Poesia senza fine, la recensione del nuovo film di Alejandro Jodorowsky

Sta facendo il giro d'Italia Poesia senza fine, secondo capitolo dell'autobiografia cinematografica che segna il ritorno del regista cileno dopo 23 anni. Un film divertente, spesso geniale, e capace di raccontare tanto senza mai diventare presuntuoso.

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Poesia senza fine 1

Il biopic è un genere molto amato dal pubblico. Al contrario che in letteratura, però, al cinema le autobiografie non hanno mai trovato particolare spazio. Ci sono ovviamente molti registi che si ispirano alla loro vita, come ad esempio Woody Allen o, in Italia, Nanni Moretti, ma film che raccontano in maniera biografica la vita del loro autore si contano sulle dita di una mano. Truffaut ha fatto una biografia implicita con I 400 colpi, più esplicito pur nel suo onirismo è stato Fellini in 8½. Sono nomi importantissimi, certo, ma, anche se potremmo farne altri (da Bergman a Warhol), sarebbero comunque sempre troppo pochi per poter parlare di un vero e proprio genere.

Dopotutto girare un film richiede un impiego di uomini, tempo e denaro che la stesura di un libro non necessita, quindi ci vuole certo una buona dose di presunzione per decidere di spendere tante risorse per raccontare se stessi, e il rischio dell’autocelebrazione è sempre dietro l’angolo. Il cileno Alejandro Jodorowsky è noto per essere un regista che ama l’azzardo, alfiere di un cinema difficile, nutrito di simbolismi e misticismi offerti al pubblico in forma di allegorie surreali. E infatti, dopo appena sei film in 22 anni, Jodorowsky non è più riuscito a trovare finanziatori per altri due decenni, rimanendo fermo dal 1990. Per il suo grande ritorno (Jodorowsky è ancora molto amato dai cinefili dai gusti più ricercati…) ha deciso di intraprendere comunque una strada complicata, con un dittico (in odor di trilogia) in cui racconta la propria vita.

Jodorowsky

La prima parte, dedicata alla sua infanzia e intitolata La danza della realtà, si è potuta vedere in qualche cinema in giro per il mondo tra il 2013 e il 2014, mentre proprio in queste settimane sta facendo un vero e proprio tour di tutte le sale d’essai italiane il secondo capitolo, Poesia senza fine, incentrato invece sui primi anni della sua formazione artistica. Dicevamo: difficilissimo intraprendere una simile operazione senza risultare presuntuosi. E Jodorowsky compie molte scelte che espongono il film a questo pericolo: si presenta come paladino della poesia e dell’arte tutta, eroe in guerra contro l’oppressione della famiglia e della società, tanto che in una scena lo vediamo letteralmente farsi arcangelo. E lui stesso appare più volte nel film, nei panni del Jodorowsky anziano pronto a spiegare al Jodorowsky giovane e al pubblico il senso di ogni cosa.

Sembrerebbe proprio un’insopportabile osanna al proprio genio. Forse in parte lo è davvero, ma, e questo è incredibile, in nessun momento Poesia senza fine risulta presuntuoso, non diventa mai sgradevole nel suo essere il racconto cinematografico di se stessi. Jodorowsky riesce in questa impresa grazie alla forma che dà al suo film. Il regista cileno non è mai stato un realista, e lo conferma un’altra volta, ricorrendo costantemente a una comicità grottesca che deforma la sua vita in una sorta di cabaret surrealista. Qui sta il potere di Poesia senza fine: è pretenzioso e autocelebrativo, ma fa ridere di gusto. Non che sia un film comico, ma tanti momenti strappano una genuina risata grazie alle continue invenzioni visive e narrative. Jodorowsky riesce a essere serissimo senza prendersi mai sul serio fino in fondo.

Poesia senza fine 3

Così, attraverso la leggerezza dell’ironia, Jodorowsky riesce a parlare di tante cose. Dell’arte, certo, e del Cile, dell’amore, dell’amicizia. E della sua famiglia. La (bellissima) scena finale suggerisce quale potrebbe essere stata la ragione che lo ha spinto a girare questo film. Al contrario de La danza della realtà dove la sua famiglia era un elemento costante, in Poesia senza fine è importante all’inizio, quando dà il la alle vicende del film, poi svanisce dalla narrazione.

Eppure, cos’è Poesia senza fine se non il tentativo di una disperata e violenta riconciliazione postuma quindi impossibile con gli odiati genitori? Alla fine del suo percorso, il giovane Jodorowsky capisce che se è diventato quello che è lo deve soprattutto a loro, che negandogli ciò che desiderava gliene hanno fatto comprendere l’importanza. E non è quindi un caso che l’attrice che interpreta la madre (forse il personaggio più geniale dell’intero film) interpreti anche la poetessa con la quale il protagonista instaura un intenso rapporto di odio/amore. Freud ridacchia di sottecchi, ma l’interpretazione psicanalitica è talmente ovvia da essere sbagliata: ciò che desiderava e non ha avuto ritorna, e le assenze della sua infanzia sono sempre presenti a segnargli la via.

Poesia senza fine 2

La ricchezza di Poesia senza fine non è dunque solo visiva, ma anche tematica. È un film dai molteplici livelli, in cui Jodorowsky, lo Jodorowsky autore, ha riversato tutto se stesso. Inevitabilmente allora è un film discontinuo, imperfetto, difettoso: proprio questo è il suo valore. È un’opera sincera e personalissima, fortemente voluta, in cui il racconto del proprio passato è un modo per riconciliarsi con esso, e questa riconciliazione diventa l’espediente per parlare di tanto, forse di tutto.

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Scrivo, giro cortometraggi, faccio teatro.
Nel tempo libero sopravvivo.

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