Un film, prima di tutto, va scritto: curiosità e storia dell’Oscar alla migliore sceneggiatura

L’Oscar alla migliore sceneggiatura è uno dei premi più importanti e più ambiti della cerimonia, e ultimamente la strada per una possibile candidatura si sta aprendo sempre più verso diversi generi e produzioni indipendenti. Proviamo a delineare alcune delle curiosità che costellano la storia del premio.

0
8621

Prima di una macchina da presa e di qualcuno che vi si posizioni dietro, prima ancora della recitazione e del lavoro sul set, esiste un film. Proprio come per gli esseri umani, un film ha una data di nascita: il momento in cui qualcuno si prende la briga di avere un’idea e di metterla su carta.

Possiamo dire che un film nasce con un soggetto, a cui seguirà una sceneggiatura.

Questo fatto di per sé scontato (ma neanche troppo) rende il riconoscimento a chi il film lo ha scritto uno dei premi più importanti della cerimonia degli Oscar, fin dalla prima edizione datata 1929, in cui però esisteva solo la categoria Miglior soggetto. Fu nel 1941 che venne istituito l’Oscar alla migliore sceneggiatura, a cui a partire dal 1958 venne accorpato il premio al Miglior soggetto, dando vita alla divisione in due categorie vigente tutt’oggi: migliore sceneggiatura originale e non originale (gli adattamenti, dunque).

Si parla spesso di una forte componente politica, ancora prima che commerciale o artistica, che condiziona le nomination agli Oscar, simili a un club privato in cui accedono, più o meno, sempre gli stessi. Se esiste un fondo di verità (e non è questa la sede per dibatterne) c’è da dire che comunque qualcosa sta cambiando per ciò che concerne la sceneggiatura, a differenza di altre categorie. Basti pensare a Meryl Streep, vincitrice di tre Oscar e giunta quest’anno alla sua ventunesima candidatura o a Denzel Washington, presente anche lui con la sua nona nomination e dopo due statuette vinte.

Invece, già scorrendo la doppia cinquina degli sceneggiatori candidati agli Oscar 2018, si può notare come il premio si stia aprendo sempre di più a diversi generi e diversi tipi di produzioni.

The Big Sick di Michael Showalter (2017)

Candidata alla migliore sceneggiatura originale, accanto ai capisaldi in lizza anche per il premio al Miglior film, troviamo la commedia romantica The Big Sick di Michael Showalter. La situazione è ancora più variegata per quanto riguarda gli adattamenti: conquista un posto in cinquina Logan – The Wolverine, ed è il primo cinecomic nella storia ad essere candidato all’Oscar per come è stato scritto. Inoltre è da segnalare anche la presenza di Mudbound, un metaforico occhiolino strizzato da parte dell’Academy all’indirizzo dei nuovi mercati e dei prodotti non prettamente destinati alle sale, visto che il film è stato distribuito da Netflix.

Insomma, sembra proprio che la strada battuta sia sempre più quella di premiare le idee, indipendentemente dalla produzione (fu così anche nell’edizione 2017, con il trionfo di Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan ma anche di Moonlight di Barry Jenkins).

“Bisognerebbe sempre premiare le idee migliori” – direte voi.

Non sempre sono state premiate, però. Ci sono film cult entrati di diritto nella storia del cinema che hanno trovato un posto in cinquina senza riuscire a vincere l’Oscar alla migliore sceneggiatura. E dunque all’idea.

Charlie Chaplin – Il grande dittatore (1940)

Si potrebbe stilare una lista che ha davvero del sorprendente: Il grande dittatore di Charlie Chaplin che non vinse nel 1941, 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, che non vinse nel 1969, Star Wars di George Lucas che non vinse nel 1978. E ancora Easy Rider, Rocky, Memento e Inception: sono tantissime le pellicole entrate nell’immaginario collettivo grazie alla storia che raccontano e che per essa non hanno ottenuto il premio ambito.

Perché diciamocelo chiaramente: è davvero raro che una sceneggiatura giunga all’Oscar solo in virtù del proprio valore, senza essere parte di un progetto nato sotto le stelle di un budget molto importante. Si tratta di un caso talmente sporadico che, quando succede, l’evento diventa leggenda, e si moltiplicano aneddoti e curiosità.

