Gli ultimi Oscar celebrano la nascita di una nuova Hollywood

Un'analisi dell'appena conclusasi 90esima edizione degli Oscar e del perché potrebbe segnare uno spartiacque storico per Hollywood

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In caso non ve ne foste accorti la scorsa domenica ci sono stati gli Oscar. Fra lustrini e paillettes è stata la solita sfarzosa cerimonia di oltre quattro ore alla quale siamo abituati: Meryl Streep – come suo solito da un paio di edizioni – si è alzata dal suo posto per urlare qualcosa e muovere le mani; si sono trattati i temi spinosi (cough Weinstein cough) con finta nonchalance; e il buon Jimmy Kimmel ha portato a casa la pagnotta e vinto la sfida serale di ascolti battendo di poco la maratona elettorale di Enrico Mentana.

Tutto secondo i piani insomma. Anche troppo forse. I premiati, difatti, erano scritti da settimane, se non mesi.  Del Toro che si porta a casa “miglior film” e “miglior regista”, gli Oscar tecnici in condivisione fra Dunkirk e Blade Runner 2049 (peccato per Baby Driver), gli attori protagonisti e non protagonisti praticamente senza rivali. Nulla che non fosse prevedibile. La domanda che segue non può che essere: gli Academy Awards stanno perdendo d’importanza?

Apparentemente sì verrebbe da dire, ma, come ogni buon ricercatore sociale insegna, è bene aspettare qualche anno prima di trarre conclusioni categoriche su un fenomeno di larga scala come questo. Eppure anche in questo caos calmo c’è qualcosa da notare, soprattutto osservando le scelte dell’Academy. Mai come quest’anno troviamo una frammentazione di vincitori: The Shape of Water si porta a casa 4 statuette, seguito da Dunkirk con 3 (solo premi tecnici) e Tre Manifesti a Ebbing, L’Ora più Buia, Blade Runner 2049 e Coco con 2. Da non dimenticare che fra i film citati mancano quelli meglio scritti, Chiamami col tuo Nome e Get Out.

Sebbene quindi sia possibile indicare come film dell’anno il lavoro di Del Toro, quest’anno notiamo quanto manchi un dominatore assoluto o quantomeno una coppia che si giochi tutta la posta. Senza andare troppo indietro nel tempo, l’edizione 2016 fu sostanzialmente una sfida a due fra Mad Max: Fury Road e Revenant, mentre quella dell’anno scorso venne giocata da La La Land e Moonlight, con la vittoria della statuetta principale al fotofinish da parte di quest’ultimo. Una premiazione eterogenea come poche altre volte. Come mai?

È noto da sempre che esistano pellicole fatte appositamente per vincere gli Oscar. Questi film generalmente si riconoscono tramite una somiglianza comune di tematiche trattate, di evoluzione dei personaggi di cui la storia è permeata e, perché no, anche tramite qualche malcelata leccata di posteriore agli USA e al suo lifestyle o – se proprio si vuole essere sfacciati – al mondo patinato di Hollywood.

Una volta impacchettati, questi lavori vengono promossi tramite una forte campagna pubblicitaria – finanziata da una cospicua percentuale del budget. Registi e attori vengono spesso intervistati nei principali talk show statunitensi (e non solo) in prossimità dell’uscita nelle sale, che spesso avviene a ridosso della cosiddetta “award season”, un periodo considerato fecondo per far rimanere fresca e impressa nella mente la pellicola a pubblico e critica specializzata. Questo tipo di processo nel corso degli anni è diventato talmente comune che si è guadagnato anche una propria espressione, Oscar Bait (di cui vi lasciamo una rappresentazione video sotto).


Non si sta sottintendendo che i film Oscar Bait siano il male o che pubblicizzare un’opera sia sbagliato. Va notato, però, che ormai tale modus operandi si sia talmente sedimentato nella cultura cinematografica statunitense che si cominciava ad avvertire da qualche anno (se non decennio) l’erosione di credibilità dell’Oscar, sempre più considerato un premio nazionalpopolare, poco rappresentativo delle avanguardie. Se per molti quanto appena detto è verità assoluta da almeno trent’anni, gli stessi non potranno fare a meno di notare un’inversione di tendenza durante l’ultima edizione.

Tralasciando l’impepata di cozze – citando una nota serie italiana con un pesciolino rosso – di Del Toro, che pur presenta delle enormi atipicità rispetto al classico film Oscar Bait, la scorsa domenica è stata la celebrazione delle produzioni indipendenti o comunque a basso budget.

Lady Bird; Get Out; Tre Manifest a Ebbing, Missouri; Chiamami col tuo Nome, tutti film che fino a qualche anno fa sarebbero stati ignorati dall’Academy. Tutti film il cui budget non arriva forse neanche a metà di quello impiegato per Dunkirk o Blade Runner. Eppure pare che ciò non conti più. Non è più la grande produzione la protagonista di quella fase di storia di cinema che i manuali chiamano “post-moderna”, dove l’immedesimazione dello spettatore attraverso la sempre crescente potenza del mezzo cinematografica era tutto.

Siamo arrivati ad una nuova fase? Forse davvero gli effetti speciali e i ritmi serrati non servono più. Forse si sta aprendo l’epoca del rinnovato interesse verso la psicologia romantica dei protagonisti. Una psicologia non da cinema classico, dove i ruoli e le motivazioni dei protagonisti erano stabiliti da precondizioni intrinseche agli stessi, ma da cinema moderno, dove a farla da padrone è l’insicurezza e la paura. L’insicurezza di Churchill, le sfide di una ragazza all’ultimo anno di liceo, la forza di una madre che sa di aver sbagliato con la figlia, la scoperta della propria sessualità da parte di un diciassettenne. Tutti pretesti narrativi che pare vadano in questa direzione.

Tutti coloro che non riescono ad adeguarsi a questa nuova ondata sembrano essere destinati a perire. L’hanno capito Villeneuve e Nolan, pionieri di una giovane generazione di registi che, finora con successo, sta tentando d’incastrare e far quadrare il vecchio cinema colossal con il nuovo dalle forti tinte autoriali. Blade Runner 2049 è il prodotto per eccellenza che tenta di raggiungere tale obiettivo, purtroppo senza il successo sperato ai botteghini. Nolan, dal canto suo, riesce nel tentativo di non far pentire i produttori, ma al prezzo di un film ancora troppo poco introspettivo e di una durata complessiva della pellicola breve al punto di non far annoiare lo spettatore. Poca arte e molto intrattenimento insomma.

I dinosauri che continuano a fare cinema completamente di testa loro non vengono premiati da Hollywood, ma solamente coccolati da una parte di critica. Ci riferiamo a Spielberg e PT Anderson. Il primo non ha senz’altro bisogno di ulteriori riconoscimenti, mentre per il secondo siamo sicuri che arriveranno nel lungo periodo.

Da dove nasce questa nuova ondata? Dalla rinnovata coscienza sociale in seguito all’elezione di Donald Trump? Dalla caduta dei custodi dell’ancien regime come Harvey Weinstein? Possibile, anche a giudicare dalle tematiche di moda in questi giorni. Noi, in attesa di elementi a supporto di questa tesi, rimandiamo la discussione alla prossima edizione degli Oscar, sperando che sia quella in cui Meryl Streep riesca finalmente a stare seduta per tutta la premiazione.

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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