Dark, recensione della serie tedesca Netflix

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Dark

La nuova serie Netflix di produzione tedesca, Dark, è stata una delle ultime arrivate sulla popolare piattaforma, chiudendo un’annata abbastanza prolifica fatta di contenuti sempre più originali e audaci. Ideata dal regista e sceneggiatore tedesco, Baran bo Odar e dalla sceneggiatrice Jantje Friese, dopo la loro collaborazione nel 2014 per il thriller Who Am I, i due sono tornati a lavorare insieme, con l’intento di scrivere una storia che tratti temi abbastanza sviluppati dal panorama cinematografico e seriale americano, con uno stile registico e un’estetica più conforme alla cinematografia europea.

Dark prende molto in prestito stilemi narrativi e visivi di altre famose serie tv, abbiamo la provincia grigia e boscosa di Twin Peaks, con gli innumerevoli personaggi che la abitano, ognuno di loro avente una storia ricca di segreti e misteri; come in Lost c’è questo passato che continuamente incombe, facendo sempre più luce nel corso delle puntante, sulla reale natura dei protagonisti; un passato che si svolge negli anni 80 di Stranger Things, fatto di ragazzi scomparsi, musica pop, elementi sovrannaturali e colori sgargianti. Un continuo susseguirsi di rimandi e citazioni inseriti in un contesto nuovo, come quello della cittadina tedesca di Windem, con un andamento e un ritmo dilungato e poco febbrile. Dark si discosta dal consueto standard seriale, fatto di colpi di scena e cliffhangers continui tra un episodio e l’altro, ma dipana la narrazione in modo cauto, scavando intensamente nella psicologia dei suoi personaggi e nelle loro relazioni; lasciando la macchina da presa muoversi nel suo essenziale, immergendoci lentamente nelle loro vite e nella natura rigogliosa della cittadina protagonista.

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Il tempo, topos centrale di tutta la serie, è scandito in modo fluido, non si ha mai la netta sensazione del suo scorrere, tutto si sussegue in modo contiguo ma contemporaneamente incerto. Il passato influenza il futuro quanto è il futuro stesso ad influenzarlo, una storia ciclica che cerca di nascondere questa perenne dicotomia temporale. Dark è una serie, in cui, c’è uno sforzo evidente di superare la visione dualistica di matrice occidentale, attraverso la messa in scena di elementi sempre simili tra di loro e con caratteristiche smussate e confluibili: non troviamo nessun divario di qualunque tipo, ne tra bene e male, ogni protagonista agisce a suo modo per una propria ragione in maniera tanto discutibile quanto legittima, ne tra maschile e femminile, troviamo un superamento delle dinamiche di gender standardizzate. I personaggi femminili, sono donne forti, vere e proprie agenti attive d’azione, capaci di contrastare anche le situazioni più impercettibili, come la preside della scuola Katharina Nielsen, l’agente di polizia Charlotte Doppler e l’ex capo della centrale nucleare Claudia Tiedemann; donne che individualmente contrastano le problematiche legate alla loro famiglia e agli avvenimenti turpi di Windem. Gli uomini, anche se ricoprono apparentemente il loro status quo, si riscoprono fragili ed inetti, la loro vulnerabilità li porta ad’essere vittime degli eventi della storia; il poliziotto Ulrich Nielsen ne è l’esempio lampante, interpretato da un algido e austero Oliver Masucci, incarna la figura dell’uomo formalmente indipendente e risoluto tanto quanto debole e bisognoso del supporto e dell’amore femminile. Il protagonista cardine, il diciassettenne Jonas Kahnwald, è il filo che lega tutta la storia e i molteplici personaggi. Come un moderno Teseo, accompagna lo spettatore nei labirinti fisici e allegorici di Wildem, prendendosi il merito di principale monito per comprendere le varie ramificazioni narrative e temporali della storia.

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Dark pone tante questioni che virano dal misticismo, alla filosofia, fino alla relatività generale, donando una chiave di complessità alla trama, che ai suoi fini risultano incomplete e leggermente fuorvianti. Questa è una delle principali problematiche della storia, ponendosi insistentemente a prodotto di elevata finitura, senza approfondire maggiormente i vari argomenti proposti. Il suo scindersi tra una serie di qualità e allo stesso tempo fruibile per un pubblico popolare, come quello consueto di Netflix, lascia allo spettatore intersecato in tante, forse troppe, informazioni sviluppate in modo grossolano. Anche il continuo citazionismo incessante, dà un’immagine di una Germania fin troppo americanizzata, una rappresentazione troppo legata ai loro punti intertestuali, che non donano una vivida identità ad una serie fondamentalmente pretenziosa. Al contrario di altre serie televisive europee, Dark ugualmente attrae e appassiona, ma è ancora troppo presto per definirlo un prodotto maturo e completamente riuscito nel suo intento; vista la seconda stagione già annunciata, il duo di sceneggiatori dovrebbe lasciare da parte il calderone reiterato di citazionismi, estendendo le potenzialità di base che Dark possiede.

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Nato a Roma, classe 1991.
Non molto bravo nelle autodescrizioni.
Sono un semplice appassionato a qualunque genere di immagine-movimento sullo schermo.

1 COMMENT

  1. Bravo Cosmo una bella recensione ed un’attenzione giusta ad un buon prodotto europeo che ha in più, rispetto a molti rodotti che arrivano da oltreoceano, in introspezione dei personaggi interessante e dei riferimenti culturali che non arrivano secondi rispetto a scazzottate e inseguimenti. Una recensione da dieci e lode.

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