Lady Oscar e Metoo: la cerimonia storica in cui le donne lottano per riprendersi il cinema

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Metoo Mcdormand

A pochi giorni dagli Oscar, vogliamo cercare di capire cosa sia cambiato in questa 90esima edizione, alla luce della potenza mediatica del Metoo.

Quella che si è svolta lo scorso 4 marzo presso il Dolby Theatre di Hollywood è stata la prima cerimonia degli Oscar dopo gli scandali attorno alla figura dell’ormai ex produttore Harvey Weinstein, sotto i riflettori da ottobre 2017.

Come sappiamo, gli ultimi mesi sono stati attraversati da problematiche di un certo peso, che hanno scosso l’impero di Hollywood come forse non era mai successo prima. Da ottobre ad oggi molte personalità del mondo dello spettacolo hollywoodiano hanno levato un grido di protesta contro Weinstein, accusato di molestie sessuali e di abusi che hanno avuto come vittime numerose donne del settore e che sono emersi dopo un lungo silenzio. Si tratta di accuse riportate dal New York Times e dal New Yorker e mosse da una dozzina di donne, a cui sono seguite poi nuove accuse da parte di più di sessanta donne che hanno affermato di aver subìto stupri, aggressioni sessuali e molestie da parte di Weinstein.

Si è così diffuso il movimento #Metoo con annesso hashtag usato sui social media per dimostrare quanto siano diffuse le violenze sessuali e le molestie, soprattutto sul posto di lavoro. Ed è nata l’organizzazione Time’s Up, che mira al sostegno di chi ha subìto discriminazioni e molestie sessuali.

Metoo

A pochi giorni dalla cerimonia, continua a far discutere il discorso di ringraziamento dell’attrice Frances McDormand, premiata con l’Oscar per miglior attrice protagonista nel film Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Il suo intervento è stato il più applaudito di questa 90esima edizione dal momento che l’attrice, con la schiettezza e l’ironia che la contraddistinguono, ha invitato ad alzarsi in piedi tutte le donne presenti in sala che, come lei, hanno ricevuto la nomination e si è rivolta a Meryl Streep dicendole «Se lo fai tu, lo faranno tutte».

Queste le parole pronunciate dall’attrice: «Posso avere l’onore di vedere tutte le donne che hanno ricevuto una nomination alzarsi insieme a me? Tutte le attrici, le produttrici, le registe, le autrici, le direttrici della fotografia, le compositrici, le designer. Guardatevi attorno, signore e signori. Perché abbiamo tutte storie da raccontare e progetti che hanno bisogno di finanziamenti. Non parlateci di questa cosa alle feste di stasera. Invitateci nel vostro ufficio tra un paio di giorni o venite al nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto. Ho due parole prima di lasciarvi stasera, signore e signori: inclusion rider».

“Inclusion rider” è una clausola facoltativa che gli attori possono scegliere di inserire nei propri contratti per avere la garanzia che la troupe e il cast del film in cui reciteranno rispettino un certo livello di inclusività. Il concetto è stato nominato e proposto per la prima volta nel 2016 in un TED talk da Stacy Smith, fondatrice della Annenberg Inclusion Initiative della University of Southern California. Smith ha preso in esame 800 film americani, dal 2007 al 2015, e i personaggi che vi recitano catalogandoli per genere, razza, etnia, identità di genere e disabilità. I dati emersi da questo studio sono spaventosi e colpisce quanto sia basso il numero dei ruoli affidati a donne, afro-americani, asiatici, disabili e persone lesbiche, bisessuali o transessuali. Un altro elemento sconfortante è che solo una minima percentuale dei registi sono donne.

Il vero obiettivo dell’inclusion rider è quindi quello di contrastare il pregiudizio nel processo di auditing e casting, e il fatto che l’attrice premiata agli Oscar decide di porre l’accento su questa clausola è sintomo che qualcosa sta realmente cambiando e comincia ad esserci una forte e crescente presa di coscienza riguardo alle discriminazioni nel mondo hollywoodiano.

Metoo Portman

Già durante la cerimonia dei Golden Globe 2018 l’attrice Natalie Portman aveva mandato una frecciata sulla questione: «Ecco le nomination tutte maschili per il miglior regista» aveva detto prima di annunciare il vincitore. Dopo di lei, Barbra Streisand, salita sul palco per premiare il miglior film drammatico, aveva affermato: «Sono l’unica donna ad aver vinto il Golden Globe come regista. Non è possibile, era il 1984. Sono passati molti anni e abbiamo bisogno di più registe e più donne premiate. Ci sono tante brave donne registe e sono orgogliosa di far parte di questa comunità che si è ribellata alla meschinità che ha avvelenato il nostro ambiente. Questa è una verità potente». Ma soprattutto Oprah Winfrey aveva emozionato la platea pronunciando le seguenti parole: «A tutte le ragazze voglio dire “sta arrivando un nuovo giorno” e questa nuova alba arriverà grazie a tantissime donne che questa sera sono qui e fenomenali uomini che combattono perché nessuna in futuro dica più me too».

Tornando agli Oscar, durante la serata non sono mancati i riferimenti alla questione, nei termini ironici di Jimmy Kimmel e in quelli velatamente “minacciosi” di McDormand. Indicando la statuetta dell’Oscar, Kimmel ha detto: «Oscar è un uomo molto rispettato a Hollywood, guardatelo, tiene le mani dove le si può vedere, non dice mai una parola fuori posto e soprattutto non ha il pene». Parole che hanno fatto scoppiare la sala in una risata. Ma soprattutto l’attrice si è definita femminista e pronunciando quelle parole si è fatta portavoce del movimento Metoo, pur senza nominarlo esplicitamente.

