Pacific Rim: il monster movie diretto da Guillermo del Toro

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Pacific Rim è un Blockbuster che racchiude molto della visione registica di del Toro, dal suo amore per i mostri alle sue fonti di ispirazione.

Da qualche settimana stanno circolando trailer su trailer di “Pacific Rim- Go Jaeger“, il sequel del monster movie diretto da Guillermo del Toro con protagonisti giganteschi robot umanoidi e creature fluorescenti. Il film del 2013 aveva incassato non abbastanza per gli Studios produttivi, tant’è che il progetto di un secondo capitolo è stato più volte rimandato fino al rimpiazzo dello stesso del Toro, decisione che (tra l’altro) gli ha concesso il tempo di girare “The Shape of Water”. Il fatto che l’opera vincitrice del Leone d’Oro e tra i candidati più promettenti agli Oscar, sia una sorta di ripiego per il naufragio del progetto dei “mostri giganti presi a schiaffi da robottoni”, è senz’altro indicativo per comprendere meglio la mente contorta del regista messicano, che se un giorno elabora una fiaba storica e raffinata, quello successivo è impegnata a giocare con action figure e a leggere qualsiasi fumetto su Kaiju e Mecha. Ovviamente del Toro aveva da tempo in piano di realizzare un altro vertice del proprio filone storico-soprannaturale (“La Spina del Diavolo”, “Il Labirinto del Fauno”, “Crimson Peak”), ma ciò che lo rende uno degli autori più interessanti della contemporaneità è esattamente questa duplice vocazione, che si presta al così detto cinema d’autore (pur sempre connotato con forti elementi di genere: l’horror su tutti) tanto quanto ai blockbuster d’intrattenimento. “Blade II“, i due “Hellboy“, “Pacific Rim” sono una valvola di sfogo creativa, opere sulle quali convergono molti elementi della sua poetica e visione registica.

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Veniamo a “Pacific Rim“. Il sequel, osservando le immagini diffuse, sarà molto diverso dal primo capitolo: i Jaeger (robot guidati da più piloti attraverso una connessione neurale) sono più plastici nei movimenti e durante i combattimenti, mentre precedentemente la loro forza si fondava sulla pesantezza dei colpi inferti. Gipsy Danger, il robot affidato al protagonista (Charlie Hunnam) si caratterizza per un design “sporco”, sverniciato, quasi fosse una montagna di metallo lasciata arrugginire per poter fare ancora più male. Il primo elemento da prendere in considerazione, è proprio la consistenza e la resa tattile degli esseri messi in scena da del Toro che con “Pacific Rim” è amplificata da una pioggia scrosciante. Come anche in “The Shape of Water”, l’acqua è l’elemento predominante: inonda le città e risuona sul metallo, mentre dal profondo dell’oceano ospita la fuoriuscita di creature mostruose. Gli scontri maggiormente spettacolari nascono sempre nel Pacifico, dove i movimenti dei Jaeger sono limitati dalla profondità delle acque e i Kaiju sono ancora più pericolosi: nella scena iniziale Gipsy Danger affronta Knifehead (un Kaiju di categoria III) e nonostante il mare arrivi a malapena alla vita dell’enorme robot, sembra davvero un’ambiente oscuro e minaccioso, ideale per nascondere dei mostri. Questo topos, vecchio quanto i primi kaiju eiga (“film sui mostri giganti”) orientali, raggiunge ora un apice espressivo che non si era mai visto neanche nelle opere su Godzilla, che pure (in entrambi i film più recenti, 1998 e 2014) sfruttano spesso il leitmotiv delle acque dimora di creature mostruose.

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Il primo scontro è anche quello in cui muore il fratello del protagonista, che condivideva con lui il carico neurale del grande Jeager (impossibile da sostenere per un solo uomo). Un’introduzione memorabile quella di “Pacific Rim”, che definisce e caratterizza immediatamente i protagonisti e gli antagonisti: in pochi minuti si rivela la pericolosità della minaccia aliena e le disfatte del genere umano; prima il declino del programma Jeager poi la distruzione della grande Barriera difensiva. I buoni sono subito in ginocchio. Un incipit classico ma efficace, che mette in chiaro il percorso ascendente da intraprendere, una climax di scontri eccessivi e città distrutte. D’altronde il film non ha nessuna aspirazione di complessità narrativa o psicologica, i personaggi sono poco più che dei trampolini funzionali a rilanciare l’azione e preparare l’epos, anche se ci sono anche alcuni momenti di elaborata intensità drammatica. Uno su tutti il ricordo che attraversa la co-protagonista, Mako Mori: del Toro riprende frontalmente una bambina inseguita da un mostruoso Kaiju, che incede lentamente distruggendo i grattacieli di una città deserta. Minuscolo contro mastodontico, la trasfigurazione visiva più tagliente di tutta la filosofia Kaiju.

Una trama semplice dunque, uno dei pochi casi in cui una narrazione standard funziona in positivo. Guillermo del Toro sa bene che un monster movie fondato sul puro intrattenimento, non richiede spessore o originalità d’intreccio. Anzi, nella maggior parte dei casi, questi prodotti si trovano a proprio agio con valori elementari, che alimentano la parte più genuina e infantile di noi spettatori. In compenso ci sono altri aspetti che conferiscono complessità al racconto: da una parte la saturazione dei dati sensoriali (vista e tatto); dall’altra un’attenzione maniacale per i meccanismi biologici delle creature. Il personaggio che meglio incarna quest’indole indagatrice è Hannibal Chau (Ron Perlman), un collezionista e grossista che commercia resti di Kaiju raccolti come reliquie. È questa l’occasione per dissezionare i mostri, sviscerarli e osservarne gli organi interni fluorescenti; attitudine (proveniente dal body horror) che si era già vista in “Hellboy” e in “Blade II” (nel momento in cui si doveva comprendere il sistema vitale della nuova specie vampiresca).  C’è un’insaziabile curiosità lovecraftiana nei confronti delle creature mostruose, che rende i lavori dell’autore messicano irresistibili. Ben venga allora la poca originalità narrativa, quando il resto dell’opera compone un universo pulsante, gonfio di riferimenti e passioni, e figlio di un immaginario specifico che rende Guillermo del Toro uno tra i registi più ispirati in circolazione.

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