Westworld – Dove tutto è concesso – Il costruttore è la macchina, lo schiavo e l’anima

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Westworld

Uno sguardo comprensivo sulla serie fantascientifica Westworld, della HBO: un prodotto complesso, ricco di rimandi storici e letterari, per fare il punto della Prima Stagione in attesa della Seconda.

Nessuna indicazione. Nessuna guida. Capire come funziona è metà del piacere. A te spettano solo le scelte. “

Immaginate per un momento di trovarvi nel selvaggio Far-west, di avanzare un passo dopo l’altro con i vostri stivali speronati ai piedi, di entrare in un saloon spalancando le tipiche ante a molla, di ordinare un whisky al bancone e poi voltarvi e guardarvi intorno. Forse vedrete fanciulle disinibite con il busto fasciato da un corsetto condurre un cowboy ai piani superiori; forse un bicchiere lanciato dal locandiere attraverserà il bancone per finire nella mano ferma di un uomo di ventura senza disperdere neppure una goccia; magari la vostra attenzione verrà rapita dal vociare di due uomini, incappati in un alterco che probabilmente si risolverà fuori di lì, con il rumore di un calcio nello stomaco o nel cerimoniale del fumo, che si celebra dopo lo sparo…

Westworld

Immaginate una cooperativa che possa rendere tutto questo reale.

Costruttori, ingegneri, manutentori, sceneggiatori.

E androidi dotati di una memoria che all’occorrenza possa essere resettata e riscritta per dare adito ad una nuova storia.

Questo è Westworld – dove tutto può accadere.

La serie HBO, scritta e diretta da Jonathan Nolan e Lisa Joy, è il remake del film Il Mondo dei Robot (1973) di Michael Crichton, caposaldo del genere fantascientifico.

Westworld

L’enorme sfida propostasi da questa serie è quella di far convivere il contesto storico del Far-West con un tempo presente avveniristico, in cui si consuma la rivolta della tecnologia contro i suoi creatori.

Westworld è un parco di intrattenimento per uomini facoltosi abitato dai residenti: androidi dotati di una memoria, di uno scopo all’interno della trama e di una pseudo-autonomia interattiva.

Una cupa odissea sull’alba della coscienza artificiale e il futuro del peccato”

La scelta di stabilire un parallelo tra le esecrabili attività dei “pionieri” della civiltà sul dorso occidentale dell’America (il Far-West) e un presente in cui altrettanto pionieristica è la capacità di produrre androidi perfettamente sovrapponibili all’uomo, manifesta la volontà di presentare la città degli androidi come un secondo tentativo di imporre un nuovo modello civile smantellando il precedente. D’altra parte, aspetto fondamentale dei temi distopici è quello di proporre gli eventi narrati come incombenti e ineluttabili.

Westworld

Lo stesso parallelo, a mio parere, innesca un secondo richiamo storico: sappiamo che l’attività dei pionieri del Far-West si protrasse per tutto l’800. Poco dopo la metà del secolo, tra il 1861 e il 1865, si svolse la Guerra di secessione americana. Com’è noto, a monte di questa guerra vi fu la querelle tra schiavisti e abolizionisti. I territori a Ovest del Mississippi si schierarono accanto agli Stati Confederati (i Sudisti).

In un’ottica squisitamente science-fiction, si pone la questione dell’inferiorità specifica degli androidi rispetto ai loro costruttori, che ne giustifica lo sfruttamento. Il germe della rivoluzione in atto, infatti, sarà innescata dalla maturazione di una coscienza, personale e collettiva, dall’indignazione e dall’anelito di libertà che caratterizza la classe degli Androidi di Westworld come caratterizzò gli schiavi dei campi di cotone durante la guerra civile.

La coscienza non è un viaggio verso l’alto, ma verso l’interno. Non è una piramide, ma un labirinto. Ogni scelta poteva portarti vicino al centro o spingerti in una spirale verso l’esterno, verso la follia.”

 (Arnold)

Filo conduttore di questa odissea è il personaggio di Dolores Abernathy (Evan Rachel Wood), il quale si muove su tre piani temporali: il passato, in cui Arnold/ Bernard (Jeoffrey Wright) si rende conto che la sua creatura era dotata di una versione acerba, rudimentale di coscienza; il tempo del primo incontro con William ( Jimmi Simpson) e il presente, per entrambi i personaggi, in cui il Cavaliere nero ( Ed Harris) porta il male nel parco.

La coscienza sviluppata da questi androidi è una sorta di subsconscio composto di frammenti di ricordi spezzati, retaggi di memorie cancellate e sovrascritte.

