La realtà è una fiaba dark: il cinema di Guillermo Del Toro tra horror e politica

Lanciatissimo per gli Oscar dopo il Leone d'oro a Venezia, Guillermo Del Toro si è ormai consacrato come pilastro del cinema fantastico. Ma la sua opera testimonia anche un costante impegno politico, persino nei suoi film "minori".

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Guillermo Del Toro

Nemmeno sei mesi fa, Guillermo Del Toro vinceva a sorpresa il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia con La forma dell’acqua, fiaba dark sulla storia d’amore tra una donna delle pulizie muta e una semidivinità anfibia catturata dal governo statunitense in Sud America. È stato l’inizio di una cavalcata di premi che culminerà a breve con la notte degli Oscar, dove è tra i favoriti per vincere la statuetta per il Miglior film, dopo le 13 candidature ricevute (è il quarto film con più nomination nella storia). Comunque vada il 4 marzo, La forma dell’acqua è il film che ha dato a Del Toro, regista già amatissimo da molti, la definitiva consacrazione di pubblico e critica, rendendolo appetibile anche per riconoscimenti tradizionalmente disinteressanti a questo tipo di cinema, come Golden Globes (dove è stato premiato per la regia) e, appunto, Oscar.

Guillermo Del Toro è nato in Messico nel 1964, in una famiglia profondamente religiosa. Appassionato sin da bambino di cinema e di mostri (quindi di cinema di mostri, anche), ha studiato effetti speciali in patria, ma già a 29 anni ha avuto la possibilità di girare come regista il suo primo lungometraggio, Cronos, sua personalissima visione di un film di vampiri. Dopo quattro anni, nel 1997, viene ingaggiato per realizzare a Hollywood un horror ad alto budget, Mimic, sul quale però non riuscirà a mantenere il controllo creativo, e i pesanti interventi della produzione contribuiranno a condannare la sua opera seconda all’insuccesso.

Cronos

Con il senno di poi già in questi due film si possono trovare in nuce molti dei cardini del suo cinema (nel primo in particolare), ma all’epoca sembrava solo uno dei tanti discreti registi horror emergenti. E tale è rimasto fino al 2001, quando con il suo terzo film, La spina del diavolo, è riuscito a sfruttare appieno tutte le sue potenzialità, svelando finalmente il proprio genio, che sarebbe esploso definitivamente qualche anno dopo con Il labirinto del fauno, indiscutibilmente il suo capolavoro, ormai vero e proprio caposaldo dell’horror contemporaneo, e non solo. Del Toro è un regista che non ha mai avuto paura ad affrontare un cinema più commerciale (i due Hellboy, Blade II, Pacific Rim), ma c’è una continuità estetica e soprattutto ideologica che collega tutti i suoi film, da Cronos a La forma dell’acqua.

Si tratta, sempre e comunque, di fiabe dark, definizione usata spesso a sproposito ma che sembra ideata appositamente per descrivere l’opera di Del Toro. Il suo mondo è popolato da fantasmi, vampiri, fate, mostri, demoni… ma questa componente fiabesca (esplicita e dichiarata ne Il labirinto del fauno, che dalla fiaba mutua anche la struttura a prove, più sotterranea ma non del tutto assente nemmeno in Pacific Rim), ha una matrice horror che intacca tutta la narrazione, e non risparmia allo spettatore il sangue, talvolta in scene di una brutalità sconvolgente. Ecco cos’è una fiaba dark, ed è questo che fa Del Toro. Sarebbe però scorretto ridurre tutta la sua opera solo a ciò. Lui per primo è sempre stato esplicito: «L’horror è un genere profondamente politico». Non è qualcosa di nuovo: Romero, Polanski, Carpenter e innumerevoli altri grandi autori ci hanno insegnato quanto si possa dire della società in cui viviamo attraverso un racconto dell’orrore. Del Toro si è inserito in questo filone, e lo ha fatto in maniera straordinaria.

