la donna-oggetto dell’eroe la donna-oggetto dello spettatore, che poteva così osservarla come essa fosse propria. Questo vale per entrambe le due uniche rappresentazioni che per decenni il cinema ha proposto (e spesso continua a proporre): l’angelo del focolare e la femme fatale (ovvero la santa e la puttana; una percentuale enorme di personaggi femminili cinematografici -e non solo- può facilmente rientrare in una categoria o nell’altra).

Se il primo tipo di donna può più facilmente essere immaginato come oggetto passivo (è la fanciulla che l’uomo ha il compito di proteggere, e talvolta si ripropone proprio come archetipo della principessa da salvare), può risultare più difficile ridurre così anche il suo contraltare: sono passive anche le femme fatale, le donne letali che mettono in pericolo la vita dei protagonisti? In realtà, se si seguono con attenzione i tanti noir classici americani, ci si accorgerà che non sono le vamp a minacciare direttamente i protagonisti maschili, ma sono quest’ultimi che, attratti da esse, avanzano verso l’insidia. Chi agisce è l’uomo; la donna, ancorché fatale, ha un ruolo passivo. Essa è portatrice di senso, non costruttrice di senso, scrive la critica femminista Laura Mulvey.

Lillian Gish e Pola Negri, le due facce del grande cinema muto statunitense, non sono oppose ma speculari, e se appaiono così differenti (la brava ragazza e madre amorevole la prima, la dissoluta e viziosa libertina la seconda), sono in realtà molto, molto simili, accomunate dall’essere entrambe oggetti passivi dello sguardo filmico. Il maschio americano può bramare la ribelle Pola/Elnora di Donna di mondo e avere un rapporto sessuale con lei, per poi salvare la docile Lillian/Anna di Agonia sui ghiacci e sposarla. Siamo agli inizi della storia del cinema, ma questi due modelli di donna filmica sono stati portati avanti sino a oggi. Da Lillian Gish (e Mary Pickford, Virginia Cherrill, Edna Purviance…) derivano le Julie Andrews e le Meg Ryan, da Pola Negri (e Theda Bara, Louise Glaum, Nita Naldi…) le Marlene Dietrich e le Sharon Stone.

Pola Negri

Il maschilismo di tanto cinema non sta soltanto nella riduzione della donna a uno di due modelli, ma anche nella sua rappresentabilità solo come oggetto guardato e non come soggetto agente. Che il cinema prendesse questa strada e la seguisse tanto a lungo era di fatto inevitabile, dal momento in cui la sua produzione è stata una prerogativa maschile. I film erano fatti da uomini che riproponevano quello che era il loro sguardo sulla donna. La realizzazione stessa di un film può essere assunta a simbolo di questo rapporto: il regista agisce e guarda l’attrice, il cui ruolo è quello di essere da lui guardata.

Fincher in Gone Girl rifiuta questo tipo di sguardo. La sua Amy (Rosamund Pike) è un personaggio agente, letteralmente non guardato, tant’è che per buona parte del film nemmeno è in scena. È vero che agisce per il male, ma in questo tipo di analisi è irrilevante. Pretendere che i personaggi femminili vengano sempre rappresentati positivamente è una forma più sottile ma non migliore di maschilismo, che nega alle donne la propria dimensione umana fatta anche di oscurità e cattiveria, per relegarle a un modello idealizzato (ovviamente di creazione maschile). Se le donne sono solo positive, allora qualunque donna può essere squalificata in quanto non donna se non corrisponde perfettamente a quel paradigma di perfezione impostole dall’alto.

Sono piuttosto la tridimensionalità psicologica e il suo ruolo attivo a rendere un personaggio femminile valido e non tacciabile di maschilismo. Jane Hudson (Bette Davis) di Che fine ha fatto Baby Jane? o Annie Wilkes (Kathy Bates) di Misery non deve morire sono grandi personaggi femminili anche se folli, e non per questa loro follia devono valere meno di eroine positive come possono essere Rose Sayer (Katharine Hepburn) de La regina d’Africa o Clarice Starling (Jodie Foster) de Il silenzio degli innocenti. Si tratta di quattro personaggi differentemente femministi, nella misura in cui sono complessi e attivi. Buoni o cattivi non è rilevante.

Misery

Gone Girl si inserisce perfettamente in questo filone. In ciò non è innovativo, tanti registi hanno saputo strappare i personaggi femminili dalla passività che tanto più spesso è loro caratteristica. Fincher però, da grande mestierante quale è, costruisce un personaggio di grandissimo spessore, ancorché psicotico: Amy è una donna spietata ma geniale, motore della storia e non oggetto di uno sguardo maschile. In questo va giudicato.

Questo è un principio che andrebbe applicato per analizzare ogni personaggio femminile, se se ne vuole capire l’effettivo spessore. Non è ciò che fa a caratterizzarlo, ma il modo in cui le sue azioni vengono presentate. Bisogna però essere onesti: se ne può criticare l’impostazione quanto si vuole, ma il cinema delle donne come meri oggetti passivi ha prodotto tanti capolavori. Anzi, proprio perché la maggior parte del cinema è di questo tipo anche la stragrande maggioranza dei capolavori sono così. E tante di queste donne-oggetto sono a ragione entrate nel nostro immaginario collettivo. Il regista che più di ogni altro ha fatto della scopofilia sul femminile il proprio marchio di fabbrica è anche uno dei più grandi artisti della settima arte, Alfred Hitchcock. Criticare il vecchio cinema perché rispondeva a un sistema di valori oggi ampiamente superato (per lo meno in teoria) è insensato, mentre si ha ragione a pretendere che il cinema odierno sia, beh, più moderno. Ma bisogna farlo con intelligenza, e non fermarsi alla superficie, perché il rischio è quello di prendere grosse cantonate.

Purtroppo molta critica tende alla superficialità, e davanti a un personaggio come Amy vede solo la sua pazzia, senza ragionare sul suo ruolo filmico. Ma pare proprio essere una costante l’interpretazione errata di tanti autori contemporanei. Basti pensare che Quentin Tarantino, uno dei registi che più ha fondato il proprio cinema su personaggi femminili forti, attivi e mai oggetti passivi, è stato spesso e volentieri accusato di maschilismo. Stessa accusa che è stata rivolta a Fincher. Ma maschilista non lo è, come non lo è Tarantino. Anzi…

Leggi tutti i nostri focus sul cinema!

Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here