Da The Office a Humanity, l’evoluzione artistica di Ricky Gervais

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Su Netflix da qualche giorno è in streaming Humanity, il nuovo spettacolo di Ricky Gervais. Se siete riusciti a ritagliarvi un’ora di tempo per guardarlo vi sarete fatti più di qualche risata sguaiata. Poi, se fate parte di quella ristretta cerchia che riflette su ciò che vede, avrete senz’altro notato qualcos’altro. Prima di tutto un’evoluzione della persona interpretata dal comico inglese.

Dai due speciali precedenti – Out of England e Out of England 2 – sono passati quasi otto anni. Durante questo lasso di tempo, da parte di Ricky si è come notata la volontà crescente di accorpare il personaggio e l’artista. In stile Louis CK per certi versi, dove le banali vicissitudini dell’uomo – dal rapporto con le figlie a quello con la moglie – diventavano fonte d’intrattenimento una volta calcato il palco o il set.

Ma se nel caso dell’americano i pretesti comici nascono dalla vita privata e da tutti quei micro eventi che compongono il quotidiano, l’inglese preferisce sfruttare le incomprensioni e i fraintendimenti della propria vita professionale. La relazione con il pubblico e la percezione che si ha del suo personaggio dall’esterno. Questa chiave di lettura per capire l’artista risulta molto più comprensibile analizzando il suo primo grande lavoro, The Office.

Ricky Gervais, dopo essersi fatto conoscere negli anni ’80 grazie al duo pop Seona Dancing di cui faceva parte, verso il finire del millennio veniva da una serie di collaborazioni saltuarie in veste di sceneggiatore televisivo e un più solido lavoro presso la stazione radiofonica XFM, da cui venne comunque licenziato nel 1998. Qui avvenne l’incontro con Stephen Merchant, l’uomo che per primo ebbe l’idea alla base di The Office.

Incaricato dalla BBC di produrre un cortometraggio durante l’agosto del 1999, Merchant scrisse e girò un finto documentario ambientato in un ufficio chiamato The Seedy Boss, dove abbiamo la prima apparizione di Ricky Gervais nelle vesti del capufficio David Brent. Merchant fece avere il girato al Responsabile per l’Intrattenimento BBC Paul Jackson il quale lo passò a sua volta al Responsabile per i contenuti comici, Jon Plowman, colui che commissionerà infine l’episodio pilota.

Soddisfatti i vertici della rete, The Office vedrà il debutto televisivo il 9 luglio 2001 su BBC Two. Sebbene l’accoglienza iniziale non fu propriamente delle migliori, il passaparola e la distribuzione in DVD aiutarono enormemente la diffusione della serie e crearono grande aspettativa per la seconda stagione, che sarà composta da sei episodi da 30 minuti ciascuno, esattamente come la prima.

Da qui in avanti il successo sarà inarrestabile. Dopo diversi premi internazionali – fra cui un Golden Globe per la migliore serie comica che mancava al Regno Unito da decenni e che farà conoscere anche al pubblico americano il genio del duo inglese – la serie verrà adattata in diversi paesi del mondo.

Germania:

Francia:

E ovviamente la versione più famosa, quella statunitense:

Come spesso accade a chi dal nulla inventa un prodotto memorabile, anche Ricky rimane schiavo della propria creazione. E così, dopo The Office, il comico inglese non sarà più in grado di reinventarsi pienamente nel piccolo schermo. Extras, Life’s Too Short e Derek non sono serial mal riusciti, ma si nota la mancanza della scintilla ibrida fra genialità e pionierismo che caratterizzava ogni episodio di The Office.

Poco conta ciò, ormai Ricky ha sfondato negli USA e la sua figura politicamente scorretta è conosciuta e apprezzata tanto a Londra, quanto a Los Angeles. Comincia a diventare un habitué delle principali cerimonie di premiazione statunitensi, fino ad essere chiamato a condurre per tre edizioni di fila i Golden Globe. Nel frattempo continua a produrre speciali di stand-up comedy di successo, di cui Humanity rappresenta l’ultima tappa.

Quindi perché The Office è così importante? E perché ci aiuta meglio a capire il personaggio Ricky Gervais?

L’aspetto rivoluzionario di questa serie sta nel punto di vista: i personaggi della serie sono infatti pienamente consapevoli della telecamera che li sta riprendendo. La sottilissima ironia nasce nello spettatore nel momento in cui si capisce che si sta osservando individui mai completamente loro stessi, ma condizionati e soggiogati totalmente da quest’elemento.

Spiegare i concetti con gli esempi è molto più facile. Prendiamo la scena della danza idiota di David Brent. L’ufficio si sta divertendo e giocando in allegria. Ad un certo punto una giovane coppia cattura l’attenzione generale con un ballo appassionato sulle note dei Bee Gees. Brent – che è un personaggio fortemente insicuro e di conseguenza necessita della costante approvazione altrui – non può accettare di non essere al centro dell’attenzione e così sfida il ballerino nel suo stesso campo, ma i risultanti sono fallimentari.

Questa scena non regala un momento realmente comico, eccetto per alcune movenze assurde. Quella che ci fa ridere in realtà – internamente sia ben chiaro – è il comportamento di Brent, che balla per ottenere il rispetto e la considerazione dei suoi colleghi, ma anche quella di chi sta guardando attraverso la telecamera. Cioè la nostra.

The Office è costellata di questi momenti tragicomici in cui alcuni personaggi, fra cui quello interpretato da Gervais, cercano l’approvazione altrui. Sono uomini e donne antisociali immersi in un ambiente a loro non adatto. Si ride, quindi, quasi esclusivamente di loro e mai con loro. È un tipo di umorismo particolare, diverso e non per tutti, ma assolutamente pionieristico per il modo in cui è stato rappresentato. Un modo originale di portare in scena dei personaggi, i quali paradossalmente risultano molto più reali così, con un velo di finzione a separarli dallo spettatore.

Humanity, e tutto il materiale recente di Ricky Gervais, cerca di replicare la stessa formula, ma con ingredienti diversi. Stavolta il comico inglese sceglie di rappresentarsi attraverso frequenti rimandi alle proprie cresciute finanze e a quanto sia cambiato il proprio lifestyle, rispetto all’adolescenza, dopo il successo di The Office.

Sceglie di fare ciò per ottenere un’efficace critica della disparità di tenore di vita fra il quartiere popolare e quello esclusivo. Inoltre il suo status costantemente ostentato di celebrità gli permette di farsi beffe, dall’interno, dello star-system hollywoodiano, come già aveva fatto durante le sue memorabili conduzioni dei Golden Globe. 

 

Per dare un’occhiata al suo ultimo spettacolo fate un salto su Netflix. Humanity è in streaming dallo scorso 13 marzo.

 

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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