Il labirinto del fauno

È proprio nella componente horror che si determina politicamente il suo cinema. Attraverso di essa la realtà fa irruzione nei mondi fantastici che Del Toro sogna, mai del tutto separati dal mondo vero e concreto. È un’irruzione rabbiosa, che si esprime nella violenza e nella paura, perché è il riflesso di tutte le brutture della società contemporanea. Non è un caso che i tre film migliori di Del Toro, La spina del diavolo, Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua abbiano una fortissima connotazione storica: i primi due sono ambientati in Spagna durante la guerra civile e mettono in scena le atrocità fasciste, il terzo si svolge negli Stati Uniti all’epoca della Guerra Fredda, e lo scontro tra russi e statunitensi è centrale nello sviluppo narrativo. Il racconto fantasy è inesorabilmente sconvolto dagli orrori del mondo reale.

Lo si comprende perfettamente guardando Il labirinto del fauno, storia di una bambina il cui patrigno è un capitano franchista impegnato nella caccia ai partigiani repubblicani. La giovanissima protagonista è vittima della crudeltà che la circonda: sogna le fiabe, ma poiché vive in prima persona la mostruosità del regime fascista di Franco, le fiabe si trasformano in incubi. Anche ciò che di più candido dovrebbe esserci al mondo, la fantasia di una bambina, è inevitabilmente corrotto, e Ofelia (questo il nome della protagonista), che vede attorno a sé esseri umani uccisi e torturati dai militari, non può che sognare violenza e sangue.

Il labirinto del fauno

In maniera non molto differente anche gli altri film sviluppano riflessioni politiche fondamentali al racconto: ne La spina del diavolo è la bramosia di ricchezza a portare a morte e distruzione, e ne La forma dell’acqua Del Toro mostra tutta la spietatezza del governo statunitense. Persino nei suoi film più disimpegnati non si fatica a rintracciare frecciate più o meno implicite scagliate contro la società contemporanea. Cronos è un film anticapitalista e spunti anticapitalistici si possono trovare addirittura in Pacific Rim, i due Hellboy celebrano la diversità ribaltando i concetti di bene e di male, Crimson Peak punta a più riprese il dito contro il classismo. Forse i soli Mimic e Blade II sono scevri da connotazioni politiche, e infatti sono i due film su cui Del Toro ha avuto meno potere decisionale.

In questo senso, l’elemento mostruoso nel cinema di Del Toro non è mai rappresentato dal mostro. Nemmeno dagli esseri umani in quanto tali; questa sarebbe una scelta troppo facile, le sue non sono banali storielle sul mostro buono perseguitato dall’uomo cattivo. L’utopia che sogna Del Toro è un mondo dove mostri e persone possano coesistere in pace: un mondo dove può essere vissuto l’amore tra una donna e un dio anfibio, appunto. Questa speranza viene però sempre messa in crisi da una costruzione sociale umana, che sia il fascismo, il capitalismo o il governo statunitense. Del Toro lo ha detto esplicitamente: «Come nelle fiabe, ci sono due possibili aspetti nell’horror. Uno sostiene le istituzioni, ed è il tipo più riprovevole di fiaba: non vagare nel bosco e ubbidisci sempre ai tuoi genitori. L’altro tipo di fiaba è del tutto anarchica e contro l’ordine costituito». Senza inoltrarci in una discussione letteraria sul valore della fiaba, è evidente che quella di Del Toro appartenga alla seconda categoria.

La forma dell'acqua

La connotazione politica e sociale del suo horror non è una questione solo ideologica, ma si riflette anche nella messa in scena. Possiamo non soffermarci sulla qualità tecnica ed estetica di tutta l’opera di Del Toro: ogni inquadratura è un capolavoro di composizione e di luce, e anche i singoli elementi che la costituiscono sono opere d’arte in bilico tra il sogno e l’incubo (il pale man de Il labirinto del fauno è uno dei mostri più spaventosi che il cinema abbia mai prodotto). Ad essere interessante è come la violenza e la brutalità che il regista messicano denuncia intacchino anche il mondo fiabesco non solo narrativamente rendendolo horror, ma anche, letteralmente, nella sua struttura biologica.