Alcuni scelgono di vedere la bruttezza, in questo mondo. Il caos. Io ho scelto di vedere la bellezza. Ho scelto di credere che i nostri giorni abbiano un ordine, uno scopo. Mi piace ricordare quello che mio padre mi disse una volta: prima o poi, siamo tutti nuovi in questo mondo. I nuovi cercano le nostre stesse cose. Un posto dove essere liberi, dove realizzare i propri sogni. Un luogo con infinite possibilità.”

(Dolores) 

Westworld

L’idea avvincente e, puramente pretestuosa, di un parco avveniristico chiamato ‘’Westworld’’ altro non sembra che il tentativo di raccontare una storia mai raccontata: di calare finalmente il sipario su una messa in scena vecchia quanto il mondo; e tutt’altro che futuristica essa appartiene all’uomo, alla sua storia, e a quel desiderio che non solo la costituzione della società civile non ha mai messo a tacere, ma ne costituisce il più probabile fondamento: mi riferisco all’ambizione, alla sete di potere e al naturale impulso dell’uomo a controllare, manipolare, strumentalizzare i suoi simili.

Un proposito, questo, che ha trovato, nello sviluppo delle tecnologie, la più seducente delle promesse, e a nulla sono servite le profezie di Orwell: poiché l’uomo è, in modo funzionale ma in buona parte inconsapevole, nient’altro che un ingranaggio, una rotella, simile a mille altre rotelle in un meccanismo superiore. Una rotella che ogni giorno volteggia su se stessa, dotata di uno scopo surrogato, fittizio, impreciso. Girare, compiere, funzionare, riposare e poi ricominciare.

L’evoluzione ha plasmato gli esseri senzienti sul pianeta con un unico mezzo: l’errore”.

(Robert Ford)

Esattamente come gli androidi di Westworld, viviamo la nostra vita ogni giorno prendendo sul serio il mondo che abitiamo. Prendendo sul serio le sue leggi, credendo ciecamente alle sue dinamiche e nella profondità delle nostre piccole missioni personali. La nostra identità si definisce in base ad un nome ed un cognome che portiamo, di cui conosciamo la provenienza ma non ricordiamo l’origine. Ricordiamo la nostra infanzia, riconosciamo i volti dei nostri genitori ma di certo non ricordiamo l’iter della nostra formazione nel ventre materno. Stringiamo rapporti interpersonali sulla base delle stesse determinanti, perché ciascuno di noi risponde, con un nome ed un cognome, alla domanda: ‘’chi sei?’’.

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La fiducia in queste convenzioni rende possibile l’appartenenza al tessuto sociale e l’esistenza stessa. Per questa ragione ogni mattina un bambino viene mandato a scuola: perché abbia un’istruzione. Un obiettivo semplice, che cela un fine più preciso: creare le condizioni che potranno, a tempo debito, fornirgli un posto di lavoro. Ogni mattina un uomo va a lavoro perché il servizio reso lo metterà nella condizione di produrre beni o servizi per il suo contesto sociale e ricchezza per il proprio sostentamento. Un obiettivo semplice, immediato. Il consumo, il suo fine ultimo.

Quindi sia il bambino che l’uomo sono beni primari inseriti in un’incessante catena di montaggio il cui fine è produrre ricchezza per un terzo individuo. Un individuo che è nato su quella stessa catena di montaggio ma che ad un certo punto ne è uscito e ha trovato il modo di essere colui che tiene i fili e anche i proventi.

Lo spettacolo dell’uomo che incrollabilmente crede nella propria realtà, nella propria biblica capacità di autodeterminarsi entro i confini tracciati da una legge superiore: terrena o divina. L’illusione di uno scopo reale e personale, di una motivazione profonda che ci anima; l’illusione di padroneggiare un corpo e una mente e arbitrariamente dirigerle verso questo stesso fine che non è nostro, non completamente: esso altro non è che un ridotto spazio d’azione, una mera concessione, l’ora d’aria che compete ad una volontà schiava di un sistema sovrastrutturale di cui a stento percepisce l’architettura … questo è ciò che Westworld ha da offrire al suo pubblico. Il complesso spettacolo di un inconscio sentimento di subordinazione ad uno schiavista noto quanto invisibile. La macchinazione prende il posto dell’anima -in un universo capitalista e non religioso – che muove gli uomini verso una meta fittizia, un labirinto mistico che costituisce l’idea astratta, il nutrimento spirituale di cui l’uomo ha esigenza, se si vuole che egli sia, che egli faccia, che egli muova e serva, concretamente, un sistema che non conosce in nome di un anelito vacuo e necessario.

Westworld

Credo che solo chi è davvero coraggioso possa guardare al mondo e capire che tutti quanti, dei, uomini e ogni altra cosa finiranno miseramente. Nessuno verrà salvato.”

 (Hector)

Critico d’arte contemporanea, esperto di body-art, arti performative e costume-play; appassionato di letteratura e cinema.

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