Ormai si è innescato un meccanismo che sembra non avere intenzione di fermarsi. Questa 90esima edizione non poteva permettersi di ignorare la potenza mediatica del Metoo e la cerimonia ha aumentato notevolmente lo spazio concesso alle donne. La maggior parte degli interventi sono stati tenuti da donne e i premi nelle varie categorie sono stati annunciati prevalentemente da donne: Jane Fonda e Helen Mirren, Viola Davis, Jennifer Lawrence e Jodie Foster, Sandra Bullock, Nicole Kidman, Rita Moreno, Faye Dunaway (in coppia con Warren Beatty). Inoltre le star Salma Hayek, Ashley Judd e Annabella Sciorra hanno tenuto un discorso sui movimenti nati a favore delle donne e del loro rispetto e hanno mostrato un video in cui Mira Sorvino, tra gli altri, sottolinea il bisogno di celebrare diversità, inclusione ed eguaglianza di trattamento superando l’ipocrisia e un antiquato modo di pensare il mondo, dello spettacolo e non.

Metoo Oscar

A coloro che credono – e sono in tanti – che Natalie Portman abbia detto una schiocchezza sottolineando che i registi candidati ai Golden Globe erano tutti uomini, perché è ovvio che le nomination siano tutte maschili dal momento che ci sono più registi uomini che donne, bisognerebbe far notare che è proprio questo il problema: come ha sottolineato Stacy Smith, non sono avvenuti cambiamenti negli ultimi 50 anni perché a pochissime registe vengono affidati progetti importanti. E urge ricordare che anche in Europa la situazione non è molto diversa.

La maggior parte dei finanziamenti cinematografici va a film che sono diretti da uomini, innescando così un circolo vizioso negativo per cui film diretti da registe donne sono scarsi perché le donne non accedono ai finanziamenti. Questi sono dati che non possono e non devono essere ignorati e forse bisognerebbe tirare un sospiro di sollievo, piuttosto che prendersela tanto con il Metoo, se queste problematiche vengono poste sotto i riflettori, ricordandoci che le registe donne si trovano a operare in un ambiente ostile che non offre loro le stesse opportunità di successo che hanno invece i registi uomini.

Certo non manca il sospetto che un movimento come il Metoo possa rischiare di risultare a tratti vuoto e ipocrita, una moda passeggera che vada poco oltre i tweet, gli hasthtag e i vestiti neri indossati per protesta (ai Golden Globe, ma stranamente non a questa edizione degli Oscar). Ma bisogna riconoscere il coraggio e l’importanza dell’iniziativa: prima che si alzasse il tappeto dell’omertà e dell’ipocrisia rivelando quanto diffusi siano gli abusi e le violenze sul posto di lavoro, quante e quanti di noi si sono realmente soffermati a riflettere sulla differenza di trattamento nei confronti delle donne all’interno dell’industria cinematografica, sull’esigua presenza di donne nelle troupe e nei cast dei film americani (e non), sulla differenza di salario tra uomini e donne, su quanto poche siano le registe donne ad Hollywood e in tutta l’industria del cinema?

L’intento di queste iniziative è nobile e la campagna Metoo è consivisibile e importante, ma quella di Hollywood è una realtà complessa dove certo non mancano le ipocrisie e le contraddizioni, ed è difficile farne una valutazione. Emblematico, a questo proposito, ci sembra il caso recentemente scoppiato attorno a Woody Allen, di nuovo sotto i riflettori per le accuse di molestie mosse dalla famiglia Farrow 25 anni dopo che le indagini sono state condotte e non hanno portato a condanne del regista. Secondo Allen «la famiglia Farrow sta cinicamente sfruttando l’occasione fornita dal movimento Time’s Up per ripetere queste accuse infamanti, questo non le rende meno false di quanto fosse nel passato. Non ho mai molestato mia figlia – come tutte le indagini hanno dimostrato un quarto di secolo fa». Ci sembra importante ricordare l’episodio, dal momento che numerose attori e attrici, tra cui proprio Mira Sorvino e Natalie Portman, hanno dichiarato pubblicamente di essersi pentiti di aver lavorato con Allen, che attualmente rischia di veder compromessa la propria futura carriera.

Metoo Oscar

Non sta certo a noi giudicare i fatti riguardanti le accuse mosse contro Woody Allen e lasciamo ad esperti di giurisprudenza il compito di pronunciarsi sulle indagini. Quello su cui forse bisogna porre l’accento è l’importanza di evitare che sentimenti di diffidenza e di intolleranza interferiscano con un movimento come il Metoo, perché la gogna mediatica che prende di mira personaggi famosi solo sulla base di presunte colpevolezze non fa onore alle nobili intenzioni del movimento.

Quindi occorre evitare che una campagna preziosa, importante, socialmente utile e necessaria e sacrosanta come il Metoo possa assumere a tratti i toni della persecuzione a priori. È giusto e doveroso approfittare dell’onda mediatica per continuare a denunciare ingiustizie e abusi, ma bisogna evitare che il movimento dia spazio ad una caccia alle streghe che rischia di non apportare nessun cambiamento radicale nel sistema. Quello che conta non è mandare al rogo presunti colpevoli e fingere così di aver ripulito il sistema e di essersi redenti dai mali passati, ma porre delle basi concrete per un reale cambiamento dello stato di cose.

A questo proposito, come faceva notare Smith, è necessario porre l’accento sulle potenzialità dell’arte e del cinema in particolare, che può essere uno strumento per aumentare la sensibilità rguardo a certi argomenti. Il cinema ha la possibilità, come mai prima, di distribuire storie di uguaglianza in tutto il mondo. «La sola cosa che la cinematografia deve fare è liberare la sua arma segreta che sono le sue storie».

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