Del Toro è vicino al realismo magico: è vero, ci sono creature fantastiche che popolano il suo mondo, ma sono fatte di carne e di sangue esattamente come noi esseri umani, e quasi ogni scena ce lo ricorda. In una delle sequenze più sconvolgenti de Il labirinto del fauno e di tutto il suo cinema, scopriamo che anche le fatine sono creature corporee, e in quanto tali possono essere smembrate come un qualunque animale. Forse quelli di Del Toro sono sogni, ma sono sogni concreti, in cui non c’è nulla di davvero onirico. Sono sogni materici, come materico è il mondo reale di cui lui ci parla. Questo lo si può vedere persino in Pacific Rim: rispetto ai film della serie di Transformers, dove i robot giganti non sono altro che modelli 3D in computer grafica, Del Toro è attentissimo a restituire allo spettatore la struttura fisica e meccanica dei suoi jaeger, di cui mostra il ferro che li compone, gli ingranaggi che li muovono, lo sporco e la ruggine che li insudiciano, e non nasconde le masse di operai che costantemente lavorano alla loro costruzione, sporchi di olio e sudore.

Pale man

La cosa più bella del suo cinema, però, è che la componente politica, spesso centrale se non proprio fondamentale, non si divora mai quella horror, né tanto meno quella narrativa, e non trasforma mai un suo film in una predica. Non è un caso che talvolta si allontani, anche di molto, dal più esplicito impegno sociale: Del Toro è anche e soprattutto un grande narratore che vuole raccontare storie di paura. I suoi film hanno molteplici livelli, ma tutti si possono godere anche semplicemente come racconti. La forma dell’acqua funziona come critica alle istituzioni, funziona come storia d’amore, funziona come horror. Il labirinto del fauno funziona come film storico, come film antifascista, come romanzo di formazione, come fiaba, come horror… lo stesso si può dire di ogni altra sua opera.

Qui sta la grandezza di Guillermo Del Toro. Si è nutrito sin dall’infanzia di letteratura e cinema dell’orrore, e diventato artista li ha mescolati alla sua visione della società, per farne qualcosa di personale e originale, pur seguendo il battutissimo sentiero dell’horror politico. Proprio per la sua impossibilità a non mettere se stesso nelle sue opere, sarebbe scorretto fare distinzioni troppo nette tra i suoi diversi film. Dopotutto, i grandi artisti non fanno altro che ripetersi costantemente. Lo ha detto lui stesso: «Quando smetterò, avrò fatto un unico film, ed è l’unico film che voglio. Lo sapete, la gente dice di preferire i miei film spagnoli a quelli in inglese perché questi non sono altrettanto personali, e la mia risposta è che si sbagliano, cazzo. Hellboy è tanto personale quanto Il labirinto del fauno. Hanno un tono differente, e sì, se ne può ovviamente preferire uno rispetto all’altro, perché l’altro può sembrare banale o qualunque cosa lo faccia piacere di meno. Ma in realtà è parte dello stesso film. Si fa un solo film durante la propria vita».

Guillermo Del Toro

Non vogliamo però appiattire il giudizio critico, e bisogna quindi riconoscere che non tutti i film di Del Toro sono allo stesso livello. Probabilmente non ha mai davvero sbagliato un film, nel senso che anche quelli più leggeri riescono perfettamente nel loro intento, cioè intrattenere, ma alcune pellicole si muovono su un altro piano rispetto alle altre. Del Toro ha però ragione: il suo tocco e la sua personalità emergono nella sua intera opera. Alcuni film li si potrebbe pure lasciar perdere se non si è appassionati del genere, ma per cogliere appieno la portata del suo genio allora no, non si può saltare nulla. Il cinema di Guillermo Del Toro è tutto, nel suo complesso, una grande fiaba dark che nella sua brutalità riflette i mali della nostra società; quel mondo incantato, così meraviglioso da guardare, è il sogno di un anarchico che si fa incubo non perché popolato da mostri, ma perché chi detiene il potere non gli consente di conviverci, con quei mostri. Per un uomo come Del Toro, che ha trasformato la propria casa in un santuario della cultura orrorifica, questa è una rottura violenta, e inconcepibile.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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