È ciò che è accaduto a Will Hunting – Genio ribelle, che vinse la statuetta per la sceneggiatura nel 1998. Il film venne scritto dai giovanissimi Matt Damon e Ben Affleck e inizialmente era molto diverso dal risultato che conosciamo: la storia era un thriller in cui Will Hunting veniva reclutato dall’FBI per via della sua straordinaria intelligenza. I due attori ad inizio carriera faticarono non poco a trovare chi fosse interessato alla loro sceneggiatura, anche perché desideravano pure recitarvi, mentre le produzioni spingevano per attori già affermati come Brad Pitt o Leonardo DiCaprio. Così Damon e Affleck si ingegnarono e dentro la sceneggiatura inserirono, a metà circa, una scena di sesso tra due uomini.

Matt Damon e Ben Affleck con l’Oscar alla migliore sceneggiatura (1998)

Ad un appuntamento con la Miramax, rappresentata dall’ormai noto per altre vicende Harvey Weinstein, il produttore disse: “La storia è davvero molto bella. Ho un unico appunto. C’è una scena che non capisco, anche perché i due professori sono etero e non c’è alcuna traccia della loro omosessualità nella storia”.

E i due attori – quel giorno in veste di sceneggiatori – risposero: “L’abbiamo messa per capire chi leggeva realmente tutta la sceneggiatura. Ad altri incontri nessuno ha chiesto se fosse un errore e quindi nessuno l’aveva letta interamente. Tu sei l’unico che ha espresso dei dubbi: il nostro film è tuo”.

Un trucchetto, dunque, per valutare sia l’attenzione che la professionalità di un produttore: da consigliare a qualunque sceneggiatore conosciate!

Ma forse un altro aneddoto dimostra ancora più l’importanza di qualcuno che creda nelle idee di chi scrive una storia, senza fermarsi ciecamente alle esperienze pregresse.

Parliamo, dunque, di Emma Thompson.

Attrice di indubbio valore, spesso presa in considerazione dall’Academy: tre candidature a Miglior attrice non protagonista, una come protagonista, un Oscar vinto grazie a Casa Howard. La Thompson si ritrovò col compito tutt’altro che semplice di dover sceneggiare l’adattamento cinematografico di Ragione e sentimento di Jane Austen, uno dei romanzi di maggiore successo di tutta la letteratura inglese. Fu scelta lei anche in virtù dell’amicizia con la coproduttrice Lindsay Doran e della loro passione in comune per la Austen, ma l’impresa sarebbe stata senz’alcun dubbio ardua per qualunque sceneggiatore.

Senza considerare un piccolissimo dettaglio: Emma Thompson non era una sceneggiatrice, ma un’attrice. Un’attrice che non aveva mai scritto una sceneggiatura in vita sua.

Ragione e sentimento di Ang Lee (1995)

Così la Thompson, quando consegnò la prima bozza, presentò qualcosa come 350 pagine scritte a mano (quindi presumibilmente cinque o sei ore di materiale da girare). Dovettero passare diversi anni di preproduzione, con sempre crescenti dubbi della Columbia Pictures sulla Thompson, ma alla fine Ragione e sentimento, regia di Ang Lee, vide la luce nel 1995.

E portò a casa due Golden Globes, tre Bafta, un Orso d’Oro e sette nomination agli Oscar, di cui una vittoria.

Quale fu la statuetta vinta?

Proprio l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per Emma Thompson, che venne lodata per la fedeltà al testo originale, l’umorismo nel trattare tematiche serie e la capacità di rappresentare con scrupolo la condizione femminile nella provincia inglese dell’800.

Con questo, intendiamoci, voglio dire che è cosa buona e giusta premiare le grandi idee, ed il grande lavoro, di un singolo. Ma ciò non toglie che la sceneggiatura sia un’arte estremamente complicata nella quale avere idee buone può non bastare. Vi eccelle solo chi ne padroneggia sapientemente le regole, gli sceneggiatori bravi si riconoscono al volo.

Se vi chiedessi chi è uno dei migliori dialoghisti della storia del cinema, forse non citereste Woody Allen? Oppure, se catalogassimo chi ha costruito le storie più incredibili con la propria fantasia, certo Federico Fellini verrebbe in mente di diritto. E Billy Wilder? Non ha scritto forse alcune delle commedie più divertenti, ma al contempo brillanti e con sceneggiature solide?

E infatti sono proprio queste tre menti geniali ad aver avuto il maggior numero di candidature grazie ai loro script: Allen conta sedici nomination (e ha portato a casa tre Oscar con Io e Annie, Hannah e le sue sorelle e Midnight in Paris), Wilder dodici (tre vittorie con Giorni perduti, Viale del tramonto e L’appartamento) e Fellini otto, pur non avendo mai vinto.

Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set de La dolce vita (1959)

Però vale la pena di soffermarsi comunque su Fellini. Anche solo per patriottismo, perché no, visto che almeno nel cinema (dei tempi) possiamo rivendicare con orgoglio la nostra nazionalità. Il regista riminese era famoso per avere un rapporto particolare con la sceneggiatura: più propriamente si può dire che nei suoi set esisteva un canovaccio ma Fellini, oltre che lasciare molto spazio alle improvvisazioni attoriali, cambiava di continuo le carte in tavola con repentine modifiche di sceneggiatura, anche sostanziali. Eppure le storie raccontate nei suoi film sono rimaste e ancora oggi le conosciamo tutti.

Fecero scalpore, ai tempi, le tre statuette vinte da La vita è bella di Roberto Benigni, di cui abbiamo parlato recentemente, all’interno di un ampio discorso riguardo ai film italiani che hanno vinto l’Oscar. A colpire soprattutto fu il fatto che il film riuscì ad andare oltre al solo premio al Miglior film straniero, cosa invece mai successa a Fellini.

In realtà quella fu solo la spedizione più fortunata, ma c’è stato un tempo in cui la presenza di film italiani nella cinquina per la miglior sceneggiatura era quasi la prassi.

Dal ’50 al ’70 l’Italia fu rappresentata in moltissime cerimonie degli Oscar dai propri sceneggiatori. La prima volta fu nel 1947 per Roma città aperta, il primo passo di un lungo percorso che porterà nel corso di un ventennio a quasi venti nomination alla migliore sceneggiatura: da Ladri di biciclette a Sciuscià, da I compagni a Blow-Up, più gran parte della filmografia di Fellini. Fino ad arrivare alla nostra ultima nomination, proprio nel 1999 con La vita è bella.

E una volta, l’Italia, l’Oscar alla migliore sceneggiatura l’ha pure vinto.

Il premio più agognato da qualunque scrittore di cinema fu consegnato nel 1963 a Ennio De Concini, Alfredo Giannetti e Pietro Germi per Divorzio all’italiana.

Pietro Germi e Alfredo Giannetti con l’Oscar alla migliore sceneggiatura (1963)

Altri tempi, altre idee.

Perché di questo abbiamo parlato finora: di sceneggiatura e idee. Concetti che vanno a braccetto, perché importa la sostanza. Non importa con quale forma viene raccontata una storia, purché la storia sia bella.

Quindi, proprio per dare spazio ad altre forme, è giusto citare anche l’avvento del cinema d’animazione, concentrandoci in particolare sul periodo successivo a quando è stato istituito l’Oscar apposito, quindi dal 2002.

Due anni fa, ne sono certo, in molti avranno fatto il tifo per Inside Out.

Il capolavoro targato Pixar che con una delicatezza pari alla sua forza strutturale ha portato in scena le emozioni provate da una ragazzina che cresce, nel 2016 ha ottenuto una candidatura per il proprio script. In molti lo avevano sostenuto come possibile vincitore, sia per una questione di merito sia per l’incredibile fascino che esercitano sul pubblico gli underdog.

Inside Out di Pete Docter (2015)

Ciò che forse in molti non sapevano due anni fa è che vedere gli sceneggiatori di un film d’animazione nelle cinquine scelte dall’Academy non è assolutamente un evento raro come sembra. Toy Story, Shrek, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, WALL•E e Up hanno tutti combattuto strenuamente nelle rispettive cerimonie contro script più quotati dai bookmakers (e probabilmente costati anche molto di più).

Nonostante le candidature sfiorino la decina, nessun film d’animazione è ancora riuscito a vincere un Oscar alla migliore sceneggiatura.

Ma il futuro, si sa, è ancora tutto da scoprire.

Per concludere, ho cercato di riassumere la storia quasi secolare che porta sulle spalle uno degli Oscar più prestigiosi. E proprio in virtù di questa storia viene da chiedersi quanti altri film bellissimi vedremo nel prossimo secolo.

Vedremo ancora idee geniali partorite da chi sceneggiatore non è? Torneremo a fare il tifo per un cinema italiano in grado di competere con tutti, grazie alle sue storie? Oppure vedremo davvero un film d’animazione trionfare col suo script, un giorno?

L’apertura che l’Academy ha avuto nell’ultimo periodo verso ogni genere e produzione sembra concedere a sceneggiatori di qualunque indirizzo la possibilità di sognare.

Non manca altro che il compito più bello e più difficile per qualunque sceneggiatore: avere una grande idea e trasformarla in storia.

Leggi tutti i nostri focus sul cinema!

Sceneggiatore, nel tempo libero scrivo racconti. Credo che ogni persona abbia un universo dentro e che vada raccontato. Credo nell’empatia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here